mercoledì, 23 Giugno 2021

Ogni primo venerdì del mese Sportmemory e le sue storie
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Giancarlo Ceruti. Sindacato, passione e ciclismo

Giancarlo Ceruti. Sindacato, passione e ciclismo
Bruno Ravasio

Il 31 marzo 2020, in quel tempo cupo di campane a morto a colazione e campane a morto all’ora di cena, il maledetto Covid 19 che nelle nostre zone di Bergamo, Brescia, Lodi e Cremona colpiva nel mucchio e sembrava odiare particolarmente la mia generazione, si è portato via a 67 anni anche Giancarlo Ceruti.

Io l’avevo saputo dal giornale radio delle diciannove, un breve annuncio al notiziario sportivo. Avrebbe meritato, Giancarlo, qualche parola in più perché lui non era stato solo il presidente della Federciclismo in un periodo in cui, accanto a successi mondiali, il ciclismo aveva dovuto fare i conti con l’esplosione del doping – a partire dal caso Pantani -con gravi rischi per la salute dei corridori. Ma era stato un caso più unico che raro di dirigente sportivo arrivato ai vertici della Federazione ciclistica italiana e del Coni senza nessun titolo, nessuna appartenenza alle élite che spesso comandano nello sport, senza nessuna raccomandazione, e con la sola forza del suo coraggio, della sua determinazione, delle sue straordinarie capacità relazionali. Doti che aveva affinato, anche in questo caso rappresentando un “unicum” nel panorama sportivo, con la sua militanza nella Fiom Cgil, prima segretario a Cremona e poi a Monza. Quando a mia volta fui eletto segretario della Cgil di Monza e Brianza, conoscevo già Ceruti, e le righe che seguono sono dedicate proprio a una memorabile giornata che lui procurò a me e a Riccardi Terzi. Ma a Monza il rapporto si è consolidato e in qualche misura sono stato complice della sua “scalata” alla presidenza della Federciclismo. Era troppo occupato, in quel periodo, Giancarlo a vincere la sua battaglia sportiva e io lo sostituivo volentieri anche in alcune vertenze sindacali di sua competenza, in particolare quella relativa alla chiusura della Philips di Monza, l’ennesima multinazionale che abbandonava l’Italia per trasferirsi in un paese dell’Est. Ciò che mi costava gli affettuosi rimproveri della compagna Maria Grazia Ghezzi, mitica responsabile della “potente macchina organizzativa della Cgil Brianza” (come l’aveva definita un giornale “nemico”) che mi minacciava di non pagarmi lo stipendio e di mandarmi a ritirare la busta paga alla Fiom.

Giancarlo fu presidente della Federazione ciclistica italiana per due mandati, ebbe molti successi, anche con Franco Ballerini (un altro commissario tecnico che mi presentò come “compagno”) ma subì anche molti attacchi a cui oppose la forza della sua dignità. Dopo il periodo della Federciclismo e la pensione si rimise a studiare, prendendo tre lauree in Filosofia, Scienze politiche e Scienze Antropologiche. Mi restano di lui i suoi saluti recenti e i suoi tre libri da antropologo in bicicletta.

