Vittorio Pozzo. Il giorno del primo Mondiale

Vittorio Pozzo è un uomo perbene. Ufficiale degli alpini nella Grande Guerra, uno degli inventori del calcio pensato e giocato, il 10 giugno 1934, davanti a 55.000 spettatori assiepati sugli spalti dello Stadio Nazionale di Roma, il tenente Pozzo guida i suoi ragazzi contro la Cecoslovacchia. Orsi e Schiavio ci fanno diventare campioni del Mondo. Siamo ancora in tempo per ricordarlo.
Vittorio pozzo

Lo so Vittorio, è passato tempo, molti hanno dimenticato.
La memoria è quasi sempre una dannazione. Per chi ne ha poca sicuramente, ma forse anche per chi ne ha troppa.
Il fatto è che tu sei Vittorio Pozzo, come si fa a dimenticare?
Sei stato uomo schivo, nessuno voglia di palcoscenici e primi piani, però ti piaceva il calcio, ti piaceva inventarne il gioco. Ci sei riuscito gran bene. Ti piacevano anche le parole, essenziali quelle da dire, profonde quelle da scrivere. E poi la montagna, il tuo altro mondo, quello dove già non più giovanissimo ti sei messo in gioco. Con la vita, però.
Avevi giocato con il Grasshopper, poi con il Torino di cui sei stato anche tra i fondatori, avevi allenato per tre partite la Nazionale, nel 1912, Olimpiadi di Stoccolma. La prima Nazionale con la maglia azzurra e lo stemma sabaudo. Per te il nodo Savoia è stato un nodo alla gola. Prima e anche dopo.
Avevi 32 anni quando il mondo impazzisce.

Tenente Vittorio Pozzo

I primi di giugno del 1915 sei andato al fronte da ufficiale degli alpini, tenente del 3° Reggimento. Ti congederai, dopo anni, capitano. In mezzo ci sono il Monte Nero, Caporetto quando tutto sembrava perso, lo slancio per tornare avanti, l’assalto, il Piave che ritorna a casa, la rotta, questa volta del nemico però, non la nostra. A dirlo così sono due righe, a viverlo sono anni. Ne hai visti andare via tanti, troppi. Non dimenticherai mai.

Del calcio ti sei innamorato da ragazzino

Hai visto giocare gli inglesi a Manchester, bestie nere per te e anche un po’ per tutti, hai rubato con gli occhi, messo da parte, lo hai ripensato, hai inventato il metodo e poi sei diventato Vittorio Pozzo. Allenatore, direttore tecnico, commissario. Esercizi quasi inutili, tutto ti va abbastanza stretto.
Nel 1929 ti chiamano per la terza volta a fare il commissario tecnico della Nazionale, accetti a patto di non essere pagato. Fantascienza.
Inutile dire che nessuno ha mai vinto come te. Anni irripetibili.
Le Coppe Internazionali, i Mondiali del ’34 e del ’38, le Olimpiadi del ’36.

Il giorno del primo Mondiale

Oggi, il 10 giugno del 1934, allo stadio Nazionale, davanti a tribune cariche di 55.000 spettatori, la tua Italia vince il primo Mondiale. Il 10 giugno del 1934 di cambiamento climatico non parlava nessuno, ma Roma era sotto un sole che faceva bollire con i suoi 40 gradi.
Alla finale siete arrivati battendo facilmente gli Stati Uniti, duramente la Spagna per battere la quale si son dovute giocare due partite, l’Austria che era una favorita e poi a seguire la Romania, la Svizzera e la Germania.
Ora avete davanti la Cecoslovacchia, per niente facile.
La partita è farraginosa. Loro prendono due pali, Plánička, il loro portiere, fa qualche miracolo di troppo, un altro miracolo lo fa un palo, nostro, che ci evita il 2-0. Non ti rassegni, sei stato in trincea e dalla trincea sei saltato. Qui fai lo stesso, salti fuori, lasci la panca e ti vai a mettere dietro la porta cecoslovacca. Un mito.
Ci pensa Mumo Orsi, argentino d’Italia, a nove minuti dalla fine. Pareggio. Tempi supplementari. Tocca ad Angelo Schiavo, destro potente da una decina di metri. Lo stadio esplode, Schiavio sviene, i cecoslovacchi vanno in bambola, l’Italia è campione del Mondo.
I tuoi ragazzi ti adorano. Ragazzi, come quelli del Monte Nero, come quelli del Piave. Li hai guidati ancora una volta, lo farai ancora.

Vittorio Pozzo

Sei un figlio del tuo tempo, inutile dirlo, e arriva anche il tempo in cui non vai più bene.

Il 5 agosto del 1948 dai le dimissioni da commissario tecnico. Bisogna voltare pagina, così dicono. La Storia vuole il suo dazio. Rimarrai nel calcio, partecipi alla costruzione del Centro Tecnico di Coverciano, continui a scrivere, vivi la montagna, la famiglia.
Superga è la pagina più triste. Il Grande Torino che non c’è più. Chiamano te per dare un nome ai resti di chi aveva una vita davanti.

Solstizio d’inverno 1968

Nello spogliatoio, in allenamento, prima delle partite, facevi cantare ai ragazzi le canzoni degli alpini. Li guidavi all’assalto, tu con loro, idealmente mai dietro. Tu eri così, inutile girarci intorno.
Il 21 dicembre del 1968, in silenzio, quasi messo da parte, hai cambiato campo e anche montagna.

Oggi ho cercato su qualche giornale e atteso qualche telegiornale.

Pensavo che qualcuno una parola su quel 10 giugno del 1934 l’avrebbe detta e scritta. Il primo Mondiale dell’Italia, che fai, non ne parli?
Forse qualcosa mi è sfuggito, ma non ho visto né sentito nulla.
No, non va bene e per questo ti scrivo sul finire del giorno, ancora in tempo utile per ricordare a me e forse a qualcun altro che oggi è stato il giorno del primo Mondiale del tenente Pozzo e dei suoi ragazzi.
Dai Vittorio, torna dietro quella porta, la partita è ancora tutta da giocare.

 

Marco Panella, (Roma 1963) giornalista, direttore editoriale di Sportmemory, curatore di mostre e festival culturali, esperto di heritage communication. Ha pubblicato "Il Cibo Immaginario. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015), "Pranzo di famiglia. Una storia italiana" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016) il thriller nero "Tutto in una notte" (Robin 2019) e la raccolta di racconti "Di sport e di storie" (Sportmemory Edizioni 2021)

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