Search
Close this search box.

Muhammad Ali. La sera dell’Astrodome

14 novembre 1966, all'Astrodome di Houston Cleveland Williams sfida Muhammad Ali. 7 minuti e 8 secondi, tre riprese per quello che molti considerano il più bell'incontro di Ali. Un incontro che una fotografia di Neil Leifer fissa nel tempo con una forza espressiva immensa. Questa è la storia di una Farfalla, di un Grande Gatto, di una 357 magnum e di un grande fotografo.
Muhammad Ali vs Cleveland Williams

Se nel 1933 nasci a Griffin, Georgia, profondo sud del sogno americano e sei nero, allora sei nigga per davvero.
Se poi cresci per strada, sei grande e grosso, dai pugni che sono mazzate e ti muovi come un gatto, allora sei anche un Grande Gatto. Soprannomi di strada, roba facile.
La storia di Cleveland Williams, the Big Cat, inizia così e prosegue peggio. Peso massimo, professionista sul ring a 18 anni, con una faccia da riscatto che cammina tra gli anni ’50 e ’60 Cleveland Williams è uno dei più forti pugili in circolazione. Combatte, vince tanto e perde poco, ma perde quelli giusti. O meglio, quelli che non avrebbe dovuto perdere per non deludere la sua ambizione da titolo mondiale. In quegli anni, però, sul ring ci sono mostri sacri. Uno tra tutti, ma non l’unico, Sonny Liston. L’incontro peggiore di Cleveland Williams è però Il 29 novembre 1964. Non sul ring, ma per strada. Non con un pugile, ma con un poliziotto. Non pugni, ma una pallottola 357 magnum. Il poliziotto si chiama Dale Witten e in questa storia, otre a Cleveland Williams, a Muhammad Ali e a Neil Leifer, c’è posto anche per lui.

Fino al 29 novembre 1964, Cleveland Williams fa paura a tutti

69 incontri da professionista, solo 5 persi di cui 2 contro Sonny Liston, non uno qualunque.
Per i diritti dei neri americani quelli sono giorni di fermento. A novembre l’eco della rivolta che a luglio ha infiammato Harlem non si è ancora spento. Un nero grande e grosso che guida oltre i limiti non è un pericolo, è un nemico. Il film è già visto. Dale Witten poliziotto della stradale di Houston accende lampeggiatore e sirena, si mette in coda, la macchina davanti capisce e si ferma, lui scende, si avvicina, stringe la pistola al fianco che non si sa mai.
Cleveland non è del tutto sobrio. Forse un movimento sbagliato, forse un piede che cade pesante, la macchina fa un sussulto come per ripartire. Dale sa cosa fare. Lo ha sempre saputo. Alza di poco la mano, spara d’istinto, altezza giusta. La 357 magnum buca la carrozzeria come fosse burro, entra nel rene di Cleveland, passa l’intestino tenue e si pianta nell’anca.
Sei ore di camera operatoria, il dio dei neri non si distrae e ci mette una mano; la pallottola non sarà mai estratta dall’anca, ma per Cleveland non è ancora tempo di morire.

Flash

14 novembre 1966, due anni dopo quasi esatti. In mezzo quattro operazioni, un rene e un pezzo di intestino finiti nel cestino dei rifiuti da smaltire, tanto ospedale e una forma fisica da recuperare.
Cleveland Williams non si scoraggia, il suo manager neanche. Le balle di fieno da 80 chili fanno il resto, soprattutto fanno muscoli se provi a lanciarle sempre più lontano. In mezzo ci sono anche quattro incontri; Cleveland è tornato sul ring il 2 agosto del ’66 e li ha vinti tutti, due ai punti e due per KO.

La mattina del 14 novembre Cleveland è in albergo. Nel corridoio e nella stanza i fotografi pigiano l’uno contro l’altro.
The Big Cat, 188 centimetri di altezza, svetta mentre stringe la mano a un uomo e gli mostra i biglietti per due posti a bordo ring. “Cleve, ti auguro il meglio della fortuna. Spero che tu vinca. Mia moglie mi ha detto di non stringerti troppo forte la mano, perché anche lei vuole che tu vinca” dice l’uomo. “Grazie. Dio ti benedica” risponde Cleveland.
L’uomo che gli stringe la mano e che a bordo ring tiferà per lui è Dale Witten, il poliziotto che gli ha sparato.
Ora è chiaro a tutti perché anche lui ha un posto in questa storia.

Rewind

Avvolgiamo il nastro. Torniamo al 1964. Il 24 febbraio Cassius Clay, campione olimpico di Roma, batte Sonny Liston e diventa campione del mondo dei pesi massimi. Due giorni dopo annuncia la sua conversione all’Islam e il cambio del nome in Cassius X. Dura poco, meno di un mese. Dopo sarà Muhammad Ali .
Il 14 novembre 1966, sul ring dell’Astrodome di Houston, Cleveland Williams deve vedersela con lui.
Se c’è un peggio a una 357 magnum, forse è questo.

Ring

Muhammad Alì è fortissimo, maturo, arrogante. Un divo. I bookmaker danno 5 a 1 la sua vittoria. All’Astrodome sono arrivati in 35.460, biglietti da 5 a 100 dollari, incasso 461.290 dollari. La metà dell’incasso più la metà dei diritti accessori va ad Alì. A Cleveland va il 20% oltre al 14% dei diritti accessori, il resto è per gli organizzatori.
Sul ring la storia è senza storia.
Il Grande Gatto è un simulacro, la Farfalla fa quello che vuole.
Il Grande Gatto ha la guardia alta, la Farfalla gli danza intorno senza guardia, ma colpisce veloce come un’ape e punge da fare male.