Bruno Ravasio

Il giorno trenta di maggio del 1995 fu sicuramente una delle giornate più belle della vita di Tony Rominger. Ci potrei scommettere, se solo sapessi come rintracciarlo e lui parlasse, come credo, l’italiano. Perché Tony Rominger è svizzero, della svizzera tedesca, ma ha corso in bicicletta tanti anni in Italia, e lasciamo stare che frequentava un po’ troppo il discusso dottor Ferrari, mentre io il tedesco non lo parlo e non lo capisco. Ma se potessi chiederglielo direttamente in italiano, sono sicuro che mi risponderebbe che sì, sicuramente il giorno trenta del mese di maggio dell’anno del Signore 1995 è stato per lui uno dei giorni più belli della sua vita.
Quello che invece sicuramente Tony Rominger non sa, e d’altronde sarebbe quasi impossibile spiegarglielo anche in perfetto tedesco, è che quello stesso giorno fu anche per me uno dei più belli della mia vita.
Ora, io so perfettamente perché quel giorno è stato, con tutta probabilità, fra i più belli della vita di Tony Rominger. Il fatto è che quel giorno Tony Rominger vinse in maglia rosa la diciassettesima tappa del settantottesimo Giro d’Italia, Cenate Sotto –Selvino, cronometro individuale di 43,43 chilometri, consolidò il suo primato in classifica e con questa impresa fu chiaro a tutti, lui per primo, che nessuno avrebbe potuto strappargli la maglia rosa fino alla fine del Giro.
Più difficile sarebbe spiegare a Tony Rominger perché quella sua vittoria c’entri qualcosa con uno dei miei giorni più belli, ma se mi capitasse – non si sa mai nella vita – di parlargliene gli direi che, tanto per incominciare, c’ero anch’io in quella cronoscalata al Selvino.
Ma poi dovrei andare un po’ più lontano e esattamente a quaranta giri d’Italia prima, il quattro giugno del 1955, tappa Trento – S. Pellegrino.

Avevo nove anni scarsi, allora, ma il ciclismo (e il calcio, naturalmente) per noi ragazzi del quartiere delle case operaie del Cotonificio Legler era pane quotidiano. Era le biglie di vetro con dentro l’immagine dei campioni per infiniti Giri d’Italia sulla “pista” scavata per terra, con le curve rialzate e quando la biglia usciva dai margini si “forava” e bisognava restare fermi un giro. Era le fotografie color seppia e le caricature dei corridori sullo Sport Illustrato, che si poteva sfogliare dal barbiere, era le corse con il cerchione della bicicletta. Era le cronache che si sentivano alla radio (ah, la voce di Ferretti che un uomo solo in testa alla corsa, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è …). E per noi nati nel dopoguerra il mito era proprio Fausto Coppi. I nostri genitori erano quasi tutti bartaliani in virtù della sua appartenenza all’azione cattolica, noi eravamo coppiani non per scelta ideologica ma semplicemente perché quando noi cominciammo a tifare, Bartali era ormai vecchio e non vinceva più.
Per cui anche quell’anno 1955, nel trentottesimo giro d’Italia, come tutti i miei amici avevo tifato disperatamente per Coppi, che per la verità aveva ormai anche lui i suoi anni. Ma niente da fare, nella lotta fra i vecchi leoni Fausto Coppi, Fiorenzo Magni e Rafael Geminiani si inserì il giovane toscano Gastone Nencini che a Trento, alla fine della battaglia sulle Dolomiti, era maglia rosa con 43” su Geminiani e 1’29” su Fiorenzo Magni. Ormai il giro sembrava concluso, mancavano solo due tappe di pianura all’arrivo a Milano e io mi ero rassegnato. In fondo non mi dispiaceva che quel giro lo vincesse Nencini, che mi stava simpatico perché la mia biglia da competizione riportava proprio la sua immagine. E poi meglio lui che il rivale Fiorenzo Magni, che aveva sostituito Bartali nell’antagonismo con Coppi.
Ma nella penultima tappa, la Trento – San Pellegrino, appunto successe qualcosa di clamoroso.

