Boxeador. Pugni in musica d’autore

Una conversazione con Marco Massa, cantautore milanese che nel pugilato romantico ha trovato ispirazione di vita e di musica. Da La Lombarda di via Bellezza 16, poi Palestra Visconti, fino alla Gymnasio Rafael Trejo de l’Avana, il Boxeador di Marco Massa è alla fine un pretesto per conversare del senso delle cose e del loro significato. Fuori e dentro il ring.
Boxeador

Primi anni settanta. Un giorno imprecisato, uno dei tanti di un ragazzino milanese che ancora non sa di essere un baby boomer e che probabilmente sa anche poco di quello che gli accade intorno. Va a scuola il ragazzino, Calabresi o Vallanzasca sono nomi che sente di sfuggita solo al telegiornale dell’ora di cena. In mezzo, tra la campanella che è musica per le orecchie e la cena, c’è il pomeriggio e per un ragazzino cresciuto negli anni settanta il pomeriggio era sempre un’avventura. Qualche pagina di sussidiario, che allora alle elementari di libro così come di maestro ce n’era uno solo, un po’ di compiti, male cha va divisioni a tre cifre o una poesia da imparare a memoria e poi via, fuori, strada, braghette corte o cappotto che sia, gettone in tasca perché non si sa mai e poi mondo, un mondo intero, tutto da scoprire, tutto da conquistare.

Via Bellezza 16

Dalle parti di casa c’è una palestra. Appuntamento all’angolo e poi tutti insieme, lui, il ragazzino e gli amichetti, passi lunghi e andare. Via Bellezza, civico 16. A inizio ‘900 orti, case popolari, opifici. Working class con una storia, alle spalle di sicuro, davanti è tutta una scommessa. A inizio anni settanta qualcuno nel seminterrato di via Bellezza 16 la storia cerca di conquistarla salendo su un quadrato stretto tra 12 corde. Ci vorrà del tempo prima che le corde diventino 16, tanti nel frattempo si perderanno.
Per il ragazzino però esiste solo ora, adesso, oggi. Un tempo unico che tende all’infinito.

Il Maestro li guarda, sorride e li lascia fare

Loro sgomitano per prendersi i posti migliori e poi rimangono lì, testa in su, indifferenti all’afrore del sudore al chiuso. Il mondo è un ring. La palestra è quella dell’Unione Sportiva Lombarda. Per tutti La Lombarda diventata Palestra Visconti dopo che lì il regista gira alcune scene di Rocco e i suoi fratelli. Sul ring facce da Basilischi e anche di più. Pugili venuti dal sud, vite dure forse mai risolte, cercavano la gloria, la strada. Pugni e speranza, pugni e fortuna, spesso avversa, ma non fa niente, o la va o la spacca.

Palestra Visconti
(La Lombarda. Una scena da Rocco e i suoi fratelli)

Il ragazzino si chiama Marco Massa

Ha il naso all’insù, guarda, manda tutto a memoria come se fosse una poesia da dire in classe il giorno dopo, solo che le poesie tra un po’ le avrà dimenticate, mentre quello che vede gli rimarrà dentro per sempre.  Non lo sa, ma quello che vede si chiama boxeador. Ci vorranno anni prima d’incontrarlo nuovamente. Il boxeador però non ha fretta, lo aspetta. Più che altro, non lo ha mai lasciato.

Marco Massa
(Marco Massa)

