Pola-Cervia. Quando in Adriatico si sciava

Tra gli anni Sessanta e Settanta, l’Adriatico fu il palcoscenico di maratone di sci nautico estreme e scintillanti, vere e proprie imprese di fatica, mondanità e coraggio, con campioni, celebrità e folle in delirio sulle banchine di Cervia.
 Rachele Colasante
Pola - Cervia

C’è stato un tempo in cui l’Adriatico non era soltanto il mare ordinato degli ombrelloni e dei pattini di salvataggio. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, quel tratto d’acqua divenne un’arena luminosa, propaggine estrema di una Dolce Vita che tentava di sopravvivere a sé stessa e di un boom economico già traballante, ma dove il gusto dell’impresa estrema trovò un rito tutto suo e irripetibile. Le maratone di sci nautico non erano semplici gare: erano traversate in mare aperto, sfide costa a costa che chiedevano gambe d’acciaio, mani piagate e una fiducia quasi folle nella scia del motoscafo. L’odore di benzina si mescolava alla salsedine, le spiagge si riempivano di spettatori e i cinegiornali trasformavano giovani atleti in eroi popolari, sospesi tra sport, spettacolo e leggenda.

La rotta che faceva tremare il cuore

Inaugurata nel 1968, la Pola-Cervia, la Rotta 242, copriva circa 80 miglia nautiche, ovvero oltre 137 chilometri tra la sponda istriana e il porto canale di Cervia. Partire da Pola significava lasciare alle spalle ogni sicurezza: al largo, l’Adriatico mostrava correnti, foschie, onde dure come pietra. Gli scinauti restavano piegati per ore, trascinati a punte di velocità che toccavano anche i 70 chilometri orari; i quadricipiti assorbivano migliaia di colpi, le mani stringevano il bilancino fino al dolore, gli occhi bruciavano di sale. Una caduta poteva cancellare una vittoria o trasformarsi in un recupero difficile, nel mezzo di un mare che non perdonava distrazioni. Eppure, proprio quella durezza rese la gara irresistibile. Tagliare per primi l’ingresso del porto canale, tra banchine gremite e applausi da stadio, valeva una carriera. Cervia non accoglieva soltanto un atleta: incoronava un gladiatore del mare, un corpo il più delle volte sfinito che diventava un tutt’uno con il rombo del motore e l’urlo della folla.

Pola - Cervia
Tom Ponzi

I cavalieri della scia

Il primo a incidere il proprio nome nella leggenda fu il tedesco Rudy Neumann. Surfista oltre che scinauta, protagonista dell’avventura dell’Isola delle Rose, il 24 maggio 1968 Neumann completò la prima traversata ufficiale Pola-Cervia in 3 ore, 43 minuti e 8 secondi, sfidando mare ostile e foschia accecante. Pochi mesi dopo arrivò Bruno Cassa, volto popolarissimo del “Mister X” dei Caroselli televisivi: con 1 ora, 55 minuti e 51 secondi abbatté il muro delle due ore, trainato da uno scafo da 640 cavalli. A guidarlo c’era Tom Ponzi, investigatore privato celeberrimo, presenza capace di trasformare la prova in un evento da rotocalco nazionale. La caccia al primato continuò con intensità febbrile. Nel 1970 il ventenne cervese Antonio Sama, studente di ingegneria e idolo di casa, scese a 1 ora, 46 minuti e 52 secondi. Il 13 agosto 1972 il triestino Antonio Marussi fissò il record storico in 1 ora, 41 minuti e 45 secondi, volando sull’acqua a una media impressionante. Anche gli australiani, guidati da campioni come Harry Luther, attraversarono mezzo mondo per misurarsi con quella rotta, consacrando la maratona romagnola a mito internazionale.

La ragazza dal cognome immenso

Tra le figure di maggior richiamo spiccò Deirdre Barnard. Nel 1968 il suo cognome era già entrato nella storia: il padre Christian Barnard aveva compiuto a Città del Capo il primo trapianto di cuore umano. Deirdre però non era solo la “figlia di”, ma una vera campionessa sudafricana, cresciuta sulle acque di Knysna, allenata con passione e incoraggiata da un padre tanto celebre quanto affettuoso. A Cervia la accolsero fotografi, curiosità e applausi. I settimanali, tra cui La Domenica del Corriere, seguirono ogni suo gesto. Deirdre incantava con il sorriso e l’eleganza, ma in acqua diventava concentrazione pura: affrontava l’Adriatico con tecnica e coraggio, smentendo chi pensava a quelle traversate come a un dominio esclusivamente maschile. Nel 1968, la sua presenza – anche se solo simbolica perché partecipò solo a dimostrazioni ed eventi promozionali e non alla maratona vera e propria – diede sin da subito alla gara una notorietà internazionale.

Pola - Cervia
Deirdre Barnard

La delfina che sfidò l’età

Accanto alle stelle straniere, la vera eroina della Rotta 242 fu italiana: Il 24 luglio 1969, a 46 anni, quando lo sport estremo sembrava ancora negato alle donne mature, affrontò la Pola-Cervia trainata dallo scafo dell’ingegner Signoretti. Resistette per 3 ore, 17 minuti e 56 secondi, diventando la prima donna a compiere l’impresa, dimostrando che nella scia non contavano genere o lignaggio, ma classe, resistenza e cuore. Per la stampa lei divenne subito la Delfina dell’Adriatico. Il suo arrivo a Cervia, con il volto segnato dalla fatica, ma illuminato da una gioia ferocemente rivendicata, è tra le immagini più commoventi della competizione.

 

Anna Maria Balboni Ravegnani

Non solo sport

Nei giorni della gara, Cervia diventava un palcoscenico totale con piloti, meccanici, cantanti, attori, paparazzi, sponsor e curiosi che brulicavano tra bar, ristoranti e banchine. Il porto canale attendeva i motoscafi come si attende un’apparizione. Prima arrivava il rombo, poi la prua che spaccava l’acqua, infine la sagoma dello scinauta, sottile e ostinata, dentro una nuvola di spruzzi. Quando il bilancino veniva lasciato e l’atleta scivolava verso la riva, la folla esplodeva in un abbraccio che sapeva di festa popolare e cinema all’aperto.

Il tramonto che non spegne la leggenda

Verso la metà degli anni Settanta, quella stagione irripetibile iniziò a svanire. Le norme di sicurezza divennero più severe, la crisi petrolifera rese costose le grandi imbarcazioni ad alta potenza e lo sport cercò forme più regolamentate. La Pola-Cervia chiuse il suo albo d’oro ufficiale nel 1973, ma la sua eco non si spense. Ancora oggi, lungo il porto canale di Cervia, sembra possibile udire il rombo lontano dei motori e vedere le ombre di quei pionieri danzare sull’acqua.
La memoria della Rotta 242 è stata riaccesa anche da imprese moderne, come quella dell’australiano Alex Luther, nipote di Harry, che nel 2018 ha rievocato l’impresa del nonno con una nuova traversata. Le maratone dell’Adriatico non furono una semplice parentesi agonistica, ma una vera e propria narrazione non convenzionale di un’Italia solare, audace, desiderosa di credere nell’impossibile e di uomini e donne a cui bastavano due sci, un motore aperto a manetta e un mare infinito davanti per sentirsi, almeno per un paio d’ore, padroni del proprio destino.

Rachele Colasante giornalista pubblicista, laurea in Lettere e master in sostenibilità alla LUISS Business School. Da sempre incuriosita dalle storie, cerca di scrivere la sua al meglio. Ancora non sa dove la condurrà il suo percorso, ma per ora si gode il paesaggio.

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