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Eiger. Parete nord

Cos’è una parete di ghiaccio o di roccia? Non si sa, cambia ogni giorno, ogni ora. La parete nord dell’Eiger è un enigma. Si può provare a risolverlo e ci provano i migliori, i più temerari, i più coraggiosi. È qui che l’alpinismo diventa altro da sé restando sé stesso. 
Eiger

Ossessione. Follia. Epopea. Avventura. Raziocinio. Non fa rumore il treno delle parole che non si ferma mai alla piccola stazione di Kleine Scheidegg da dove l’aura tetra dell’Eiger fa ombra e, se alzi lo sguardo, paura. La montagna delle Alpi bernesi, quota 3967, e la sua parete nord. Con il Cervino e le Grandes Jorasses è il trittico di una leggenda nera come le nuvole che avvolgono la sua cima e il racconto dei tentativi di conquistarla.

Conosciamo la data della prima ascensione dell’Eiger

11 agosto 1858. Venticinque anni dopo, Mr. Charles Barrington invia una lettera all’Alpine Journal dove racconta la sua impresa. Vuole scalare il mondo, ma non ha una sterlina in tasca. Almeno così dice alle due guide che gli propongono il Cervino, ancora inviolato.  “Come d’altronde l’Eiger, se è per questo” e da Grindelwald è proprio lì, sembra di toccarlo.
Christian e Peter abbassano le pretese, si può fare, tre ore di sonno, tre del mattino e partenza a passo spedito.
L’inglese si arrampica con maestria. Si segue il filo della cresta nord ovest. La vetta è cosa fatta a mezzogiorno, la discesa è molto più ardua, si evitano ripetute valanghe, “se non fossi stato in forma come il mio cavallo Sir Robert Peel nel giorno del GP d’Irlanda, non sarei arrivato a casa sano“. 

Eiger nord
(Eiger. La parete nord)

Parete nord. Il sogno impossibile

La cresta sud ovest viene scalata nel 1874. La sud nel 1876.
Del 1885 è la prima discesa della cresta Mittelegi. Il 1912 è il trionfo della tecnica: viene completata la ferrovia della Jungfrau. I binari attraversano il cuore di pietra dell’Eiger.
Dalla galleria due finestre si affacciano sul vuoto della parete nord, il sogno impossibile di generazioni di alpinisti. Impercorribile, riceve e trattiene tutte le perturbazioni che colpiscono la montagna da nord e da nord ovest, nessuno sa veramente com’è questa parete se non che ha un volto cupo, mutevole, ostile ed impietoso. Di ghiaccio, di roccia, di neve e valanghe, di scariche di pietre. 

Agosto ’35

Siamo attorno alla metà di agosto 1935 quando Max Sedlmayer e Karl Mehringer si sistemano in una baita sui pascoli di Alpligen con l’intenzione di lanciare l’attacco alla parete nord. Sono magri e forti, ben allenati, nessun ghigno di sfida, non sono famosi, ma chi li conosce sa che sono tra i migliori, tra i più resistenti e capaci con centinaia di pareti affrontate sempre con preparazione adeguata. Portano provviste per sei giorni provando a calcolare tempi ed imprevisti in questa che non è una ascensione, ma una vera e propria irruzione nel regno del verticale.
Il punto più basso della parete si trova a 2100 metri. L’attacco è alle due di mattina del 20 agosto, a valle quando fa giorno c’è una folla che li insegue con il cannocchiale. Procedono meravigliosamente, a dispetto di pareti ripide e zaini scomodi, la cordata guadagna quota, “sembra una lezione di alpinismo” ammettono, ammirate ed un po’ invidiose, le guide locali.

Quota 2.900

Al tramonto tutto il settore inferiore della parete è alle spalle, si bivacca a 2900. La vetta non è più miraggio, l’obiettivo è raggiungerla per le prime ore del pomeriggio. Anche lo scettico si arrende all’evidenza, sono ad una manciata di metri, ma non è come sembra. Non sono venti metri, sono cento e di mezzo una pioggia di pietre e schegge di ghiaccio da schivare. Lo zaino diventa scudo, non si riesce più ad avanzare, la nebbia e poi di nuovo la notte separano i due ragazzi di Monaco dal resto del mondo. Nessuno dorme nemmeno a valle, tuoni e poi la tempesta di vento e grandine. Il termometro segna meno otto, la visibilità è minima, il successo sarebbe ora sopravvivere.

Quel desiderio che non sai spiegare

Sono oramai cinque giorni di parete. Qualcuno li intravede, sono ancora vivi, si muovono, forse continuano a salire, la bufera frusta le rocce con raffiche orizzontali, si organizza il soccorso ma salire dal basso è impossibile, scendere dall’alto nemmeno a pensarci. Impotenti, inghiottiti Karl e Max, il rumore degli aerei copre il rombo delle valanghe, lo scroscio delle cascate, il crepitio delle pietre, il silenzio di morte.
Si alza anche Ernst Udet, il più celebre pilota tedesco, arriva a venti metri dalla parete, vede la sagoma di uno dei due, immobile, ritto nel punto dove era stato localizzato l’ultimo bivacco.
Non tornano. Nessuno riuscirà a riportarli a casa, abbracciati alla parete ostile dell’Eiger insieme al desiderio che non sai spiegare, di avventura e di misura del proprio coraggio. 

