Il Petisso a 45 Giri. Un tricolore viola tra gommalacca e vinili

Bruno Pesaola, il Petisso, italiano di Argentina, in campo sempre con passione, anima, intelligenza e persino humour. Da calciatore ha lasciato goal, dribbling, discese veloci e punizioni al millimetro. Da allenatore uno scudetto alla Fiorentina e Coppe al Napoli e al Bologna. Scaramantico quanto si deve, difficilmente si separava dal suo iconico cappotto di cammello, aveva un rapporto speciale con la musica, in particolare con Peppino Gagliardi. E anche un suo 45 giri, "Settembre", gli sarà a lungo compagno di fortuna.
Petisso

Il Petisso, il garoto e cavallo pazzo. Non è una pellicola di Sergio Leone. Ma un film tricolore a tinte viola. Uno strabiliante trionfo costruito quattro anni prima. La linea di partenza fu tracciata nel 1965 con l’arrivo di Baglini, il Martin Lutero del calcio italiano. Puntare sui giovani e poi su gli innesti vincenti furono le sue carte. La storia e i trionfi non arrivano mai per caso.  Come l’ironia, l’acume e l’intelligenza del Petisso. Il napoletano nato all’estero. Con la nicotina interminabile tra le labbra e i dischi di Peppino Gagliardi sotto braccio.
I trionfi si sa, non si costruiscono in un giorno solo.
A volte, come nel caso del Petisso, si accompagnano con gommalacca e vinili.

La musica come rivoluzione culturale

Nel 1965 un giovanissimo Bobby Solo conquistava il Teatro Ariston con il brano “Se piangi se ridi”. Ciuffo ribelle, vena da Elvis. Melodie da crooner. La rivoluzione culturale, che era ai primissimi vagiti, correva sul filo. Negli States e in Inghilterra, giovani teen-agers (cosi si chiamavano all’epoca) impazzivano per quattro giovanissimi provenienti dal Maryside. Liverpool, la loro casa, i Fab Four stavano dando vita alla British-invasion. Una rivoluzione musicale senza precedenti.
Anche nel calcio, soprattutto sulle sponde dell’Arno, era tempo di cambiamenti.

Chiamatemi Martin Lutero. Il fiuto lungimirante della coppia Baglini-Chiappella

Il 3 Febbraio del 1965, il giglio viola cambia proprietà.
Nuovo padrone, nuovi obiettivi, ma ogni cambiamento si sa, porta sempre le sue critiche. Il grande patron porta il nome di Nello Baglini. Il presidente intuì subito le potenzialità della società e dettò una linea pragmatica unita ad acquisti utili e mirati. Più spazio ai giovani e un solo acquisto a stagione. In città qualche benpensante storce il naso. Si critica e si mugugna. Ma Baglini si autoproclama il Martin Lutero del calcio italiano. Un riformatore di idee e di pensiero.
Gli obiettivi principali: essere in regola con il bilancio e potenziare l’organico. Baglini aveva il suo uomo di fiducia: Beppe Chiappella. Allenatore che sposò la causa. Nella prima era “luterana” viola, arrivò un ottimo quarto posto.  Chiappella era il padre amorevole. I giovani ventenni e rampanti portavano i nomi di: Merlo, Ferrante, Orlando, Pirovano e Brugnera.
La stagione 1965-1966 consacrò i viola con la conquista della Coppa Italia. La strada fu tracciata ed anche integrata con nuovi innesti; in rosa furono introdotti Diomedi, Chiarugi e un giovanissimo Esposito.

L’anno solare 1966 fu però maledetto in eterno

Il 4 novembre l’Arno ruppe gli argini e devasta la città. Un’alluvione senza precedenti. Firenze è scossa, tramortita, ferita. L’acqua diventa un flagello. La corsa, il fango, la paura. Il respiro è pesante, le opere della culla del rinascimento sono in pericolo. Anche i calciatori viola, levano gli scarpini e diventano “angeli del fango”.

