sabato, 19 Giugno 2021

Ogni primo venerdì del mese Sportmemory e le sue storie
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Davide Dato. Un italiano all’Opera di Vienna

Davide Dato. Un italiano all’Opera di Vienna
Giuseppe Distefano

Nel 2017 è stato costretto a interrompere la sua attività per un anno a causa di un infortunio al ginocchio.
Per un ballerino cui piace veramente questo lavoro, è la cosa peggiore che gli possa succedere”, esordisce così il suo racconto Davide Dato.

Esattamente un anno dopo, sei mesi dopo l’operazione e altri sei di lezioni e prove, per una curiosa coincidenza lo stesso giorno dell’infortunio, il 29 giugno, è ritornato in scena a danzare. Originario di Biella, classe 1990, dotato di grande tecnica, versatilità e presenza scenica, talento innato dalla musicalità insita, da maggio 2016, a 25 anni, Dato è primo ballerino al Wiener Staatsballett, carica conferitagli dal direttore Manuel Legris dopo una rappresentazione del Don Chisciotte nella versione coreografica di Rudolf Nureyev. Nella scuola della prestigiosa istituzione austriaca, ha iniziato la sua vera formazione – dopo una breve esperienza alla School American Ballet di New York -, e dal 2008 è entrato stabilmente nella Compagnia raggiungendo il ruolo di étoile.
Una carriera brillante, in grande ascesa che lo ha consacrato a livello internazionale. Interromperla per un periodo a causa di un infortunio è da mettere in conto per un danzatore. Cosa si generi nella vita quando questo accade, è qualcosa che modifica, dopo la ripresa, abitudini e comportamenti, pensieri e pratiche.
Il racconto di Davide di quell’esperienza fa rivivere l’insegnamento che se n’è tratto. L’intensa attività che in quell’anno il ballerino ha dovuto sostenere con un carico di lavoro eccessivo dovuto anche per essere richiesto ovunque in numerosi Gala, ha probabilmente creato i presupposti fisici dell’infortunio.

È stato durante il Galà Nureyev 2017 al Teatro dell’Opera di Vienna che, per un semplice errore tecnico, saltando mi sono rotto il legamento crociato – riprende il racconto Davide -, in un momento inaspettato come spesso succede per gli incidenti. È difficile accettare la realtà, e cominci a pensare perché e come sia potuto accadere. Col senno di poi capisci che bisogna smettere di analizzare e concentrarsi sul da farsi per guarire, per ritornare in forma. Svegliandomi la mattina dopo l’incidente, quando ho visto che avevo il ginocchio molto gonfio, era chiaro che c’era qualcosa di serio e che sarebbe stata necessaria l’operazione. La sensazione è che il mondo ti crolli addosso, specie in quel periodo perché quell’estate era, in assoluto, la più piena di impegni e di spettacoli”.
Dopo aver consultato diversi ortopedici di Vienna, Davide decide di farsi operare a Milano. “Al dottor Volpi devo molto se ora posso di nuovo ballare. Dopo un periodo di riabilitazione a Roma seguito dal dottor Carlo Tranquilli, sono tornato a Vienna, quindi in teatro e in seguito sul palcoscenico. Per ritornare a danzare pienamente sicuro e con tutta la carica necessaria a livello psicologico, c’è voluto un anno intero dopo l’infortunio. È difficile da affrontare, ma è un’esperienza che fa crescere. Fa capire, mancandoti, quanto ami veramente ballare. S’imparano molte cose da diversi punti di vista. Intanto a sentire diversamente il proprio corpo e, rispetto alla normalità con cui il ballerino lo sente, a capire di più, ad esempio, quando ha bisogno di riposo. Ti sprona ancor di più, perché hai bisogno proprio di tantissima energia, costanza e forza di volontà; e sappiamo quanto per un danzatore, il ginocchio debba essere forte per ritornare a saltare. È stato un grande lavoro anche psicologico, perché è facile cadere in depressione. Anche se a me in questa forma non è successo, ho avuto dei momenti difficili, perché comunque desideravo ritornare velocemente alla normalità e invece mi accorgevo di non essere ancora in grado. Vengono mille dubbi: ce la farai e ne uscirai, oppure no? È normale che sorgano queste domande. Ora che sono passati tre anni mi sento più forte”.

