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Angelo Jacopucci. Una storia personale

È una storia veloce quella di Angelo Jacopucci. Una storia di 29 anni e 12 riprese. Una storia che si ferma sul ring di Bellaria e che si conclude all'ospedale di Bologna. Una storia di un pugile sfortunato che si intreccia con i miei ricordi di bambino e ragazzo. Una storia che non ho mai dimenticato.
Angelo Jacopucci

Se seguo la boxe devo a mio padre. Dopo l’A.S. Roma, lo sport nobile per eccellenza, la boxe, era il suo sport preferito. Non è un caso se quello che spesso ritorna in vita dai miei ricordi di bambino riguarda proprio un incontro di boxe.  Avrei capito dopo che quell’alzataccia notturna per vedere la diretta di Muhammad Ali vs Joe Frazier era solo la veglia per assistere a uno scontro tra titani. Mio padre, come tanti quella notte, aveva messo la sveglia in perfetto orario per seguire l’incontro tutto statunitense. Io, piccolo, accanto a lui, seguivo l’incontro con la sua stessa attenzione e seguivo anche i suoi “suggerimenti…”.
Quella di cui voglio parlare è però una storia dove non ci sono campioni memorabili. È la storia di un pugile, anche lui con i suoi titoli da campione, certo, ma che io ricordo con l’affetto per un pugile sfortunato con il quale si incrociano i miei ricordi familiari: Angelo Jacopucci.

“Troppo secco”

Così diceva mio padre di Angelo Jacopucci, etrusco di Tarquinia. “Troppo secco” per affrontare pugili di ben altro calibro muscolare. Eppure Angelo Jacopucci è riuscito ad appassionare tanta gente, tra i tanti proprio mio padre. Complice la villeggiatura familiare a Tarquinia era riuscito a conoscerlo e, di tanto in tanto, gli capitava di passare del tempo con lui.
Jacopucci, l’Angelo biondo come tanti lo chiamavano – ma anche scricciolo per la sua figura esile – ebbe anche la ventura di fare lo sparring partner di un certo Carlos Monzon: non poco e non da tutti. 
Professionista dal 1973, Jacopucci si prende il titolo italiano dei pesi medi nel 1975 battendo, sul ring di Tarquinia, Luciano Sarti, pugile padovano che rimarrà in attività altri due anni.
Conquistato il titolo italiano, per Jacopucci la strada del pugilato che conta sembrava spianata.

Jacopucci

Verso l’Europa

Difeso il titolo il 30 gennaio 1976 contro Roberto Benacquista, l’occasione continentale per Jacopucci arriva il 4 giugno, a Milano. Davanti a lui l’inglese Bunny Sterling. L’Angelo biondo tiene duro, combatte e vince. Ai punti, in 15 riprese, ma vince e diventa campione europeo. Tocca il cielo con un dito, ma il cielo è lontano. Dura poco. Il 4 giugno 1976 il milanese Germano Valsecchi lo spodesta.

A testa alta

Perde Jacopucci, ma non si scoraggia. Lui, tanto esile quasi da non sembrare un vero pugile, aveva volontà e coraggio da vendere. È così che torna sul ring per riprendersi quel titolo italiano che aveva lasciato andare per dedicarsi alla preparazione per l’europeo.
Il 13 agosto del 1977, a Civitavecchia, affronta Mario Romersi e torna campione italiano.  Nel maggio dell’anno seguente batte Trento Facciocchi e si conferma campione. Si può tornare a pensare in grande.

Jacopucci

Diceva a mio padre

Una volta, parlando di boxe con mio padre, Jacopucci gli disse che si sentiva forte e capace di buttarsi alle spalle tutte le critiche, come un colpo preciso preso, ma che in fondo non faceva poi tanto male.  Più di uno, infatti, lo criticava accusandolo di fare troppo affidamento sulla sua agilità e per avere uno stile troppo poco aggressivo. Jacopucci sapeva, ascoltava e faceva di suo.

