sabato, 19 Giugno 2021

Ogni primo venerdì del mese Sportmemory e le sue storie
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Manihi, la prima pass oceanica non si scorda mai

Manihi, la prima pass oceanica non si scorda mai
Luca Andreassi
Dalla Piscina dei Mosaici del Foro Italico alla pass oceanica di Manihi in Polinesia: la storia di come, entrato in acqua quasi per caso, la muta sia poi stata per anni la mia seconda pelle.

Per quasi tutta la vita ne ho avuto paura e anche se andavo in apnea fin da piccolo, con risultati poco brillanti devo dire, l’idea di stare sotto venti o trenta metri d’acqua attaccato a qualcosa che si potesse rompere mi spaventava ed in più, avendo incontrato spesso gruppi di sub con mute, bombole, erogatori, pesi e tanto altro, lo trovavo incredibilmente faticoso e in realtà bastava solo l’idea ad affaticarmi al punto da rimanerne ben lontano.
Almeno così è stato fino al 1997.

Nel 1997 ero già un po’ avanti con gli anni essendo del ’62, ma in uno di quei momenti della vita quando cerchi di aggregarti a qualcuno, un ragazzo con il quale lavoravo mi racconta della sua passione, la subacquea e così, spinto dalla mia innata curiosità, gli chiesi di darmi un indirizzo dove poter andare e lui mi indicò il Centro Subacqueo Tuscolano che faceva lezione in quel gioiello del razionalismo che è la Piscina dei Mosaici al Foro Italico.
Una sera andai a conoscerli, mi fecero una buona impressione e così decisi di andare anche all’appuntamento seguente anche se subito mi avvisarono che avrei fatto bene a portarmi un grosso borsone dove mettere tutto il mio abbigliamento, scarpe comprese, perché lasciare qualsiasi cosa nello spogliatoio poteva comportare di andare a casa in costume e ciabatte.
Così andai un po’ perplesso, ma curioso.

La Piscina dei Mosaici al Foro Italico è bellissima, enorme, profonda ma quanto di più incasinato si possa immaginare, chi non l’ha vissuta non riesce a farsi un’idea degli spogliatoi. Uscito di lì pensi ecco adesso diventerò un’unica grande verruca, e invece niente, mai niente, forse per la quantità di cloro e disinfettanti vari usati. Non sapevo di essere incappato in un corso FIPSAS che non è un corso come quelli che fai nel villaggio estivo e che durano 6 giorni, ma è una specie di corso paramilitare (per me naturalmente che non sono uno sportivo), della durata di sei mesi e con esercizi di apnea alcuni dei quali mi ricordo ancora oggi. Anche l’atteggiamento degli istruttori ricalcava questa linea, e pur se con molta simpatia erano abbastanza severi.
Ho scoperto negli anni che tra il mio corso e quello che avevano fatto loro c’era la stessa differenza che c’è tra una corsetta di 30 mt per prendere l’autobus e la maratona delle olimpiadi, e dire che a me sembrava così duro il mio.

