mercoledì, 22 Settembre 2021

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Salvatore Antibo. La corsa, gli ori e l’epilessia

Salvatore Antibo. La corsa, gli ori e l’epilessia
Davide Zingone
Spalato 1990, Campionati Europei, 5.000 metri. Salvatore Antibo è strattonato poco dopo la partenza, cade, si rialza, è a lungo ultimo, poi recupera, lotta, si difende, attacca e negli ultimi 100 si guadagna l'oro staccando tutti. Poi la malattia, l'epilessia, oggi subdola compagna di vita. Ma Salvatore Antibo è sempre in corsa e, anche se non più in pista, corre per prendersi i suoi sogni. E anche questa volta sarà oro.

Salvatore Antibo, per tutti Totò, nato ad Altofonte (Palermo) nel febbraio del 1962, è stato uno dei più grandi mezzofondisti italiani.
Per ben due decenni primatista italiano dei 5.000 e dei 10.000 metri piani, prima che i suoi record venissero battuti da Yeman Crippa rispettivamente nel ’19 e nel ’20, l’atleta palermitano vanta, tra l’altro, due ori agli Europei di Spalato nel 1990 ed un argento olimpico a Seul nel 1988. 

Fu Gaspare Polizzi, l’allenatore con il quale nacque subito un sodalizio decisivo, a strapparlo al calcio per indirizzarlo alla pista d’atletica, folgorato dalla sua capacità naturale di correre ad alti ritmi apparentemente senza fatica.
Risultati importanti arrivarono già a livello juniores, ma il mondo cominciò ad accorgersi di lui nella finale dei 10.000 metri degli Europei di Stoccarda del 1986, quando arrivò terzo in un podio tutto italiano con Alberto Cova e Stefano Mei.

Un ragazzo di talento

Il ragazzo siciliano aveva talento, grinta, tanta forza di volontà ed una personalità capace di rivoluzionare il mezzofondo, di renderlo spettacolare con i suoi strappi, i continui cambi di passo, le accelerazioni devastanti e le volate esaltanti.
L’ultimo baluardo bianco contro lo strapotere dei fondisti kenyoti ed etiopi raggiunse l’apice della carriera nel ’90, proprio quando un altro Totò, anch’egli palermitano, colorava d’azzurro le mitiche notti di un’estate italiana: l’Italia intera si fermava per godersi le imprese di Schillaci e di Antibo.

Spalato 1990

Le due finali di Spalato consegnano Totò Antibo al mito. Due gare magnifiche, due perle nella storia dell’atletica leggera italiana.

Nei 10.000 metri l’africano bianco domina dall’inizio alla fine, terminando la gara con una vera e propria passerella, con tanto di saluti e baci al pubblico in visibilio: il norvegese Ake Nakkim e Stefano Mei, rispettivamente secondo e terzo, arriveranno al traguardo con ben 23 secondi di ritardo!

Tutt’altra storia, invece, la finale dei 5.000 metri che si disputa pochi giorni dopo.
Ad inizio gara Antibo è vittima di una caduta. Gli avversari, ovviamente, ne approfittano e spingono per cercare di seminarlo. Ma l’azzurro, con un grande sforzo fisico e mentale, riesce a ritornare nel gruppo di testa e, nell’ultimo chilometro, si accende una memorabile battaglia agonistica.

Al suono della campanella dell’ultimo giro di pista va al comando il portoghese Castro, ma Antibo risponde e lo scavalca.
Il britannico Staines rinviene e per circa 200 metri è un testa a testa avvincente.
Negli ultimi 120 metri, tuttavia, con un ultimo decisivo strappo Totò stacca l’avversario e vince a braccia alzate!

Una vittoria esaltante, indimenticabile, che l’azzurro ricorderà così qualche anno dopo: La caduta alla partenza l’ha resa unica. Mi sono trovato faccia al tartan per una spinta. Quando ho realizzato il tutto, gli altri erano già a 60 metri da me. D’istinto volevo rientrare subito, forzando. Ma Polizzi a bordo pista mi ha urlato di seguire un ritmo costante. Aveva ragione. Hanno sfruttato male il vantaggio: una volta in gruppo li ho bruciati con facilità, bissando l’oro dei 10 mila.