Poi arrivò il giorno di Alan Minter

Di quell’incontro ho ricordi indelebili. In fondo, grazie al mio vecchio, se non amici eravamo buoni conoscenti.  Ogni volta che si andava al lido di Tarquinia, mio padre sentiva di avere un impegno con il suo amico Angelo. Gli piaceva parlare di boxe con lui, quando poteva e quando aveva la fortuna di incontrarlo. Pochi attimi, ma intensi, presi a parlare di passato e molto di futuro. Un futuro che è stato fatale per brighetto, questo il soprannome che per la sua corporatura gli avevano dato i suoi compaesani.
L’incontro con Alan Minter è il 19 luglio 1978 a Bellaria.
Sulle prime Jacopucci sembra tenere bene; agile come di suo, ma anche più aggressivo del solito. Quel titolo se lo vuole riprendere; l’irruenza e i 12 centimetri in più dell’inglese non lo spaventano. Lui è il Cassius Clay dei poveri – così gli piaceva chiamarsi – e non ha paura di nessuno.

Jacopucci vs Minter

Desideri e coraggio, però, a volte non bastano.

Il ring diventa presto un incubo. Minter è una furia; cerca lo scontro fisico, la distanza ravvicinata, colpisce tanto e duro. Jacopucci rimane in piedi fino alla dodicesima ripresa, poi il nulla. Alla dodicesima l’Angelo biondo sembra un sacco da allenamento per quanti colpi prende da Minter. Uno, due, uno, due e ancora uno, due e Angelo lì, quasi immobile. Chissà se li sentiva arrivare oppure se era talmente fuori ogni ricognizione logica che neanche lui riusciva più a connettere cervello e forza. E non ci sono riusciti nemmeno l’arbitro e persino il suo angolo, e lui prendeva colpi su colpi. Terminò al tappeto e mio padre, sfiancato, disse “finalmente”.

L’ultima illusione

Jacopucci si riprese, per poco, ma abbastanza per rassicurare pubblico, familiari e staff. Nessuno all’istante ne aveva percepito le condizioni critiche. Dopo alcune ore, durante la festa del dopo incontro, dove peraltro era presente anche Alan Minter, Angelo inizia la sua fatale discesa.
Si sente male nel locale, lo portano prima in albergo e da qui, essendosi aggravato, in ospedale. La prima diagnosi dice già tutto: sospetta emorragia celebrale. Trasferito con urgenza prima all’ospedale di Rimini e poi a quello di Bologna, è sottoposto a due interventi.
Non c’è nulla da fare. Il cuore batte come un sussurro, i macchinari lo tengono in vita, ma alle 19.00 del 21 luglio Jacopucci è già clinicamente morto. La mattina del giorno dopo finisce tutto. Alla notizia mio padre rimase in silenzio e io con lui. Sapevo quello che gli passava per la testa, sapevo che quelle chiacchiere fugaci con Angelo gli sarebbero mancate. Sapevo che a me sarebbero mancati i suoi racconti.
Ciao Angelo! Ciao Brighetto!

Post mortem

La tragedia di Jacopucci scosse tutti. Mi piace pensare che se oggi il pugilato è uno sport più sicuro dell’altro ieri grazie a regole più stringenti ed efficaci per tutelare la salute dell’atleta, sia merito anche di Angelo Jacopucci, Brighetto, Angelo biondo o Cassius Clay dei poveri come dir si voglia.
A Tarquinia, di Angelo Jacopucci rimane una statua di bronzo davanti al palazzetto dello sport che porta il suo nome. Soprattutto rimangono ancora i racconti da bar di chi, al tempo bambino, lo ha visto combattere sul ring e camminare per quelle strade.
E non è detto che quando l’ora etrusca si fa buia non lo veda ancora…

 

Stefano Trippetta 66 anni, romano. Scrittore non per vocazione ma solo per passione rivolta alla città che fortunatamente mi ha voluto, scelto e cresciuto. Attraverso il filtro di una buona memoria sono riuscito a dividere questa grande madre: da una parte la Roma del cuore, la Lupa, tatuata con orgoglio; dall'altra quella razionale legata a ogni tipo di cambiamento, atteggiamento, costume.

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