Comunque faccio il corso; sono caparbio, non potevo ritirarmi e dopo un po’ mi inizio anche a divertire, finché viene il giorno della prima immersione.
In realtà tu sei tutto pronto, ti sei comprato muta pesi pinne maschera e boccaglio e ti immagini di immergerti nel profondo del mare blu, ed invece ci portano, a noi neofiti, tra Santa Marinella e Civitavecchia, sotto un cavalcavia dell’autostrada su una spiaggia di sassi sporca con il mare marrone e ti dicono che la prima cosa che bisogna imparare è la pesata. Un po’ scocciato penso facciamo sta pesata, la quale consiste nel mettere dei piombi sulla cintura, entrare in acqua, stare a polmoni pieni con la superfice del mare che doveva restare a livello degli occhi, poi si espirava e si doveva scendere in maniera decisa, perché il peso non deve essere né troppo né poco, se troppo esci dall’acqua sganci la cintura e togli un peso, altrimenti lo aggiungi.
Uno può pensare e che ci vuole? Provate voi a uscire dall’acqua con le pinne altrimenti i sassi ti distruggono i piedi, la maschera, andare sulla spiaggia togli metti rientra riesci ritogli e via dicendo, tutto quanto naturalmente con 30 gradi e mentre sudi come un tapiro nella savana. Dopo mezz’ora, come diceva un mio zio toscano, avevo inventato delle bestemmie bellissime.
Alla fine impietositi mi hanno aiutato e finalmente sono sceso nelle profondità marine, dove ho visto con difficoltà perché l’acqua era marrone e non turchese , buste di plastica, bottiglie di plastica e vetro, immondizia varia lasciata dal genere umano di ogni tipo e finalmente il relitto…… un vecchio camion arrugginito e quasi distrutto, il tutto facendo un saliscendi continuo perché in poca acqua ( forse 5-6metri) e con l’assetto da principiante stai sempre con il sedere in alto e all’aria fresca….
Comunque non mi rassegno al fatto che potesse non essere uno sport per me e proseguo il percorso formativo fino a quando non arriva il grande giorno dell’immersione all’Argentarola a Porto Santo Stefano.
Sveglia alle 6 (i sub iniziano presto, sempre, perché? Ancora non l’ho capito), carichi la tua tonnellata di attrezzatura in macchina e parti, arrivi e sali sulla barca con lo sguardo di chi è il più esperto e fico del mondo cercando di dissimulare gli strappetti che ti sei fatto per passare il borsone le bombole e tutto il resto con certa scioltezza a chi era già in barca e parti.
Sulla barca scherzi dei più esperti tipo nonnismo leggero però, preparazione dell’attrezzattura accurata e arrivo sul punto di immersione, briefing, divisione in gruppi e partenza.
Da quel momento è cambiato tutto, sarà per l’emozione di essere sott’acqua, nel silenzio dove cogli le differenze del rumore delle bolle emesse dall’erogatore alle profondità diverse, dalla bellissima parete vista quel giorno, dallo stare mano nella mano con un’istruttrice, molto carina devo ammettere, perché mi riteneva indisciplinato (ho sempre avuto la tendenza a scendere troppo), sarà per i pesci visti, ma è esplosa la passione e da quel giorno ho iniziato a fare decine di immersioni.
Forte della nuova passione, mi intrufolo nel gruppo dei “grandi”, riesco a convincerli a portarmi con loro e quindi, invece delle poche immersioni previste, ne faccio molte di più, tutte nel Mediterraneo, ma bellissime. Porto Santo Stefano, Giglio, Giannutri soprattutto, Ventotene dove prendo il primo brevetto.
In tutto conosco sempre meglio Marco, uno degli istruttori, che negli anni diventa uno dei miei migliori amici, e con lui in solitaria ed insieme ad altri istruttori facciamo immersioni sempre più impegnative e belle.

Con Marco da soli durante l’estate trascorsa con le nostre compagne facciamo l’Elba, l’isola di San Pietro, Lampedusa e soprattutto Ustica.
Ecco Ustica merita un capitolo a parte, sotto la superficie è meravigliosa, forse perché è un parco marino che riescono a far rispettare piuttosto bene. A Ustica ho fatto delle immersioni meravigliose, ho visto passaggi di pesce di ogni tipo e alcune immersioni rimarranno sempre nella mia mente.
Uno dei primi viaggi sub che ho fatto è stato il Mar Rosso, 1997, primo brevetto ma, devo dire con esperienza maggiore per quanto detto, cosa che mi ha permesso di fare anche lì belle immersioni tra le quali il Thistlegorm, relitto scoperto da Cousteau, nave inglese che negli anni ’40 trasportava equipaggiamenti per le truppe. Immersione non facile perché si deve scendere nel blu fino al relitto e girarlo cercando di non farsi attrarre troppo dalla stiva inferiore, cosa che naturalmente non mi ha trovato d’accordo…
Comunque andando avanti negli anni arriva il 2003 e, in viaggio di nozze, approdo in Polinesia, uno dei posti più incredibili per vita sottomarina che abbia mai visto (le Maldive assolutamente non reggono il confronto).
Dopo una breve permanenza a Bora Bora mi trasferisco a Manihi, atollo delle isole Tuamotu 25 km quadrati, isola delle perle nere (le coltivano): sull’isola non c’è nulla ma nulla di nulla, il resort, la spiaggia il sole e il mare, ma…c’è la quinta pass oceanica al mondo.
La pass è semplicemente il passaggio dell’acqua dal reef esterno all’interno dell’atollo.
Immersione per esperti, all’epoca chiedevano non meno di 55 immersioni certificate e prima ti volevano vedere in acqua. Vengo accettato ed all’orario giusto (la pass si fa in entrata non in uscita) partiamo e usciamo dall’atollo.

