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Gipo Viani e Nereo Rocco. Italians do it better

Difesa, libero, catenaccio, gioco all'italiana. Definizioni che ci siamo tatuate addosso, una seconda pelle che abbiamo portato in giro sui campi di tutto il mondo, provocando fastidio e malcelata invidia, sberleffi e risultati, tirando fuori il nostro intrinseco carattere e talvolta anche sangue dalle rape.
Gipo Viani Nereo Rocco

Nel secondo dopoguerra ovunque spopola il Sistema. È un 3-2-2-3, il famoso WM che ha spodestato il Metodo a cui dobbiamo quello che siamo. L’Italia di Vittorio Pozzo, due volte campione del mondo e tanto altro di più. Il calcio cambia, gli albori del kick and rush, della Piramide di Cambridge si eclissano davanti alle nuove regole e la conseguenza di bilanciare manovre e reparti. La prima tattica ostinata e contraria è il “mezzo sistema” di Ottavio Barbieri con lo Spezia dei Vigili del Fuoco sorprendenti campioni ’44 anno bellico. Si libera un uomo in fase difensiva con un procedimento a scalare sulla destra. La mezzala diventa mediano, il mediano terzino e il terzino così resta libero. Sulla sinistra tutto resta invariato, modulo sistemista classico con marcatura a uomo. Ci si schiera in pratica, a forbice: l’azione parte dal mediano destro per andare verso l’interno sinistro e viceversa. Diagonali frequenti per arginare la potenza offensiva del sistema. Poi verrà il tempo di Gipo Viani e Nereo Rocco.

La paternità, dai Romani in poi, è spesso discussa

Nasce davvero in Italia, a La Spezia – piazza di mare – il gioco di rimessa, il “primo non prenderle”? O forse dobbiamo registrare il nome di Karl Rappan, austriaco ma calcisticamente elvetico, come pioniere antesignano? Il suo Servette, imitato dal Grasshoppers e dalla nazionale rossocrociata, sposta due mediani al fianco dei terzini creando una linea a quattro dietro, i due più esterni a francobollare le ali, mentre i due centrali assicurano copertura sul centravanti avversario ed attorno al cerchio di mezzo. Non c’è ancora il libero, la linea arretra e prova a ripartire con pochi passaggi, dalla difesa all’attacco sfruttando la velocità degli avanti e l’impreparazione della difesa altrui. 4-2 alla Germania e quarto di finale al mondiale ‘38 a testimoniare la bontà dell’idea.

Gipo Viani e il Vianema

La Salernitana 1947-‘48 compie il passo definitivo in avanti. Nasce il Vianema, il “mezzo sistema” di mister Gipo Viani. La squadra centra la promozione alla massima serie, ma ha limitate risorse tecniche ed ancor più economiche per competere nella prima fascia. Giocoforza gli accorgimenti dalla lavagna al terreno di gioco. Il centravanti arretra per proteggere la poca dinamica mediana, al terzino si chiedono corse in avanti e diagonali, al centrocampista centrale di coprire fino ad allinearsi ai difensori, uno dei quali diventa libero alle spalle di tutti. Bernardini, acceso sistemista, sostiene che si attacca in sette, Viani risponde con una sorta di 3-3-4, quattro attaccanti a cui si chiede anche altro. Ci sono le fluidificazioni, ma c’è soprattutto difesa arcigna e contropiede. È un gioco di riflesso, si punta a trovare l’avversario fuori posizione e buttarsi negli spazi concessi. Servono gli interpreti, predisposti al sacrificio e capaci di fare virtù dei propri limiti.

Il Vianema non basta

La Salernitana retrocede, ma 34 punti e 46 reti all’attivo dicono che il modulo intriga e deve solo trovare meccanismi ed interpreti all’altezza. Con la Lucchese l’anno successivo, Viani corregge il tiro, lascia il centravanti davanti e chiede al mediano di abbassare il baricentro. Capolista dopo dodici giornate, avversari imbrigliati e poi piano piano capaci di contromisure. Ventidue punti dietro agli Immortali, la differenza non era nel modulo. Viani è lo Sceriffo non solo perché ricorda John Wayne, ma perché ha coraggio da vendere. Si prende Palermo e fa bene, si prende la Roma in B e la riporta dove deve stare. Continua a predicare calcio e rischi, confeziona rebus per i suoi colleghi affezionati al sistema spesso insolubili. Non si deve essere i più bravi a pallone per prevalere, arrivare prima sulla palla quello sì, ma la tecnica non premia sempre e per arrivare a dama ci possono essere tante altre mosse, nessuna scorciatoia anzi tanta applicazione e modestia in più.

Gipo Viani e Nils Liedholm
(Gipo Viani e Nils Liedholm)

Bologna direzione Milano

Il salto vero è a Bologna. Qui è totale la sintonia con l’ambiente ed il carisma del presidente Dall’Ara. Quattro anni di vertice poi la chiamata da Milano sponda rossa e nera, anno 1956. Trova teste pensanti di livello superiore, Liedholm e Schiaffino. Lo svedese arretra davanti ai difensori, l’età incalza, l’uruguagio si muove a piacere con le spalle ben coperte. Il Milan primeggia, lo Sceriffo comanda, scelte di campo e di mercato, anche la nazionale lo chiama. Il suo calcio a doppia mandata ricorda, con interpreti di maggiore spessore, la Triestina di Nereo Rocco, straordinaria seconda del torneo 1947-’48 a distanza siderale dagli Ingiocabili, ma appaiata alle altre due regine del calcio, Milan e Juve. Il destino del calcio italiano nelle mani dei due, Rocco scrive pagine indelebili: la nazionale olimpica, il Milan e la prima Coppa dei Campioni italiana.