Tokyo 1991

Con queste straordinarie credenziali, l’anno dopo Antibo si presenta ai Mondiali di Tokyo tra i favoriti.
Tuttavia, la finale dei 10.000 metri assumerà tutti i contorni del dramma: pur essendo partito all’attacco, come sempre, a metà gara l’azzurro comincia improvvisamente ed inspiegabilmente a scivolare nelle retrovie.

Non un’ombra di reattività nella sua azione, che sembra meccanica come quella di un automa, con il volto tirato e lo sguardo innaturale e perso nel vuoto.
Alla fine chiude mestamente la gara al 20° ed ultimo posto, lasciando nell’incredulità il pubblico dello stadio ed i telespettatori. Ma cosa è successo?
Perché il campione non ha fornito una prestazione all’altezza delle grandi aspettative della vigilia?
Ce lo spiega direttamente lui:
nel 1991 a Tokyo sono in testa nella finale mondiale dei 10.000, poi il piccolo male mi manda in tilt. Non ricordo nulla, non ho voluto mai rivederla quella gara. Negli spogliatoi non capivo, pensavo si dovesse ancora gareggiare. Polizzi mi spiegò: ‘Sei arrivato ultimo, Totò’. Le visite mediche confermarono: epilessia.

Il nemico

Un nemico subdolo, rimasto silente per decenni, azzanna Totò ai polpacci.
Dopo un decennio ad altissimi livelli agonistici, comincia per Antibo una gara ben più impegnativa, che cambierà per sempre la sua vita.
A 3 anni avevo sbattuto la testa: forte trauma con ematoma nella parte sinistra. Ma nessuno se ne accorse. Il piccolo male è rimasto in sonno, come un vulcano. Nel ‘90 ho avuto un incidente d’auto, di nuovo un colpo al cranio. Lì si è risvegliata l’epilessia.

Prima di ritirarsi definitivamente, per Totò ci saranno ancora un dignitoso quarto posto alle Olimpiadi di Barcellona ’92 ed una finale ai Mondiali del 1993.

I dottori mi avevano tolto l’idoneità, piansi come un bambino. Li supplicai: decisero di ridarmela a patto che firmassi lo scarico di responsabilità e prendessi le medicine. I farmaci erano una mazzata, mi sentivo fiacco. Senza avrei vinto l’Olimpiade del 1992 a Barcellona e invece sono arrivato 4°, come nel 1984 a Los Angeles. Lì ero uno sprovveduto: corsi la finale coi piedi devastati dalle piaghe perché avevo commesso la fesseria di usare nelle batterie delle scarpe nuove.

Sempre in corsa

Oggi Salvatore Antibo vive nella sua Altofonte con la moglie e due figli.
E’ invalido al 100%, non può lavorare né guidare l’automobile.
Sopravvive con un vitalizio di 1.400 euro riconosciutogli dallo Stato per meriti sportivi.
A inizio dello scorso febbraio, presso l’ospedale di Germaneto (Catanzaro) gli è stato applicato uno stimolatore per ridurre il numero elevato di crisi epilettiche che per circa trent’anni ne hanno compromesso fortemente le condizioni di salute.
Ma a 59 anni, Salvatore Antibo non ha smesso di combattere: il suo sogno è quello di poter allenare i ragazzi della sua città, per farli crescere donandogli l’esempio del suo indomito spirito agonistico.

E noi gli auguriamo con tutto il cuore di riuscire a coronare il suo desiderio, perché l’atletica italiana, oggi in grande spolvero dopo le olimpiadi dagli occhi a mandorla, ha bisogno di personaggi eccezionali come lui.

 

Davide Zingone napletano classe 1973, vive a Roma dove si occupa di turismo e dirige un'agenzia letteraria. Laureato con lode in lingue e letterature Straniere e in Scienze Turistiche, parla correntemente sei lingue. Dello sport lo emoziona soprattutto la sfida dell'atleta a superare i propri limiti. Autore della rccolta di racconti umoristici "Storie di ordinaria Kazzimma", Echos Edizioni, Torino.

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