L’arte della velocità nel movimento della pittura futurista, ma anche nei soprannomi alle stelle della Formula Uno. Piero Taruffi è la Volpe Argentata. Juan Manuel Fangio, il Maestro. Jack Brabham, per tutti, Black Jack. Graham Hill, Mr. Monaco per le cinque vittorie a Montecarlo. Jim Clark, nel mito come lo Scozzese Volante e John Surtees, il Figlio del Vento.
E poi c’è Papillon. Mike Hawthorn. Non una meteora, solo una stella più elegante delle altre.
Uscire lanciati dalla chicane, la curva parabolica, il rettilineo. Passione e pericolo vanno ancora sottobraccio al giorno d’oggi, coraggio e incoscienza lo stesso, ma non come una volta. La storia dell’automobilismo racconta di protagonisti belli e dannati, episodi inverosimili, tragedie senza senso. Proprio come quella di Mike Hawthorn.
Il campione lascia
Il 22 gennaio 1959 Mike Hawthorn è alla guida della sua Jaguar MK1. Lui ragazzo dello Yorkshire per le strade del Surrey, siamo a Guildford, cittadina dalla cattedrale moderna, ma piena di storia e so perché. Dice Jean, la fidanzata, che la sera prima il male che lo attanaglia si è manifestato di nuovo, aggiungendo scoramento al dolore. Mike ha deciso di lasciare la formula uno ed il barnum delle corse da fresco campione del mondo in carica, a ventinove anni. Il titolo lo ha vinto appena 95 giorni prima.
Per tutti il ragazzo dal farfallino a pois, impermeabile o giacca di tweed, la camicia chiara, sempre sorridente, bello e popolare. Lui cosa vede mentre affonda l’acceleratore? Di sicuro altre immagini.

Il film
Il garage di papà è per autovetture sportive, il contagio è inevitabile per chi, per di più, brucia chilometri e tappe sostenuto da un talento fuori dal comune e più che discrete possibilità economiche. A ventidue anni è all’esordio mondiale con la sua squadra che è sulla griglia di partenza del GP di Silverstone. Dominano le Ferrari di Ascari e Taruffi, ma il terzo posto dell’esordiente Hawthorn, dopo il settimo tempo delle qualificazioni, si prende commenti e complimenti di tutti, non ultimo dal Drake.
Maranello
È subito Ferrari, la scuderia non perde mai tempo. Il GP di Francia ‘53 a Reims lo consegna alla leggenda. Una battaglia di 500 km per 60 giri conclusa da uno sprint con quattro bolidi italiani praticamente sulla stessa linea. Mike davanti a Fangio, poi Gonzalez su due Maserati, infine Ascari sull’altra Ferrari. Epica sfida, ancor oggi ricordata come la corsa del secolo.
L’anno successivo è tribolato. La scomparsa del papà, il brutto incidente al GP di Siracusa, ma anche diversi piazzamenti che portano al terzo posto finale nella classifica piloti. Mike è confuso, deve farsi carico degli affari di famiglia e capire cosa fare da grande in pista e fuori, passa alla Vanwall e poi alla Jaguar per rimpiazzare Stirling Moss.
Il segno di Le Mans
Con la scuderia britannica vince Le Mans nel giorno che non doveva arrivare. Il più disastroso incidente della storia dell’automobilismo. Mike è coinvolto in una carambola fuori pista che travolge il pubblico, bilancio atroce: 83 inconsapevoli vittime a cui si aggiunge il pilota francese, Pierre Levegh. Lo choc va ben oltre il mondo delle corse, diversi paesi europei vietano i gran premi, Mike è scagionato dalle responsabilità, ma porta una ferita dentro che non si può rimarginare.
Decide di continuare a correre, decide che di nuovo è la Ferrari il modo giusto per farlo. È il 1957, Mike è un’altra persona, sempre veloce ma più maturo. A Maranello trova l’amicizia fraterna con il connazionale Peter Collins e l’accesa rivalità con il nostro Luigi Musso. Luigi muore nel GP di Francia ‘58 a Reims lanciato all’inseguimento di Mike al comando della corsa dopo dieci giri. Un incidente analogo, meno di un mese dopo al Nürburgring, costa la vita a Peter.

1958
Mike ne ha viste troppe, pensa solo a pigiare sull’acceleratore, cos’altro può fare per scacciare i demoni? Gli astri si allineano. È la sua stagione. Terzo posto in Argentina, fuori a Montecarlo per colpa della pompa della benzina, quinto in Olanda, primo a Reims dove il destino gli dà sempre appuntamento e soprattutto colleziona un filotto di secondi posti che gli permettono di tenere alle spalle, nel punteggio finale, quel fenomeno sette vite di Stirling Moss. In Marocco l’apoteosi con Moss sul gradino più alto del podio, ma le due Ferrari di Hawthorn e Phil Hill damigelle festeggianti. Decisivo il buon Phil, americano della Florida, che consente a Mike di chiudere a 42 punti, appena uno più del rivale.

La morte nel cuore
Il rinnovo di contratto per il campione in carica è cosa fatta, ma Mike ha deciso. Lascia tutto, non deve giustificarsi, lui vede Peter alla fine di ogni rettilineo. Dolore forte, intimo, inspiegabile. Resta il primo britannico campione del mondo e l’ultimo al volante di una monoposto a motore anteriore. Lontano dal paddock e dalla bandiera a scacchi, di Mike non si sa più nulla fino a quel 22 gennaio. A lui va bene così, vive con il suo amore, preoccupata più di lui per il suo fegato. Forse un black out, forse una corsa folle sul bagnato con Rob Walker, sì quello del whisky. Come è andata veramente non si sa. Si sa che era maledettamente giovane, si sa che era maledettamente scritto.
Mike Hawthorn: 10 aprile 1929 – 22 gennaio 1959
GP disputati: 45, Pole position: 4, GP vinti: 3, Titoli iridati: 1 (1958)