Si correva su strade prevalentemente non asfaltate e quando mancavano ancora più di cento chilometri all’arrivo Nencini, che già in precedenza è caduto nella ghiaia, fora una gomma. Magni scatta e Coppi gli va dietro, per un po’ rimane incerto se aiutare Magni oppure favorire il rientro di Nencini, poi Magni lo convince e i due ci danno dentro come forsennati, il resto del gruppo non si mette contro i due dioscuri e addio Nencini. La notizia corse alla radio e le strade si riempirono di una folla mai vista prima né dopo a inneggiare ai due vecchi campioni. Anche mio zio Edoardo si precipitò in bicicletta al bivio di Valbrembo a aspettare la corsa e mi caricò sul canotto della sua bicicletta. Fu così che per la prima volta vidi Fausto Coppi e Fiorenzo Magni “live” a tutta nella polvere della strada e fra la folla osannante. Dopo cinque minuti passò Nencini con la maglia rosa insanguinata e le lacrime agli occhi in testa a un gruppo del tutto indifferente al suo dramma. A San Pellegrino, come da accordi, primo Coppi e a Magni il Giro.
Ma anche se Coppi vinse la tappa, io ci rimasi molto male.
Allora non sapevo niente di fascismo e di antifascismo e non potevo immaginare che nel passato di Fiorenzo Magni ci fosse l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana e forse anche qualcosa di peggio. A me Magni stava antipatico un po’ perché la sua canizie lo faceva sembrare un vecchio che si ostinava a correre in bicicletta, e più ancora perché era rivale di Coppi. E dunque avrei preferito che il Giro, perdendolo Coppi, lo vincesse Nencini.
Soprattutto una cosa non riuscivo a accettare. Perché Coppi in quella occasione aveva scelto di allearsi con Magni? Non avrebbe dovuto, con gesto magnanimo da campione al tramonto, favorire un giovane piuttosto che l’antipatico Magni che oltre tutto gli aveva rubato il Giro d’Italia del 1949, quando riuscì a contenere il distacco da Coppi sul Pordoi a forza di spinte degli spettatori? Mi sembrava, insomma, che Coppi avesse “tradito” Nencini, la cui immagine con la maglia rosa insanguinata e il viso bagnato di sudore misto a lacrime mi ha tormentato per molti anni.
Tra l’altro Magni si guardò bene dal ricambiare la cortesia a Coppi. Al Giro di Lombardia dell’anno successivo, e precisamente il ventuno di ottobre del 1956, Fausto Coppi in fuga da solo inseguiva la sua ultima grande vittoria in una classica del ciclismo. Tutti gli avversari erano ormai rassegnati quando Magni, sembra provocato dalla Dama Bianca, si mise a spingere sui pedali come un dannato riuscendo a riportare il gruppo su Coppi a pochi chilometri dal traguardo a Milano. Coppi, nonostante la fatica della fuga solitaria per tanti chilometri, si impegnò ugualmente nella volata ma fu battuto dal giovane velocista francese André Darrigade. E stavolta toccò a Coppi piangere come un bambino e persino Darrigade si scusava per avergli negato un’ultima vittoria.
Ma allora, a maggior ragione, perché l’anno prima Coppi aveva stretto quel patto scellerato? Possibile che per il piatto di lenticchie della vittoria di tappa a S. Pellegrino avesse venduto la primogenitura del Giro d’Italia al nemico Fiorenzo Magni?

La risposta a questa mia domanda, che non dico mi ha perseguitato per tanti anni, ma che riaffiorava come un’ombra leggera, una piccola nube passeggera a ogni racconto televisivo, a ogni libro, a ogni articolo che rievocasse le gesta del Campionissimo, mi è arrivata – ecco il punto – proprio quel giorno in cui Tony Rominger vinse la cronoscalata al Selvino.
C’ero anch’io, come già detto, e se ero lì non certo in qualità di corridore ciclista, c’ero però in veste di suiveur molto privilegiato. Addirittura per seguire la corsa sull’auto del commissario tecnico della nazionale ciclistica Alfredo Martini. Come fossi finito sull’auto di Alfredo Martini, si deve – per quanto strano possa apparire – alla circostanza che io ero nella segreteria della Cgil Lombardia, che il segretario generale della Cgil Lombardia era Riccardo Terzi e che il segretario della Fiom di Monza era Giancarlo Ceruti. In qualità di responsabile dell’organizzazione avevo gestito il passaggio di Giancarlo Ceruti dalla Fiom di Cremona a quella di Monza e Brianza scoprendo che Giancarlo, oltre che sindacalista era anche così appassionato da diventare vice-presidente della Federciclismo.