Petisso Pesaola

Il 68′ e la Beat Generation. L’addio di “Uccellino Hamrin” e l’affermazione di “Picchio”

Il 1968 è l’anno del Club dei Cuori Solitari. Il disco è l’album più importante della storia del rock.
Se i Beatles decisero di cambiare e giocare con la loro arte vestendosi da “sergenti” in amore, anche i viola scelsero che era tempo di cambiare. Hamrin “uccellino” di Stoccolma, bandiera della viola per nove anni, viene sostituto da Amarildo. L’ex centravanti del Milan, arriva sull’Arno con la fama di giocatore rissoso e “pericoloso”. Famoso più per allungare le mani che i piedi. Con la casacca rossonera aveva realizzato ventotto reti e nel mondiale si era distinto per aver ben rimpiazzato la “perla nera” Pelè. Ma la gente in città è poco convinta. Il motivo sono gli innumerevoli cartellini rossi collezionati dal brasiliano di Rio de Janeiro.
I legnosi terzini italiani lo stuzzicavano in continuazione. E soventemente reagiva, furioso, tanta rabbia mista anche ad insulti e lacrime contro l’avversario di turno.
L’andamento altalenante della squadra costrinse la società ad esonerare Chiappella. Grazie, ma l’addio fu inevitabile. Una piccola epoca si era appena conclusa. La dirigenza scelse la coppia Ferrero e Bassi.
La viola arrivò ad un soddisfacente quarto posto.
I fari però continuavano ad illuminarsi sui giovani talenti in squadra.
Giancarlo “Picchio” De Sisti si confermò come tra i migliori registi in Italia. Maraschi si riconfermava un piccolo animale dell’area di rigore, realizzando 12 reti. Amarildo, dopo un avvio incerto, dimostrò la stoffa e la classe da campione. Un giovanissimo Luciano Chiarugi, proveniente da Pisa, conquistò la curva Fiesole con il soprannome di “cavallo pazzo”. Qualcosa era pronto a nascere e finalmente a realizzarsi per il popolo fiorentino.

Dieci anni infiniti

Il freddo gennaio del 1969 sancì la fine di un’epoca.
Gli occhi del mondo erano tutti all’insù. Indirizzati verso un tetto della fumosa Londra. Al numero di 3 di Savile Row, tetto della Apple Corps, i Beatles diedero il loro definitivo addio alla musica.
Quarantadue minuti per salutare, in un concert-live i loro fans. Per Sempre. Si chiudeva il decennio che aveva riscritto la storia della musica. Il mondo ripartiva verso tempi più elevati, ma anche più anarchici.

Gazzetta dello Sport scudetto Fiorentina

Nuovi giorni iniziavano anche a Firenze

La società viola cercava un nuovo comandante.
La scelta ricadde sul “petisso” Bruno Pesaola. Ottimo allenatore l’anno prima a Napoli. Piccolino, scaltro, gran conoscitore di calcio e un’ironia senza tempo. Ad aprire la stagione le cessioni eccellenti di Albertosi e Brugnera. Dalla terra sarda arrivò Rizzo. Per la cifra di quattrocento milioni (cifra monstre all’epoca) fu ceduto Bertini all’Inter.
A vestire la casacca viola arrivarono Stanzial, Mariani e Del Fabbro.
I mugugni del popolo toscano si gonfiavano come una schiacciata toscana. Tutti i dubbi erano leciti. Ma un allenatore come Pesaola, con la sua impareggiabile verve avrebbe messo tutti d’accordo.

È un frasario il Petisso

Di lui e con lui si potrebbe scrivere un vocabolario. Quando un avversario lo batteva, sovente riconosceva il furto de “la idea”, detto con gusto e accento argentino. Un mago della tattica, che anticipò tutti.
Ma intanto c’erano le rivali che si erano rinforzate. La Juve con Anastasi, il Bologna con Mujesan e il Torino con Mondonico. E poi c’erano il Milan dei gioielli Rivera e Prati. Il Petisso sbalordì tutti. Dopo un amichevole con il Grasshopers giurò di farsi frate trappista se la Viola non avesse lottato per lo scudetto.
Anche di Napoli Pesaola aveva un ricordo ironico. La paragonava ad una città con tre seni. Lui aveva preso quello meno importante. Genio.
Il Petisso aveva capito di avere un gruppo eccezionale tra le mani, sia tatticamente che umanamente.