Alla fine del secolo il ragazzino vende cravatte in giro per il mondo

Il Millenium Bug minaccia di fermare tutto, non succede. O meglio, non succede al mondo, ma a lui sì. Tra un treno e un aereo scrive canzoni. Nel 1999 con Come un Tuareg vince il Premio Recanati. Si guarda dentro, si guarda intorno, si guarda le mani e poi decide: si ferma. La vita è una, che fai, non la vivi?
“Ho preso consapevolezza di quello che ero e di quello che volevo” mi dice Marco Massa “scrivevo canzoni, non era la mia professione, ma quando lo facevo stavo bene. Allora ho cambiato tutto. Con un figlio in arrivo lascio il lavoro e inizio a cercare di entrare nel giro della musica; case discografiche, concerti, serate. Idee tante, porte in faccia molte di più. Faccio i conti con me stesso, mi lascio andare, guardo le pareti, unica variante il soffitto. Poi arriva l’istinto, quello che hai e che a volte non sai di avere. Devo fare qualcosa che mi porti via. La scena si ripete. Esco di casa, quattro passi. Questa volta non c’è La Lombarda, ma c’è la palestra Ursus. Entro, rivedo le corde, i sacchi, sono assalito dallo stesso odore. Parlo con Francesco, l’allenatore. Torno il giorno dopo con sacca, muta e guanti. L’allenamento inizia così, mi prende e non mi lascia più. Mi alleno ogni giorno, più volte al giorno. È la mia risposta al dove andare e al cosa fare. Non divento un grande pugile, no, mai pensato di poterlo diventare. Ma imparo la tecnica, imparo a sentire i colpi prima che arrivino, a darli, a incassarli rimanendo in piedi. È forse qualcosa di diverso la vita?”

No, la vita non è qualcosa di diverso. Marco Massa lo sapeva già, ma la verità lampante disorienta sempre

Sale sul ring come se fosse musica, si muove come se fosse ritmo, le parole affiorano ed è incredibile come, dopo, tutto appaia più chiaro.
Musica e parole diventano la scelta irreversibile della sua vita ed è proprio in questo periodo, con il 2000 scavallato da poco che l’archetipo del pugilatore diventa per Marco Massa una sorta di spirito guida. È così che tra sacchi e guantoni le parole prendono forma, si allineano e trovano assonanze.

Sono un pugile suonato
Vado dritto contro i muri
E li abbatto come fossero pensieri

Dice così Come un pugile suonato. È il 2001 quando Marco Massa la scrive. Ha 38 anni. A quell’età la maggior parte dei pugili non combatte più. Lo fanno solo i migliori. Lo fa George Foreman che a 38 anni, tredici anni dopo the rumble in the jungle e dieci anni dopo il suo ritiro, torna sul ring. Per Marco Massa il match della vita inizia così.

Boxeador
(Boxeador)

Nel 2019 la campanella non è ancora suonata

Per Marco Massa il pugilato è diventato vita, passione, musica e cultura.
“Mi sono appassionato, innamorato direi, del pugilato cubano, la più grande scuola di pugilato al mondo a mio parere. Mi sono innamorato dell’amore che i pugili cubani mettevano nei loro pugni. Uomini come Teofilo Stevenson sono dei giganti, monumenti al senso della vita, non solo sport, ma molto di più. E la musica ha sempre guardato al pugilato da vicino. Un gigante come Miles Davis, nel pugilato ha trovato ispirazione, riscatto e lo stesso dolore del jazz. Da ragazzino ascoltava alla radio la cronaca degli incontri di Joe Louis e non ha mai dimenticato le esplosioni di gioia che nella comunità afro di St.Louis ne accompagnavano le vittorie.  Lui praticava il pugilato e fu il pugilato a farlo uscire dalla gabbia dell’eroina.”

Miles Davis, già

Me lo immagino poco più che ventenne chiedere a Bobby McQuillan di allenarlo. Da Bobby lo separavano una decina di anni. Bobby era un peso piuma, aveva combattuto, vinto il Golden Gloves di Buffalo e pare che la finale di New York l’abbia combattuta con un polso slogato. Pare anche che scrivesse poesie. Non mi stupirei. Ma si deve essere stupito Miles Davis quando Bobby lo rifiuta dicendogli che non vuole allenare un drogato. Miles se ne va, torna due anni dopo un po’ più pulito. Rabbia e dolore oltre che musica profonda diventano anche pugni. Indimenticabile la sua Boxer Suite con cinque monumenti della boxe che diventano jazz lirico: Muhammad Alì, Juan Carlos Durán, Archie Moore, “Sugar” Ray Robinson, Johnny Bratton. Indimenticabile il suo Tribute to Jack Johnson, il figlio di ex schiavi, primo afro-americano a diventare campione mondiale dei massimi.