Come riuscisse, Giancarlo, a conciliare l’attività di segretario di una struttura provinciale molto importante del sindacato dei metalmeccanici della Cgil con l’attività di vicepresidente della Federciclismo si spiega solo con Giancarlo stesso. Alto, fisico prestante, carismatico, vulcanico, solo lui poteva tenere una relazione al direttivo della Fiom, scappare a un incontro a Milano nella sede della Federciclismo, rientrare per le conclusioni del direttivo rispondendo esattamente agli argomenti sollevati nel dibattito, gestire nel primo pomeriggio una vertenza sindacale e poi partire in auto per la Toscana, andare a cena con il commissario tecnico Martini, e ripresentarsi puntuale il mattino dopo al picchetto dell’Autobianchi di Desio che aveva pensato bene di licenziare tutti i tremila operai. E in mezzo mille telefonate a delegati sindacali, corridori, dirigenti di società ciclistiche, controparti padronali.

E che cosa c’entrava Riccardo Terzi? C’entrava perché avevo scoperto una cosa che non tutti sanno a proposito di Riccardo Terzi.
Si fa presto a dire Riccardo Terzi, ma Riccardo è stato una delle menti più lucide della sinistra italiana, con una capacità di pensiero che andava ben oltre la militanza sindacale, era stato il segretario della federazione milanese del Pci e aveva osato mettere in discussione la teoria del compromesso storico di Enrico Berlinguer e proprio per questo era finito in Cgil. Insomma una grande persona e un grande carisma. E di cui tutti i suoi amici e compagni conoscevano la grande passione per il Jazz ma quasi nessuno sapeva della sua passione segreta per il ciclismo, non inteso come sport o anche semplice attività da praticare, ma come storia, come epopea e sapeva i nomi di tutti i vincitori del Giro e del tour del dopoguerra. Anche quelli di Balmamion e Pambianco, per dire. Chi l’avrebbe mai detto, ma durante la stagione delle corse sotto il suo fascio quotidiano di giornali spuntava la Gazzetta dello Sport.

E dunque, il giorno precedente il trenta di maggio del 1995, quando era prevista la cronometro individuale in terra bergamasca, da Cenate Sotto a Selvino, chiesi a Giancarlo se era possibile seguire la tappa con lui. Giancarlo mi era grato perché avevo gestito con successo il suo passaggio alla Fiom di Monza, vincendo qualche resistenza dei dirigenti regionali dei metalmeccanici, ma quando gli dissi che anche a Riccardo Terzi sarebbe piaciuto partecipare telefonò immediatamente a Alfredo Martini azionando il vivavoce.
Ci sono due importanti compagni della Cgil che vorrebbero seguire la corsa con te”, disse Giancarlo mentendo sul fatto che i compagni importanti fossero due.
Sono comunisti?” chiese Martini. Certo che sono comunisti, rispose Giancarlo.
Allora volentieri” chiuse la discussione Martini. Perché Alfredo Martini era sì un signore, come lo ricordano tutti, ma era anche un comunista come non lo ricorda nessuno.
E se il suo amico Fiorenzo Magni era stato repubblichino, lui sulla sua bicicletta aveva trasportato armi e molotov per le Brigate Garibaldi.
Il giorno dopo io e Riccardo Terzi puntualissimi alle sette del mattino varcavamo i cancelli della Gewiss di Cenate Sotto da dove sarebbe partita la cronometro.
Forse a questo punto Tony Rominger comincerebbe a capire perché quel giorno è stato anche per me uno dei giorni più belli della mia vita. Sull’auto con il grande Alfredo Martini, con Riccardo Terzi, con Giancarlo Ceruti e l’autista che guidava con un’abilità straordinaria, superando corridori e le loro ammiraglie, fermandosi a aspettarne altri per prendere il tempo dei passaggi su per la val Cavallina fino a Gaverina Terme, deviazione e salita al colle Gallo, discesa fino al bivio di Albino, Pradalunga, Nembro e salita finale a Selvino proprio dietro l’ammiraglia di Rominger. Una cronometro magnifica, quarantatré chilometri di saliscendi, con due salite impegnative e una discesa velocissima. La gente, lungo tutto il percorso, sembrava impazzita di entusiasmo. Applaudiva i corridori e poi indicava l’auto del commissario tecnico e gridava “Martini” come se fosse in gara anche lui. Sui tornanti del Selvino qualcuno riconobbe anche Riccardo Terzi e urlò il suo nome in segno di saluto e forse di meraviglia per vederlo accanto a Alfredo Martini.

