sabato, 28 Maggio 2022

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Italiani d’America. Il ring come destino

Italiani d’America. Il ring come destino
(26 ottobre 1951. Rocky Marciano vs Joseph Louis Barrow. Photo credit: Bridgeman Images)
Roberto Amorosino
Hanno fatto fatica per emergere e di molti oggi facciamo fatica noi a ricordare. Sono gli italiani d'America che hanno trovato il loro destino sul ring. Alcuni famosissimi, qualcuno con il nome d'origine, molti con il nome americano, tutti combattenti, tutti a prendere a pugni una vita che li avrebbe voluti ignorare.

Se la premessa è che Primo Carnera e Rocky Marciano non sono i due migliori massimi della nostra storia, beh allora fermiamoci qui.
La montagna che cammina è stato il primo italiano a conquistare un mondiale di boxe, giugno 1933.
Oltre alla vittoria titolo in palio con Jack Sharkey, nel suo palmares ci sono i successi con altri tre pugili tra i più forti di sempre: Young Stribling, George Godfrey e Tommy Loughran, tutti International Boxing Hall of Fame dalla porta principale.

(Primo Carnera. La montagna che cammina)

Il bombardiere di Brockton, classe 1923, campione del mondo per cinque anni, unico con il suo record immacolato.
Mai battuto. Sei difese del titolo, 43 vittorie per KO, le più prestigiose con Roland La Starza, Ezzard Charles, Jersey Joe Walcott e Joe Louis.
Per entrambi, Primo e Rocco, tanta America nel destino. Per loro, ma non solo, perché per tanti altri italiani d’America il ring è stato un destino.

(Rocky Marciano, Il bombardiere di Brocktown, con la mamma Pasqualina)

Il ring come destino

Sono tanti i pugili di italianissimo sangue che, inseguendo fortuna, hanno trovato gloria sul quadrato del Madison Square Garden e dei tanti altri affollatissimi impianti a stelle e strisce del secolo d’oro dell’arte nobile.
Viene subito in mente Giacobbe La Motta, Jack il Toro del Bronx, raccontato magistralmente da Scorsese e De Niro.
Professionista a 19 anni, mille scatenate battaglie di cui sei volte sei contro la leggenda di Sugar Ray Robinson che sembrava sempre avere un conto aperto con noi. 

Poi c’è Rocky Graziano da Brooklyn, che altri non è che Thomas Rocco Barbella, classe 1919, altro medio tosto.
Anche lui deve al cinema uno spicchio di notorietà: la sua autobiografia “Lassù qualcuno mi ama” ispira Hollywood. Alla boxe dall’esempio di Fighting Nick Bob, alias papà Nicola, e dalla dura legge della strada: East Village, Manhattan. Considerato uno dei grandi artisti del KO della sua generazione, 23esimo picchiatore della storia per The Ring

Johnny Dundee, classe 1893 nato a Sciacca, altri non è che Giuseppe Curreri. Figlio di un pescatore che finì a vendere pesce fra la 41th e la 9th Ave., sempre Manhattan. Per lui 321 combattimenti e la prima corona mondiale dei leggeri junior della storia.

Tony Canzoneri, classe 1908, è nella ristretta cerchia di campioni del mondo di tre o più categorie, nel suo caso gallo, welter, leggeri junior. In grado di combattere tre o quattro volte al mese purché si restasse nei paraggi della mecca della boxe di una volta, la grande Mela.

Tony Canzoneri
(Tony Canzoneri)

Lou Ambers altri non è che Luigi Giuseppe d’Ambrosio, classe 1913, campione mondiale dei leggeri, 106 incontri. La scelta del nome d’arte unico escamotage possibile per impedire alla mamma di scoprire che si guadagna da vivere facendo a pugni. Epiche le sue sfide con Henry Armstrong.

Willie Pep, classe 1922, altri non è che Guglielmo Papaleo. Riconosciuto come il miglior peso piuma di tutti i tempi.
Una carriera lunga 26 anni, quasi duemila riprese, 229 vittorie, 65 KO.

Joey Maxim altri non è che Giuseppe Antonio Berardinelli, classe 1922, campione del mondo dei massimi leggeri. Maxim, dall’automatico Maxim Gun che ricorda la sequenza micidiale del suo jab sinistro, difende il suo titolo proprio contro Sugar Ray Robinson il 25 giugno 1952 nella bolgia dello Yankee Stadium. Incontro, dopo la pioggia torrenziale che aveva costretto al rinvio due giorni prima, che si svolge sotto condizioni meteo durissime.

Joey Maxin ring
(25 giugno 1952 Joey Maxim vince contro Sugar Ray Robinson)

L’ipotermia blocca SRR, in vantaggio nel punteggio all’inizio della 14esima. È la prima volta in 200 incontri che Sugar Ray si arrende prima del gong finale. Costretti alla resa, dal caldo asfissiante, anche l’arbitro e decine di spettatori ricoverati in ospedale.

Carmen Basilio, nato Carmine classe 1927, anche per lui una sfida vinta con chi se non Sugar Ray per il titolo dei medi che sopraggiunge dopo quello welter. Per cinque anni di fila, 1955-‘59, la rivista specializzata The Ring sceglie un suo match come sfida dell’anno.

Quanta fatica

Tanta fatica per emergere. Quanta fatica per ricordare.
Destinati all’oblio tanti pugili che ne hanno prese di più di quelle date.
A nessuno va di gettare la spugna e a me va di inseguire la memoria come fosse l’avversario sul ring.
Impariamo a muoverci all’indietro mantenendo l’equilibrio, destro sinistro destro, spostandoci lateralmente.
Perché  la memoria può incassare e anche accusare il colpo, ma sa anche rompere la guardia e colpire quando meno te lo aspetti.

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, collaboratore de Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male.

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