Il catenaccio è sdoganato

Milan ed Inter, quattro Campioni e tre Intercontinentali, dominano gli anni sessanta. Diavolo di Viani, lui è Porthos ma senza pudori, condivide il buon vino con il suo amico, ma non puoi mai capire il punto che ha in mano nella mano di poker. Gioca e vince, gioca e perde, racconta sempre di quando a Siracusa gioca per racimolare i soldi per il treno della squadra. Lo riconosci, è quello in giacca cravatta e scarpe da calcio in panchina, è quello che a fine partita fa la doccia con i suoi giocatori, a fare il burbero ci pensa Rocco con il suo micidiale “dialet triestin”.

Nereo Rocco
(Nereo Rocco)

Altri mondi, altri uomini

Sono due personaggi di un’epoca che non è la nostra, sono d’accordo ma trovano sempre il modo di discutere. Su Greaves si scontrano, anche su Rivera volano stracci, poi l’arrivo di Dino Sani è la mano santa che aggiusta rapporti e risultati. Il Milan ha cinque giocatori con compiti difensivi – due terzini, poi un mediano ed un difensore centrale entrambi a uomo, infine Cesare Maldini il libero alle spalle di tutti – e cinque a cui affidare gli attacchi. Ruoli rigidi, chi difende avanza di rado, i terzini marcano le ali, Sani protegge le spalle di Rivera – fantasia al potere -, non sono due razzi e cosi’, a palla persa, si rischia qualcosa. La chiave è Rivera e la sua qualità, i suoi tempi, sa trovare la velocità della punta, ma far girare la palla se serve, salire i compagni di reparto.

Helenio Herrera

Il Mago

Solo l’Inter di Helenio Herrera andrà più in alto dove le sfumature diventano perfezione ed il catenaccio arriva dove nessuno mai, prima e dopo. Tattica più esasperata, diligenza e sacrificio, qualità espressa e poi soppressa se la causa lo chiede. È rivoluzione, è futuro, forse più difensivo che mai perché agli avanti chiede sacrificio di rientro. Davanti ci sono manovre sofisticate e variazioni sul tema. Armando Picchi è il libero, ma sa giocare la palla. Suarez è il direttore d’orchestra. Jair fa tutta la fascia, copre di rientro ma è davanti che fa superiorità, taglia il campo e lo ritrovi in area a cercare la porta. A sinistra c’è la carta che spariglia, Giacinto Facchetti, terzino con licenza di avanzare. Mariolino Corso, sinistro che più sinistro non s’è più visto, lo vede scorrazzare, lo innesta, lo sfrutta. Lui ci mette di suo le punizioni a foglia morta, la capacità di leggere le situazioni, scambiare di precisione. Il più pericoloso è Sandrino Mazzola che non è la prima punta, ma è il primo realizzatore, è venti anni avanti, fa la differenza come solo i fuori categoria.

Il calcio totale

Il Brasile ’58, ma definitivamente il calcio totale degli arancioni ad inizio anni settanta decreta il declino del catenaccio. C’è una velocità di pensiero e di gambe a cui l’attendismo non sa rispondere e, quando lo fa, è per una fase di gioco, mai per tutti i novanta minuti. Ci sono partite spartiacque tra finali europee con l’Ajax in campo e i mondiali di Germania ’74 dove il calcio compassato, non solo difensivista, viene spazzato via in malo modo.

Gipo Viani  Helenio Herrera
(Gipo Viani con Helenio Herrera)

Catenaccio morto e sepolto

Sì, forse, ma…Vive nei dubbi, soprattutto nell’immaginario di chi ancora oggi affronta una squadra italiana e non sa come uscirne fuori se non disprezzando a prescindere. Viene confuso con dei comportamenti che poi non sono nostri od almeno non solo, che poi “nostri” per dire di squadre con panchine, proprietà ed interpreti per lo più stranieri. Penso a Scopigno, Ottavio Bianchi, al Trap oppure ai più recenti Mou e Cholo. Non li offenderei mai con etichette stucchevoli e meme che non fanno ridere, conoscono le proprie risorse e lavorano per l’obiettivo, il libero ora è salito sul bus parcheggiato davanti l’area. Il calcio ognuno lo vede come vuole, luoghi comuni e chiacchiere da bar, conta poco come la penso, conta solo il diritto di cambiare idea, e di convincersi di non essere schiavo del risultato.

Il contropiede che ti uccide

Di certo so che se la mia squadra ha un calcio d’angolo a favore, io temo sempre il peggio. Guardo sempre per prima cosa come si posizionano gli altri. Mi sembrano sempre vestiti di blu come il settimo cavalleggeri, ho una paura fottuta di una ripartenza nella prateria. Mi sembrano dei cacciatori con le foglie mimetiche sul cappello, ho una paura fottuta di fare la fine del tordo. Sono le situazioni fuori contesto, estranee all’inerzia che fanno saltare il banco. Il contropiede che ti uccide: punire la sicumera, è la legge del più debole. Non succede, ma nel retropensiero di Gipo Viani e degli altri strateghi c’era qualcosa di sublime. Da avere paura.

 

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Venti di calcio

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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