Non basta mai

Luglio 1936. Non ce la fanno gli austriaci Edi e Willy ed i bavaresi Andreas e Tony, cento anni in quattro.
Agosto 1937. Ludwig e Matthias riescono a tornare giù dal bivacco della morte, ma la cima resta inviolata.
Il primo giorno d’estate 1938. Due ragazzi italiani che della montagna hanno fatto la vita, Bartolo Sandri e Mario Menti, precipitano nei pressi della fessura difficile. Il cambio delle condizioni meteo è sempre la variabile che spariglia, non c’è risposta; sacrificio e competenza sembrano non bastare. 

Eiger Sandri e Menti
(Bartolo Sandri e Mario Menti)

L’ennesima tragedia lascia un’eco fortissima, ma non scoraggia la nuova missione

È esattamente un mese, 21 luglio, quando quattro scalatori, ancora due tedeschi e due austriaci, decidono che è il momento. Salgono slegati, in silenzio, seguendo ognuno il proprio itinerario ed i propri pensieri, portano con sé le lezioni apprese, il piacere dell’arrampicata, i dubbi e la diffidenza avvolti nel cuore. L’idea è che la parete sia una muraglia di roccia con chiazze di neve e ghiaccio. I ramponi pesano, rinunciarci può consentire di portare più materiale più viveri. Basta poco per capire l’errore, si fatica di più e serve più tempo. Alla grotta del primo bivacco i quattro si ritrovano. Non c’è spazio, è umido, l’altimetro è salito, il barometro sceso, vuol dire che il tempo non si mette bene.

Eiger Heckmair
(Andreas Heckmair sull’Eiger)

Ci si divide tra chi vuol tornare indietro e chi continuare

Andreas Heckmair è il più esperto, non fosse altro per le 32 primavere. Il suo senso di responsabilità è la bussola. Si riparte, l’aurora è bellissima, zaino, corde, strapiombi, staffe, passaggi in libera ridotti al minimo, muri verticali. La parete riparte con i suoi colpi di artiglieria, quattro giorni e quattro notti impossibili da descrivere, paure, vertigini, risate, bestemmie, gioia, sollievo ed ancora paura. Ci siamo o così sembra. La pendenza del canale diminuisce. Le slavine non si temono più, quassù ancora non hanno accumulato forza. Dal canale si esce sull’ultimo nevaio. Paradosso, è quasi pianeggiante. Heckmair esce sul pendio a mezzogiorno, solo un tratto di neve separa dalla vetta. “Solo”.
La concentrazione deve restare alta, le suole chiodate per restare in piedi, ma non sono certo salde come i ramponi. Riprende a nevicare orizzontale, sono due passi, servono ancora due ore, le più lunghe mai viste.

In vetta!

Sono le 15.30 del 24 luglio 1938, la vetta dell’Eiger è raggiunta e quasi si rischia di cadere giù dall’altra parte, oltre la cornice sommitale.
Gioia? No, solo liberazione e tutte le altre emozioni violente che si possono immaginare.
Fritz ed Heinrich sono in parete da 85 ore, Andreas e Ludwig da 61.
Non hanno mai dubitato di riuscire, la fiducia nell’amicizia il collante. Restano rannicchiati, il ghiaccio si forma sulla bocca, sugli occhi, sul naso. Una stretta di mano tutto qui. La discesa è immediata, non c’è un minuto da perdere, si scivola, ci si rialza, la stanchezza – mai avvertita prima – sembra il nuovo nemico, insieme al più insidioso per ogni scalatore: la fretta. Ci si sorregge a vicenda, la neve diventa pioggia, si esce dalla nebbia, dall’incubo, gli agi della vita normale tornano nei pensieri, il mondo degli uomini si avvicina, è vero, e a portata di mano.
La tenda è la reggia. Eccola ed ecco la gente che saluta “siete scesi dalla parete?“. Ma che domanda è? Li vedono, ma non ci credono e non gli si può dar torto.  Inverosimile. Ora guardare l’Eiger non sarà più la stessa cosa. 

Eiger
(Da sinistra: Heinrich Harrer, Ludwig Vörg, Andreas Heckmair e Fritz Kasparek)

Destini

L’ardimento, la spavalderia giovanile e tanto allenamento, l’armonia della cordata. Nessuno ha promesso nulla, né riconoscimenti né una vita agiata. Ludwig Vorg cade in combattimento per la sua patria. Fritz Kasparek, figlio del sole, cede al Salcantay nel lontano Perù. Heinrich Harrer, tutti sappiamo dei sette anni in Tibet, muore novantaquattrenne in un villaggio della Carinzia. Andreas Heckmair, novantanove anni, a Oberstdorf nel land della Baviera.
Vite diverse, tutte vissute. 

Walter Bonatti

Nel luglio 1963 arriva Walter Bonatti, l’uomo del pilastro sud ovest del Dru, della parete est del Gran Capucin, dello sperone Walker in inverno. Cerca la solitaria. Sa tutto dei rischi, dei rari successi e le troppe tragedie.
Dopo il primo bivacco torna indietro. Riparte, rinuncia.
Colpito da una pietra sul secondo nevaio, lui non conferma, dice poco, non è depresso, non teme di aver fatto alcun danno alla sua reputazione, semplicemente ha deciso di fare quello che ha ritenuto sensato.
Ai cronisti, mentre la nube copre di buio la vetta, affida il suo pensiero: “Nessuna montagna vale la vita di un uomo“.  

 

 

 

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Venti di calcio

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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