Il briefing è breve, ci spiegano che saremmo scesi velocemente ad una profondità di circa 30-35 mt e poi piano piano saremmo risaliti verso l’entrata della pass dove una forte corrente ci avrebbe spinto verso l’interno dell’atollo e ci avrebbe portato fino a circa 3 mt di profondità, quindi di non provare a fermarci, ad opporci, di mantenere l’assetto e non dare retta al computer che avrebbe suonato impazzito per la risalita troppo rapida. All’ultimo di non preoccuparci degli squali che avremmo incontrato all’esterno perché non ci facevano nulla… Ora ovviamente ci stai e parti, squalo più squalo meno, e poi pensi siano i soliti squaletti di barriera con la pinna nera.
Naturalmente ti tuffi con tutta la tua bella attrezzatura leggera da Polinesia affittata in loco ad eccezione del computer maschera pinne che religiosamente ti seguono ovunque, scendi a 35 mt e ti guardi attorno in questo mare trasparente e pieno ma pieno di pesce, tranquillo, poca corrente, e qualche squalo che non ha l’aspetto del pinna nera da barriera, ma sembra proprio un bello squalo grigio tendente al sovrappeso e nel mio caso con prole vicino.
A questo punto un piccolo pensiero sul perché ti trovi li lo hai, però procedi dove ti dice la guida e piano piano avvicinandoti alla barriera risali, la guida ti indica “l’entrata” e tu sali ancora un po’, verso i 25 metri se ricordo bene senti come una gigantesca pedata nel sedere e parti con una velocità pazzesca verso l’alto e l’interno. Il computer impazzisce, non vi fermate dicevano? Impossibile verresti capovolto, la velocità è incredibile per un’immersione e nel frattempo guardandoti intorno vedi tutto, pesci impazziti che giocano, mangiano, si rincorrono, di ogni grandezza e ogni colore, coralli, e tutto quello che potresti pensare di vedere in un acquario meraviglioso con un mare di una limpidezza incredibile. Vorresti fermarti per osservare ma non puoi, ci provo anche (ho detto di essere indisciplinato) ma vengo letteralmente strappato via dalla corrente, dopo un po’ inizi a pensare a come e quando ti fermerai…
Improvvisamente superi una specie di dosso, oramai a tre metri di profondità, prosegui ancora un po’ e vieni sparato verso il basso (a quel punto il computer si vorrebbe suicidare) e improvvisamente come se si aprisse un grande paracadute dietro di te ti fermi ad una profondità di circa 15 mt. Indubbiamente sei un po’ ubriaco e quindi ti giri intorno un po’ confuso, perché in questa immersione si fa tutto ciò che non si dovrebbe fare.
Nel mio caso, ma questa è la casualità della subacquea, alzo la testa e vedo tre mante in formazione che mi passano sopra, credo a circa 5 metri di distanza.

La pass oceanica non è la solita immersione; è veloce, non stai lì tranquillo a goderti il paesaggio, ma lo subisci, non puoi fare niente di diverso e non vale nulla di quello che ti hanno insegnato durante i corsi.
Di fatto la pass oceanica è libertà inebriante e assoluta, e forse è proprio per questo che la ricorderò tutta la vita.

Luca Andreassi, oculista, appassionato di arte cibo e vino, amante in generale del bello, felice di svolgere il proprio lavoro ma assolutamente certo che se potesse vivere di rendita lo farebbe senza annoiarsi un minuto. Ama le aste, il rispetto per la parola data, la coerenza, anche se non sempre ci si riesce. Per lui l’amicizia è molto importante e non va mai tradita.