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Adolfo Consolini. L’esempio di un campione

1955. Adolfo Consolini, discobolo, atleta tra i nostri più grandi, è in una scuola. Lo vediamo in palestra, una di quelle di una volta, con pertica e quadro svedese. Adolfo Consolini non è lì per insegnare, ma per essere esempio e affascinare. Quei bambini non avranno più dimenticato. Noi, invece, abbiamo dimenticato le palestre a scuola e, spesso, anche di essere esempio.
Adolfo Consolini

I bambini sono tutti lì, seduti a terra con il naso all’insù. Tutti tranne uno che si gira leggermente di spalle verso il fotografo. Il più distratto? No, probabilmente il più curioso, attratto più da quello che non vede e non conosce, piuttosto che da quello che ha già visto e messo a bagaglio.
Davanti a loro un uomo in cravatta in posizione su una pertica.
Pertica. Sostantivo pressoché sparito dal linguaggio comune, attrezzo pressoché sparito dalle palestre scolastiche, spesso con tutta la palestra. Accanto un altro attrezzo, il quadro svedese. Ogni tanto se ne trova qualcuno nei mercatini dell’usato, ogni tanto qualcuno lo compra per farne arredo.
Siamo solo all’inizio, ma sin da subito questa fotografia ci racconta di un mondo sparito.
L’uomo sulla pertica che tutti i bambini tranne uno guardano, non è un insegnante di ginnastica. A titolo di cronaca, nel 1955 così si chiamava chi, solitamente in due ore a settimana, insegnava ai bambini i primi movimenti dello sport.
L’uomo sulla pertica è Adolfo Consolini.

Inizia così

Il più piccolo di cinque figli. Famiglia di una volta, Ottavio e Angelina genitori agricoltori, Adolfo Consolini nasce a Costermano, lago di Garda, Valle dei Mulini, nel 1917.
Famiglia di una volta, tanti figli e lavoro nei campi. Adolfo a scuola va solo per cinque anni. Finite le elementari via, al campo a dare una mano, a fare quello che serve che quasi sempre è più di quanto potrebbe o dovrebbe fare un bambino di undici anni.
È bassa la terra. È bassa e pesante, fa sangue, fa muscoli. Adolfo cresce così e cresce bene e tanto. Altri tempi, anni passati, inutile contare quanti, ma in ogni caso, scuola o non scuola, terra o non terra, dal 1926 i bambini diventano tutti figli della lupa, balilla e avanguardisti moschettieri. La missione dell’Opera Nazionale Balilla è chiara: inquadrare la gioventù italiana per creare l’uomo nuovo che il fascismo vagheggiava. Raduni, marce, libri perché libro faceva rima con moschetto, educazione premilitare, ma anche sport. Il sabato fascista con i saggi ginnici, i quaderni scolastici con il motto “noi odiamo la vita comoda”, il corpo da esaltare con abilità, destrezza e ardore di gioventù preludio all’ardimento dell’uomo che avrebbe dovuto essere nuovo.
La storia è lunga. Sappiamo come poi è andata a finire.

Per Adolfo Consolini, la storia va un po’ diversamente

Nella liturgia di un regime, il momento corale è essenziale per forma e sostanza. Dal 1932 i Littoriali dello Sport sono il momento sportivo assoluto della gioventù italiana. Nati per celebrare il regime in chiave sportiva, i Littoriali diventano il perimetro nel quale il talento può emergere. La straordinaria vita sportiva di Adolfo Consolini inizia così.
Momento di snodo, febbraio 1937. Il fascio giovanile di Costermano omaggia un gerarca in visita ispettiva organizzando schierando la meglio gioventù in divisa. Tra i ragazzi, uno è già alto e muscoloso. Nelle esibizioni ginniche che seguono il ragazzo si fa notare ancora al punto che gli chiedono di provare a lanciare una grande pietra, le cronache dicono di 7 chili. Il ragazzo lancia e li stupisce. Che vuoi che sia per lui abituato a togliere pietre dai campi, lanciarne lontano una in più.
Adolfo Consolini non smetterà più di lanciare e diventerà il discobolo italiano più forte della storia e uno dei più forti al mondo. Quattro Olimpiadi, oro a Londra ‘48 e argento a Helsinki ‘52, tre record del mondo, tre volte campione europeo, quindici volte campione italiano: i numeri della vita sportiva di Adolfo dicono tutto.

Adolfo Consolini

Torniamo alla foto

Adolfo Consolini ha avuto una vita sportiva ineguagliata e, di fatto, dimenticata. Proprio come la pertica e il quadro svedese di cui, se volete, potete provare a chiedere a un quindicenne. Ne avrete risposte fantasiose. Risposte senza colpa, però, perché certo non è ai quindicenni che possiamo ascrivere la responsabilità di aver depredato il valore dello sport a scuola.
Ebbene, nel 1955 il mondo era diverso. Il mondo è in quello scatto che fissa la posa plastica di un campione che, negli anni d’oro della sua notorietà, va in una scuola per parlare con i bambini e per farsi esempio davanti a loro. L’esempio di un campione che vale, o perlomeno valeva, quanto una moltitudine di parole.
La fotografia ci mostra un mondo virtuoso, ci mostra la postura di un insegnamento valoriale, ci mostra la frase che non possiamo sentire, quel “...se lo faccio io, potete farlo anche voi” che Adolfo Consolini, persona semplice che a scuola era andato poco, ci posso giurare che abbia detto a quei bambini.

Quella mattina, i bambini della foto non l’avranno mai dimenticata

Tornati a casa, l’avranno raccontata ai genitori. Avranno raccontato di Adolfo Consolini, il campione che era stato con loro. Qualcuno di loro avrà poi fatto sport, qualcuno no, probabilmente nessuno sarà diventato un campione, ma quella pertica che è un po’ come la vita, l’avranno salita tutti. Qualcuno con fatica, qualcuno a metà e qualcuno fino in cima, tanto da capire che anche per scendere ci vuole coraggio, mica solo per salire.
Una scuola con una palestra è un valore culturale per la società.
Una palestra con una pertica da salire e scendere è un insegnamento che va oltre l’abilità atletica in senso stretto.
Un campione che esce dagli stadi e dalle copertine per entrare in una scuola è memoria che si proietta al futuro.
La narrazione sportiva insegna il rispetto per sé stessi e per gli altri e, in un Paese che guarda al futuro, dovrebbe affiancare l’educazione fisica o motoria che dir si voglia.
Se avete qualche dubbio, tornate indietro, guardate per qualche secondo in più la fotografia.
La risposta vi verrà da sola.

 

Marco Panella, (Roma 1963) giornalista, direttore editoriale di Sportmemory, curatore di mostre e festival culturali, esperto di heritage communication. Ha pubblicato "Il Cibo Immaginario. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015), "Pranzo di famiglia. Una storia italiana" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016) il thriller nero "Tutto in una notte" (Robin 2019) e la raccolta di racconti "Di sport e di storie" (Sportmemory Edizioni 2021)

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