Un tale avvenimento comunque segna profondamente, rimane impresso, e si ha sempre il timore che possa succedere di nuovo.
È una paura difficile da cancellare, che sta lì da qualche parte del cervello. Mi capita di pensarci durante le prove. Nel mio caso, per di più, è accaduto sul palcoscenico, davanti al pubblico. È stata, in definitiva, una lezione di vita cui sono grato perché dopo apprezzi di più quello che hai e che fai, e non dai niente per scontato. Comunque devo dire che non mi sono sentito del tutto perso: mi sono anche goduto una certa tranquillità, la mia famiglia, e ho coltivato altri interessi. Già solo il fatto che mi mancasse poter ballare mi ha dato forza per andare avanti. Fare fisioterapia con gli esercizi di potenziamento tutti i giorni è dura. Lo fai pensando a quel momento in cui potrai vivere nuovamente l’emozione artistica sul palcoscenico. Personalmente odio la routine. Non sono particolarmente attratto dal lavoro molto fisico, come sudare, fare la sbarra, le continue prove. Per un ballerino tutto questo fa parte del processo preparatorio e sicuramente, per molti, ha il suo fascino; ma a me piace, più di tutto, l’emozione che si vive sulla scena, la musica, tutto l’insieme dello spettacolo”.

La paura che possa ancora succedere un infortunio è un pensiero che in generale accompagna tutti i danzatori, specie chi l’ha già vissuto.
C‘è chi non ritorna più a ballare, e chi non ce la fa a proseguire l’attività serenamente. Succede anche agli sportivi. Nel mio caso, il fisioterapista che mi ha seguito mi ha aiutato a sviluppare questa sicurezza proprio a livello psicologico perché poi giungi a una fase in cui il corpo ce la fa, è pronto a fare tutto, ma tu non lo fai perché riaffiora una sensazione di paura”. Come riuscire a superarla? “Con la testa. A quel punto ci si accorge quanto, per controllare il corpo, sia importante la forza mentale. Tutto parte dal cervello. È un processo che gli sportivi, ad esempio, conoscono bene. Ricordo l’insegnamento di un maestro di danza che consigliava, per preparare un ruolo in un balletto, di mettersi con gli occhi chiusi e di eseguirlo dall’inizio al fine solo con la mente. Questa tecnica so che vale anche per certi sportivi che si immaginano di fare una maratona senza muoversi, e bruciando, in qualche modo, le calorie. È una questione di percezione. Quindi sono il corpo e la mente ad essere allenati”.
Che la danza sia uno sport a tutti gli effetti è un dato ormai più che acquisito.
Anzi, nella storia dello sport rappresenta il nucleo originario da cui esso è nato e sviluppato. Basti pensare alle rappresentazioni presenti negli antichi vasellami raffiguranti l’essere umano intento in posture di movimento atletico sotto forma di danza propiziatoria, di sacri riti o ai fini della caccia.
Noi ballerini dobbiamo sentirci atleti al cento per cento – ribadisce Davide -, perché la danza, che ovviamente si contraddistingue per la dimensione artistica e non è misurabile nei canoni atletici, è comunque un’attività sportiva. E, in quanto tale, include vari aspetti: dall’alimentazione al tipo di allenamento da fare per interpretare determinati ruoli o per balletti più tecnici, a tutto quello che concerne la rigenerazione e quindi il riposo. All’inizio della carriera non si è molto consapevoli di tutto questo. Personalmente ho imparato molto a riguardo dopo il grave infortunio. Fino ad allora non ero molto cosciente di quanto fosse importante, per esempio, il riposo, perché comunque, dopo tante prove e dopo gli spettacoli, il corpo ha bisogno di rilassarsi, distendersi”.