Nessuno riconobbe me, naturalmente, ma io su quell’auto ero forse la persona più felice. Perché (vallo ora a spiegare a Tony Rominger) all’ora di pranzo noi ci eravamo fermati in un ristorante prima della salita al passo del Gallo. Ci aveva raggiunto Ernesto Colnago che ci raccontò come avesse lavorato tutta la notte per preparare la bicicletta speciale dello Svizzero per quella cronometro, e tra una chiacchera e l’altra sulle moltipliche, sulle leghe speciali, sulle ruote lenticolari e altri affascinanti particolari tecnici, io aspettavo il momento giusto per porre a Alfredo Martini la domanda che avevo in mente da quella mattina e da quarant’anni giusti giusti. E finalmente al caffè o all’ammazzacaffè – non ricordo bene – trovai il coraggio di chiedere: “Senti Alfredo” (ci aveva subito imposto di darci del tu appena saliti in macchina con lui) “tu c’eri nel cinquantacinque nella tappa Trento – San Pellegrino. Perché Coppi quella volta aiutò Fiorenzo Magni?”
Martini mi guardò un po’ sorpreso e mi sorrise. Poi, abbassò la voce:
tu sai quanto distacco aveva quel giorno Fausto da Fiorenzo? Tredici secondi, la miseria di tredici secondi che Fiorenzo era riuscito miracolosamente a conservare nella tappa precedente. E allora Coppi non aiutò Magni per avere in cambio la vittoria di tappa a San Pellegrino. No, Fausto sperava che durante la loro fuga, Fiorenzo cadesse, o bucasse, o scoppiasse perché lui voleva vincere il Giro”
Ecco cosa rese quel giorno, già di per sé cosi bello, fra i più belli della mia vita: le parole di Alfredo Martini. Spariva ogni ombra nella mia venerazione per Coppi, quella mia delusione infantile si scioglieva nella rivelazione che Coppi non aveva tradito per una misera vittoria di tappa ma per una causa grande, perché lui voleva vincere il Giro, perché lui era il Campionissimo e aveva il dovere di provarci ancora una volta.
E rividi passare sullo stradone polveroso che portava in Val Brembana Coppi e Magni che tiravano di brutto e Coppi non aveva più i segni del rimorso per il tradimento, ma la muta invocazione che quell’altro cedesse di schianto o scivolasse anche lui nella ghiaia come Nencini, o almeno bucasse. Chissà quante maledizioni mentre dava il cambio a Magni, quanti sortilegi mentre pedalava quanto desiderio di sentire dietro di sé il rumore del salto della catena della bicicletta di Magni. Certo, il dio del ciclismo non lo aveva esaudito ma almeno ci aveva sperato fino in fondo.

Il giorno trenta di maggio del 1995 Tony Rominger vinse la cronoscalata del Selvino percorrendo chilometri del percorso in 1h.05’59” alla media oraria di km. 39,101. Secondo fu il russo Evgenij Berzin a 1’39”, terzo il lettone Piotr Ugrjumov a 2’ 03”.
Dopo qualche giorno Rominger vinse il settantottesimo Giro d’Italia all’età di trentaquattro anni, due mesi e nove giorni.
È il secondo corridore più anziano a vincere il giro.
Il più anziano è tuttora Fiorenzo Magni, che esattamente quarant’anni prima vinse il trentottesimo giro all’età di trentaquattro anni, sei mesi e cinque giorni.

 

Bruno Ravasio, classe 1946, è nato e cresciuto nel quartiere operaio della Legler Industria Tessile a Ponte S. Pietro (Bg), azienda in cui ha iniziato a lavorare nel 1963. Delegato sindacale, nel 1980 è chiamato a Roma nella segreteria nazionale dei tessili della Cgil. Nel 1986 ritorna in Lombardia dove ricopre, in successione, cariche regionali e territoriali nelle strutture della Cgil, a cui tuttora collabora per i corsi di formazione. È autore di “Se cento anni…appunti per una storia della Cgil”, Sintel edizioni 2007 e “Una vita nel pallone, fatti e misfatti di Virginio Ubiali detto Gepì”, Lubrina Editore 2014.