 

Miles Davis
(1970. Miles Davis alla Gleason’s Gym, New York)

“Il mio pugilato è quello dell’anima, così vicino alla musica, così musica”

“Come posso non amare Panama Al Brown, la sua storia maledetta, la sua amicizia con Jean Cocteau, la sua vita disgraziata. Come posso non amare Carlos Duran quando dice “il pugilato mi ha dato tutto: amici, gloria, famiglia, soprattutto mi ha dato una nuova Patria.” E posso forse non amare Patria o Muerte. Venceremos! di Teofilo, del suo gran rifiuto e della sua Cuba? Dal 1962 al 2022 a Cuba il pugilato non poteva essere uno sport professionistico. I cubani non salivano sul ring per borse milionarie, avrebbero dovuto cambiare Patria e non l’hanno fatto. Ora non è più così e mi aspetto di vederne delle belle. Nel frattempo il mio pugile suonato ha trovato una nuova veste. Volevo tradurlo e musicarlo in spagnolo. Contatto Geronimo Labrada, cubano, produttore, ingegnere, ma sarebbe meglio dire artista del suono, musicista, poeta. Gli chiedo di ascoltare Come un pugile suonato. Ascolta, gli piace. Si può fare, mi dice.”

Boxeador nasce così

“Boxeador è il compimento di un percorso, una filosofia che ha trovato la sua strada e che mi ha portato a Cuba per due settimane. A Cuba abbiamo girato il video. A Cuba ho sentito e trovato quello che immaginavo. Gente, sorriso, fiducia, speranza, dignità. Pugilato e, ovviamente, pugili. Sono andato alla Gymnasio Rafael Trejo de l’Avana, un luogo dell’anima, non una palestra. Ho conosciuto Radames Castillo, ad esempio, e Osmany Barcelay. Iconico Osmany, è lui che apre il video di Boxeador, è lui il passepartout per il mondo che ho voluto raccontare.”

Quasi un pugile suonato
Sono lento, rintronato
Conta pure, presto o tardi, mi ritiro su.

“Boxeador è il compimento, la maturazione, ma non la fine di un percorso. Non sono mai stato un bravo pugile, ho solo imparato la tecnica e l’ho fatta diventare musica, il mio linguaggio, quello che sono e, soprattutto quello che voglio continuare a essere.”
Non è poco. No, non è poco.

Marco Massa e Radames Castillo
(Marco Massa con Radames Castillo)

Palestra Visconti

Lo scorso 8 gennaio ho messo in scena Boxeador in una performance alla Palestra Visconti. Oggi è un locale, ma l’afrore di sudore che sentivo mi è tornato vivo e prepotente in mente. Il ragazzino che ero negli anni settanta, quello che entrava lì a guardare i ragazzi che sul ring cercavano di sfidare il futuro prendendolo a pugni per farlo andare nel modo giusto, ha avuto un moto di gioia profonda. Il Boxeador è anche questo. E forse sì, era proprio lì che mi aspettava, forse sapeva che prima o poi sarei tornato.

Boxeador
(Boxeador)

Poi c’è altro

La mia conversazione con Marco Massa continua con altre divagazioni sul pugilato e sui suoi uomini straordinari. Per caso finiamo a parlare di Erminio Spalla, il pugile artista. Per caso, ma forse no, di Erminio Spalla avevo giusto iniziato a scrivere.
Le assonanze, proprio come la musica, trovano sempre le loro vie misteriose.

Marco Panella, (Roma 1963) giornalista, direttore editoriale di Sportmemory, curatore di mostre e festival culturali, esperto di heritage communication. Ha pubblicato "Il Cibo Immaginario. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015), "Pranzo di famiglia. Una storia italiana" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016) il thriller nero "Tutto in una notte" (Robin 2019) e la raccolta di racconti "Di sport e di storie" (Sportmemory Edizioni 2021)

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