Un altro aspetto importante è l’alimentazione, pensare a quello che si mangia, a cosa si mette dentro il proprio corpo, cosa gli può far bene e cosa male, cosa può dargli la giusta energia. “Da ballerino, ma ancor di più tra le ballerine, si è portati a pensare solamente a che cosa, o no, faccia ingrassare. Personalmente ho trascorso dei lunghi periodi senza mangiare carne, scoprendo dei benefici. Fisicamente, avendo delle gambe molto forti, soprattutto i polpacci, a volte, quando lavoravo tanto, soffrivo di forti crampi. Il consiglio, da parte di diversi nutrizionisti e dottori, era di prendere magnesio, bere tanta acqua e riposare; ma ho scoperto che solo eliminando la carne dalla mia alimentazione, i crampi scomparivano. Il risultato è che mi sento più veloce, il corpo più sveglio e leggero. Sicuramente è una cosa molto specifica che, magari, funziona su di me e per il mio corpo, ma non su un altro collega. Devo confessare però che con il lockdown ho ricominciato a mangiare un po’ di carne, una delle poche gioie di questo periodo. Ho smesso anche con i latticini e gli zuccheri. Prima pensavo che, eliminando la carne non avrei avuto abbastanza forza, invece non è stato così. Alla pasta però non riesco a rinunciare, anche perché la maggior forza la ricevo dai carboidrati”.

Nel mondo della danza sta crescendo sempre più la consapevolezza che i danzatori sono dei veri e propri sportivi, e quindi si dà più importanza e si investe sulla riabilitazione e la prevenzione agli infortuni. “Questa coscienza sta migliorando un po’ dappertutto, basti pensare ai fisioterapisti fissi nei teatri. Gli americani, a differenza dell’Europa, sono stati sempre più avanti riguardo a questo. Al Royal Ballet di Londra, per esempio, hanno creato negli ultimi anni un team pazzesco composto da fisioterapisti, insegnanti di pilates, di gyrotonic, e di tutte quelle discipline che rafforzano un danzatore. Che la prevenzione vada in questa direzione, di aiutare il danzatore con un team di esperti lo vedo anche con i miei colleghi che, pur non avendo avuto nessun tipo di infortunio, fanno determinati esercizi che servono proprio di prevenzione, di rinforzamento, per evitare che succeda qualcosa. A volte è difficile distinguere certi dolori perché alcuni sono magari la conseguenza di un allenamento più intenso, altri invece sono dei campanelli di allarme cui bisogna fare attenzione perché se trascurati, possono trasformarsi in veri e propri guai”.
Il danzatore spesso è portato a superare i propri limiti.
Io, per esempio, ma non solo io, ho ballato tante volte con la febbre o con dei dolori veramente forti. Forse uno sportivo non lo farebbe, e questo, secondo me, differenzia un danzatore, quindi un artista, da uno sportivo. Noi danzatori abbiamo fatto cose che se venissero raccontate alle persone verremmo presi per pazzi. Come quella volta che, pur avvertendo di avere un problema al piede, ho danzato lo stesso per scoprire dopo che, avendo lesionato un legamento, avevo l’osso completamente fratturato. Insomma, a parte il lato artistico fondamentale, noi siamo atleti al cento per cento, lo siamo eccome, perché è una disciplina che richiede tantissimo allenamento, rigore e sacrificio.
E poi basti ricordare la nota frase di Albert Einstein: “i ballerini sono gli atleti di Dio”.

Giuseppe Distefano, critico di teatro e di danza, fotogiornalista e fotografo di scena.  Collabora con diverse testate tra cui il magazine Danza&Danza e la versione web danzaedanza.com, Artribune.com, Exibart.com, Sipario.it, il mensile Città nuova, e cittanuova.it. Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).