Il campionato non iniziò sotto i migliori auspici

La squadra stentava a decollare. Dopo una sconfitta interna con il Bologna però scattò la famigerata “molla”.
L’orgoglio prese il sopravvento. E si inanellarono una serie di risultati utili. La difesa divenne punto di forza con il trio Superchi, Brio e Ferrante. A centrocampo giganteggiava la coppia Esposito-De Sisti. In attacco il trio di forza ed estro composto da Maraschi, Amarildo e Merlo.
La cavalcata viola però fu incerta fino all’ultima tornata.
A contendere il tricolore c’era il Milan del golden boy Rivera e il Cagliari di Gigi “Rombo di Tuono” Riva.

 

La penultima di campionato era decisiva

Il Milan era di scena a Napoli mentre i viola a Torino.
Il Petisso, con la sua perenne calma inglese invitò tutti i suoi giocatori a vedere un film western, mentre lui avrebbe dormito tra due guanciali. Ovviamente non fu mai così.
La radiolina portò buone nuove.
I rossoneri e i partenopei terminarono a reti inviolate. La viola era a un passo dalla storia. Maraschi e Chiarugi stesero la vecchia signora.
Il buon Petisso, l’uomo de “la ìdea”, delle mille sigarette fumate in panchina portò lo scudetto a Firenze.
Quel tricolore era anche però del piccolo, ma grande, riformatore Baglini. Un uomo che seppe ricavare tanto con poco.
Ancora oggi la Fiesole ricorda quell’annata leggendaria e disincantata. E i suoi giovani rampanti protagonisti come nel romanzo di Calvino. E anche quella volta c’entrava la Viola.
Un trionfo sulle note di “Come le Viole” e “Settembre”.
Tra una trasferta e un negozio dischi.

Pesaola

Entrare nella mente del Petisso era qualcosa di profondo ed evocativo

Alcuni dei suoi uomini di quel magnifico tricolore viola lo definirono un uomo “psicologicamente positivo”. Una persona capace di analizzarti grazie ad una battuta o semplicemente con l’ironia. Era criptico, ma al contempo astuto, furbo e creativo. Aveva fiuto Pesaola, una sorta di intuito misto alla capacità di sdrammatizzare. Una rarità negli allenatori. Aveva la ricetta giusta ed utile per amalgamare uno spogliatoio. Un collante fatto di acume tattico, misto ad un verbo intelligente e acuto.

Le parole sono suoni, frasi, scritture

Pesaola si portava dietro la sua napoletanità divagante. E con essa la sua passione per la musica. Che non mancava mai insieme alle sue sigarette. Era amico intimo dello chansonnier partenopeo Peppino Gagliardi.
Tre anni prima, nel 1967, si esibì al Festival di Sanremo con un rosario tra le dita cantando insieme a Pat Boone il brano “Se tu non fossi qui”.
Da buon figlio di Napoli, il Petisso era anche un sagace scaramantico. Non è vero ma ci credo, come recitava il grande Eduardo De Filippo.
Così nella prima trasferta di campionato, nel campo ostico di Roma, ebbe l’estrosa idea di portare con sé un 45 giri, con il singolo “Settembre”.
La traccia fu quella che guidò i viola per tutta la stagione e di conseguenza allo scudetto. Ma Petisso non si limitò alla sola trasferta. Soventemente faceva girare il giradischi anche negli spogliatoi di casa, con i giocatori viola che si trovavano ad ascoltare il brano “Come le viole” dell’amico-mentore Gagliardi, mentre praticavano massaggi o durante l’intervallo. 

Peppino Gagliardi

La Viola andò in quella stagione oltre ogni ostacolo

Oltre ogni ostacolo, sì. Anche quando, durante una trasferta a Brescia, il Petisso dimenticò il suo fidato 45 giri a casa. La soluzione fu quella di far scendere alcuni giocatori dal pullman e andare a comprarlo in un negozio di dischi. Ricordare la grandezza, la simpatia e l’innato senso ironico del Petisso significa ricostruire un pezzo di storia del calcio italiano.
Un uomo profondo, capace e astuto.
Petisso o “piccolino”, solo di statura, ma immenso maestro di saggezza e di humour.

Sergio Cimmino Nasce a Napoli nel 1982. Collabora in ambito comunicativo, radiofonico, musicale e culturale. Da freelance lavora per testate nazionali, web tv e ha contribuito alla realizzazione di musical ed eventi.

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