lunedì, 2 Agosto 2021

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Il Napoli scudetto, liturgia di un amore

Il Napoli scudetto, liturgia di un amore
Davide Zingone
Il 10 maggio 1987 non è una data, è un monumento alla vita e alla gioia di una città che vive il suo primo scudetto come un evento corale irrefrenabile. Un evento che va oltre il tifo e che rimane impresso nella memoria di tutti per passare di bocca in bocca e di pagina in pagina ed essere raccontato al futuro. Proprio come in questa storia.

Praticamente un attimo

Sono passati trentaquattro anni da quel 10 maggio 1987. La data del Napoli scudetto.
Un turbinio di emozioni, suoni, volti, canti, sogni, palloni che rotolano e strade colorate d’azzurro si affaccia alla mia memoria: mi rivedo quattordicenne in quella calda primavera che sapeva di limoni, di primi amori ed invaghimenti, di speranza e di domeniche pomeriggio passate ad ascoltare la radio, tra un problema di geometria ed una poesia di Leopardi.
Ameri, Ciotti, Provenzali, e poi Paolo Valenti, Luigi Necco, Italo Kuhne non erano solo cronisti, ma bardi, cantori di un calcio mitico, che potevi sfiorare ma non afferrare, che potevi ascoltare ma non vedere, se non per quelle immagini, che all’epoca sembravano così generose, che passavano a Novantesimo Minuto o alla Domenica Sportiva.
Lo stadio San Paolo, moderno tempio pagano, lo avrei respirato solo qualche anno più tardi. Eppure, le imprese di quella squadra, del Napoli scudetto, il Napoli di D10s Maradona, di Bagni e di Giordano, di Bianchi e di Ferlaino, erano costantemente presenti nelle vite di ognuno di noi, surdati ‘nnammurati di quella maglia che “rassumiglia ‘o cielo e ‘o mare ‘e ‘sta città”, come cantava il poeta.  

Una squadra campione

Fu una lunga, avvincente, straordinaria cavalcata quella del Napoli che diventò Campione d’Italia per la prima volta in sessant’anni di vita. Era una squadra che rappresentava profondamente il Sud, incantevole e martoriato, che andava a sfidare le (pre)potenze del Nord. Una squadra che veniva accolta negli stadi di Milano, Torino, Verona con striscioni beceri ed idioti (Benvenuti in Italia; Napoli colera; Napoli fogna d’Italia, tanto per gradire) e tornava a casa con vittorie eclatanti. Ci levano gli schiaffi da faccia, dicevano i tifosi.
Lo stesso Diego, parecchi anni dopo, dichiarerà ad Emir Kusturica, regista del documentario sulla sua vita: “C’era la sensazione che il Sud non potesse battere il Nord. Noi andavamo a Torino e vincevamo. Sai cosa vuol dire che una squadra del Sud ne fa sei [gol] all’avvocato Agnelli?
Ricordo che la stampa giocò parecchio su questa profonda dicotomia su cui si regge la nostra amata Italia.
Quando la rete di Carnevale in quel Napoli-Fiorentina 1-1 cucì, di fatto, il tricolore sulle maglie azzurre, esplose una festa senza precedenti: non era solo la vittoria di una squadra meravigliosa, ma il Napoli scudetto fu trionfo di un popolo intero.

Un popolo campione

(Photo credit: Newfotosud Sergio Siano)

Molti, ingenuamente, forse ad arte, parlarono di risorgimento napoletano, come se l’affermazione in campo sportivo (Napoli dominava in quegli anni anche nella pallanuoto con Posillipo e Canottieri, ed erano forti le compagini di basket e volley) potesse trainare ed incentivare un risveglio sociale. In realtà, guardando a quegli anni dalla giusta prospettiva storica, mi accorgo che fu esattamente il contrario: le vittorie, come sempre succede nello sport, arrivarono, sì, grazie alla programmazione e al lavoro, alla dedizione ed alla determinazione, ma furono favorite da un ambiente che era finalmente cresciuto, pronto e consapevole.
Vincente, in una parola.


Era un’epoca di fermenti importanti, quella, di voglia di fare e di proporre in tutti gli ambiti. Con la sua genialità vulcanica, Napoli primeggiava in Italia nell’ambito della musica, con Edoardo ed Eugenio Bennato, con Pino Daniele, Nino D’Angelo, e poi con Di Capri, Avitabile, De Piscopo; al cinema con Massimo Troisi, all’apice della sua intensa ma troppo breve carriera; nella cultura, con Riccardo Pazzaglia e Luciano De Crescenzo, che vendeva milioni di libri di filosofia partenopea; in televisione con Renzo Arbore che, come sempre, amava circondarsi di personaggi ed artisti napoletani. Insomma, per la città della sirena addormentata sotto il vulcano sembrava proprio che ci fossero tutte le premesse per vivere un meritato siglo de oro, per lasciarsi finalmente alle spalle le contraddizioni, le sofferenze e le ataviche problematiche di ogni metropoli moderna, che però, stranamente, in riva al golfo più bello che c’è, fanno sempre più rumore. Quelle stesse problematiche su cui Troisi, in una intervista di Gianni Minà pochi giorni dopo lo scudetto, ricamò con quella sua straordinaria ironia, sferzante, ancorché garbata ed amabile. E alla domanda su cosa pensasse degli immancabili detrattori e odiatori seriali del Nord, rispose con un sorriso disarmante: “È meglio essere campioni del Nord Africa, piuttosto che fare striscioni da Sud Africa.” 
Ma le promesse di quella eccezionale stagione si rivelarono solo una tenera, delicata illusione.
Gli anni ’90 si aprirono con il secondo scudetto, che inaspettatamente, contraddittoriamente, diede l’avvio ad un lento ma inesorabile declino sociale, politico, economico e, infine, sportivo.

E che ve site perso!

Ma negli occhi e nella memoria restano scolpiti quei festeggiamenti prolungati, gioiosi, coloriti, coinvolgenti: caroselli di auto e motorini, concerti e spettacoli improvvisati in ogni quartiere della città, musica, cori, sorrisi e fuochi d’artificio. Per qualche giorno il popolo di Partenope si sentì più ricco, più unito, più felice, grazie alle finte di Maradona.
La sintesi più efficace dell’orgasmo che si visse in città in quei giorni è probabilmente affidata ad uno striscione, geniale, apparso all’ingresso del cimitero monumentale di Poggioreale: “E che ve site perso!”
Nel momento di gioia più grande vissuta dopo tanti decenni bui, il popolo napoletano regalava un pensiero divertito ed affettuoso anche ai defunti, a coloro che non avevano avuto la fortuna di assaporare quelle intense soddisfazioni.
Oggi viviamo una stagione diversa, ma a suo modo importante: il Napoli di De Laurentiis si attesta costantemente fra le prime e nuovi idoli hanno preso il posto di quei mitici eroi degli anni ’80.
Eppure, quando i ragazzini esplodono di gioia per un gol di Ciro Mertens, io non posso fare a meno di osservarli con un sorriso bonario e pensando all’altro ieri, al Napoli scudetto, non posso non dire: “E che ve site perso!”

Davide Zingone napletano classe 1973, vive a Roma dove si occupa di turismo e dirige un'agenzia letteraria. Laureato con lode in lingue e letterature Straniere e in Scienze Turistiche, parla correntemente sei lingue. Dello sport lo emoziona soprattutto la sfida dell'atleta a superare i propri limiti. Autore della rccolta di racconti umoristici "Storie di ordinaria Kazzimma", Echos Edizioni, Torino.

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