7 minuti e 8 secondi. Tre riprese, ma ne sarebbero bastate due.
Alla seconda Cleveland Williams va tre volte al tappeto, è appannato, pesante, lento e insanguinato. Muhammad Ali continua a danzare.
Cleveland va tre volte al tappeto, contato. Poteva finire qui e invece no. La terza ripresa dura poco, un minuto e 8 secondi, ma è un tempo interminabile se prendi sempre pugni.
Cala il sipario.
Il pubblico che aveva fischiato all’ingresso di Ali ora è in visibilio. Pollice su e pollice giù. L’arena non cambia mai. Muhammad Ali rimane campione. Più di uno sostiene che questo sia stato il suo migliore incontro; tra loro anche Mike Tyson.

Dopo l’Astrodome

Cleveland Williams combatterà ancora e chiuderà la carriera con 92 incontri vincendone 78 e, di questi, 58 per ko.
Per Muhammad Ali ci sarà ancora tanto. Ci saranno Joe Frazier e George Foreman, ci sarà Kinshasa e ci sarà Manila. Ci sarà la torcia olimpica di Atlanta che ha emozionato il mondo, la torcia che fermava il vento e che ondeggiava stretta nella sua mano incerta. Ci sarà storia che diventerà leggenda.
Per The Big Cat il destino è una partita senza ritorno, un gatto che si morde la coda. Il 3 settembre 1999 attraversa la strada e una macchina lo investe. Una macchina, come la volta della 357 magnum. Otto giorni di ospedale e poi Cleve va a vivere chissà quale delle sette vite che spettano ai gatti. Questa è durata 66 anni e 92 match.

Di questa storia una foto parla più di mille parole

Una foto che è andata oltre la storia. Una foto plastica, capace di fermare il tempo, capace di dire tutto.
Neil Leifer è un gigante della fotografia. Ha seguito 60 incontri di Muhammad Ali, 15 olimpiadi e 4 mondiali di calcio.
Quella sera all’Astrodome c’è anche lui. Scatta come sa fare e con uno scatto si supera.
Non è una foto del finale, ma è come se lo fosse. Lo scatto fissa un momento della seconda ripresa.
Cleve è a terra a quattro di bastoni, l’arbitro lo conta, Alì dall’altro lato del ring guarda il pubblico con le braccia alzate.
È tutto a colori ed è tutto in bianco e nero. La forza dello scatto è immensa.

Tutti pensano che la foto che ho scattato ad Ali contro Liston nel 1965 sia la mia preferita – è stata addirittura definita la più grande fotografia sportiva di tutti i tempi. Ma la mia fotografia preferita è quella di Ali contro Williams, senza alcun dubbio. È l’unica delle mie fotografie appese a casa mia. Nella mia carriera ho fotografato di tutto, da Charles Manson al Papa, ma non ho mai scattato una fotografia migliore di questa“.
Dice così Neil Leifer. L’unica foto appesa in casa sua è questa.
La foto di un Grande Gatto e di una Farfalla.

 

Marco Panella, (Roma 1963) giornalista, direttore editoriale di Sportmemory, curatore di mostre e festival culturali, esperto di heritage communication. Ha pubblicato "Il Cibo Immaginario. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015), "Pranzo di famiglia. Una storia italiana" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016) il thriller nero "Tutto in una notte" (Robin 2019) e la raccolta di racconti "Di sport e di storie" (Sportmemory Edizioni 2021)

ARTICOLI CORRELATI

Renato Vichi

Elogio della Gara

A 57 anni, oggi, mi sento ancora un ragazzino agonista, perché l’agonismo è un modo di essere che non ti lascia mai; ho molta nostalgia del ragazzo che ero nello sport e rivivere le emozioni di qualche bella gara del passato sono certo che mi farebbe molto bene.

Leggi tutto »
Sandro Mazzinghi

Sandro Mazzinghi. Mio padre

Sandro Mazzinghi, pugile italiano tra i più grandi, sei titoli europei, otto titoli mondiali. Un campione sul ring e nella vita, un uomo che non ha mai dimenticato il sudore e i sacrifici che gli fecero guadagnare il successo. Un uomo che non ha mai dimenticato di essere e di fare il padre.

Leggi tutto »
Cus D'amato e Mike Tyson

Chi ha paura di Cus D’Amato?

Cus D’Amato, italiano d’America, uno dei tanti che ne hanno fatto la storia, uno dei tanti che ha lasciato un segno. E anche colpi. Come quelli dei suoi pugili, come quelli di Mike, di Floyd, di Josè, di Muhammad e dei tanti altri che ha allenato, rimasti senza onori di cronaca e diventati ombre sul ring.

Leggi tutto »
Antonio Del Greco

Carlo Ancelotti e la maglietta della felicità

Carlo Ancelotti non ha mai saputo della sua maglietta della felicità. Eppure tra una domenica allo stadio, rapinatori in trasferta, criminali improvvisati e il rapimento di un bambino, quella maglia esiste ed è arrivata al suo proprietario.

Leggi tutto »



La nostra newsletter
Chiudi