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DDR. L’inno oltre il Muro

Boomers di tutto il mondo unitevi! Hey Jude, don't make it bad cantano i quattro di Liverpool, ma è nella piscina olimpica Francisco Marquez di Città del Messico dove risuona la musica più iconica di questo momento di ebollizione sociale e culturale. Sarà la colonna sonora per un ventennio. 
DDR

Siamo ai Giochi 1968, siamo alla premiazione dei 100 dorso, si esegue l’inno della DDR, la Germania Est, per la prima volta presente con una sua delegazione. Sul gradino più alto del podio, il fenomeno diciassettenne Roland Matthes, da un anno primatista del mondo. Lo guardano due yankees dai gradini bassi, lo invidia il nostro Del Campo splendido finalista, lo applaudono tutti, addetti ai lavori e non. Nei successivi sei anni stabilirà 16 volte il record del mondo tra cento e le quattro vasche, chiuderà la carriera con quattro ori olimpici, due argenti, due bronzi, bottino che si raddoppia quando sposa Kornelia Ender, altra leggenda natatoria di al di là del muro. 

Martello e compasso

La prima volta di un inno che finirà per superare la popolarità di qualsiasi altro, olimpico compreso. Dal Messico a Monaco e poi Montreal, Mosca, infine Seoul. Cinque edizioni, in mezzo il boicottaggio di Los Angeles, per qualcosa come 153 medaglie d’oro. Colosso DDR terzo incomodo tra i colossi della guerra fredda, sul podio del medagliere quattro volte su cinque. Dal bianco e nero al colore, noi lì ammirati davanti al piccolo schermo a vedere la bandiera martello e compasso salire regolarmente sul pennone più alto, canticchiando ad orecchio l’inno dopo le imprese nel nuoto, nel canottaggio, nell’atletica leggera, nella ginnastica, nel sollevamento pesi. D’inverno le vittorie nello slittino, ed infine – contesto diverso “sport di squadra”, il calcio – quel 22 giugno 1974 quando la sfida ai fratelli dell’ovest irrompe nell’immaginario collettivo per non uscirne piu’. 

L’inno conquista tutti

La sua solennità ha qualcosa che tocca le corde del cuore del punk e del conservatore, ci si ammala con la stessa febbre per l’arancia meccanica di Rinus Michels. La DDR però non ha solo i picchi sul termometro delle emozioni, la DDR è una nazione che vince e stravince. Sono 16 milioni di abitanti e come possa primeggiare è l’interrogativo pieno di sospetti.
Lavoro e selezione la risposta, dottrina statale e grandi maestri. 

Si chiama “Risorto dalle rovine”, Auferstanden aus Ruinen.

Il nuovo Stato nasce il 7 ottobre 1949, frutto dell’obbrobrio della guerra, e non può non avere una canzone simbolo. Tempo tre settimane, il poeta Becher ed il compositore Eisler trovano accordo, testo e melodia. Chissà se è vero che Brecht si chiama fuori e che l’ispirazione arriva strimpellando il pianoforte di Chopin, fatto sta che la Volkskammer è tutta in piedi per la prima esecuzione ufficiale. D’obbligo a scuola, apre e chiude i programmi radiofonici, è di una bellezza struggente. L’ovest parla di plagio ma, seppur fosse, applausi a chi supera l’originale in questo modo sublime. 

DDR

Messico ’68

I nove ori messicani, 25 medaglie complessive, valgono il quinto posto nel medagliere e sono le più credibili, ma anche l’inizio della fine. Si nasconde il doping, si nascondono le spie che non mollano gli atleti per un solo minuto, con le ragazze c’è quasi un desiderio sadico di controllo. Dirà Uwe Tromer, ciclista: “La differenza fra noi e gli altri dopati è che gli altri hanno scelto, noi no“. 
Sono fortissimi, qualche volta belli nei tratti, qualche volta solo nelle prestazioni. Alcuni sono autentici, altri inconsapevoli vittime, assumono farmaci di cui ignorano effetti e conseguenze, sono i migliori e usano meglio le armi di laboratorio che forse anche altri usano. Per limare quel decimo di secondo serve tanto lavoro, chissà se pensano davvero che il lavoro renda liberi. La vittoria è fama, vincere ti fa viaggiare, sei un privilegiato che rappresenta una nazione che corre a testa bassa. Controllori e controllati si sovrappongono, si arrivano a contare 3000 atleti al servizio della Staatssicherheit. Vittorie e problemi psichici, danni alla struttura ossea, blocchi renali. Allenamenti allo stremo, maglietta blu in gara, pillola blu durante ogni altro giorno. Tutto, si saprà poi, ruota attorno ad un farmaco che si chiama Oral Turinabol di un’anonima casa, la Jenapharm, che aumenta la forza lavoro da 40 a 1700 impiegati tra il 1950 ed il 1980.  

Con la maglietta blu, l’atleta DDR sembra imbattibile

Heike Drechsler, Waldemar Cierpinski, Marita Koch, Katrin Krabbe, Kristin Otto, Karen Koenig, Martina Gottschalt, Roland Schmidt. Un giorno d’autunno, che doveva arrivare, cade il muro e cadono – come foglie – i giganti d’argilla. I rumori di sempre diventano solide realtà. Dal vaso senza più coperchio saltano fuori migliaia di atleti soffocati, sin da bambini, dal controllo dello Stato e dai trattamenti medici. Steroidi a piè sospinto, meglio se innestati su talenti naturali, tasso di ormoni impazziti, tratti somatici a rischio, sotto traccia innumerevoli crisi d’identità e tentativi di farla finita. Tutto per un decimo di secondo, un centimetro in più del resto del mondo, tutto per la propaganda, la supremazia, per quel riecheggiare di un inno che esalta un sistema ed il sacrificio delle sue donne, dei suoi uomini. 

L’inno dice “lasciateci arare e costruire, imparate e create come mai prima”

Ed ancora “Germania, patria nostra” ed infine “che mai più una madre pianga il proprio figlio”. Parole e musica al vento, le ritroviamo nel film Good Bye Lenin, tutto si sbriciola, tra le macerie del Muro viene alla luce il Piano 14.25. È il doping di Stato. La folla per le strade verso la Bastiglia, verso il Palazzo d’Inverno prende d’assalto il futuro. L’orso non graffia più, gli operai del ‘53 rivivono nelle corse a perdifiato, si marcia scomposti verso gli uffici della polizia segreta, scompaiono burattini e carte compromettenti, non si saprà mai davvero chi era dopato consapevole o vittima di un sistema spietato.

L’inno più bello del mondo adesso non c’è più

I tentativi di resuscitarlo in versione rock nostalgica stridono. Roland se ne è andato quattro anni fa, Kornelia ha 65 anni, Jurgen Sparwasser – suo il goal di Amburgo – dieci di più. L’inno delle polemiche resta avvinghiato all’edera velenosa del passato, ma continua a ronzare nella testa come quei grandi dispiaceri che non vanno mai veramente via. 

 

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Venti di calcio

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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