La vita in un Giro: Carlo Moretti e l’impresa del ’33

Si correva anche così. Si correva da soli, con la bicicletta che era tutto e poche altrecose. Si correva con gambe e polpacci e denti stretti. Erano Indipendenti, ma li chiamavano Isolati, e il nome è tutto un programma. Carlo Moretti era uno di loro.
Carlo Moretti, primo a sinistra, vincitore categoria indipendenti al Giro d'Italia del 1933, alla passerella finale all'Arena civica di Milano, con il trionfatore Alfredo Binda e il secondo classificato, il belga Jeff Demuysere ( Archivio Giordano Minora)

Carlo Moretti è stato il classico enfant du pays, poca enfasi ma tanta sostanza, frutto di forza di volontà e spirito di abnegazione; lo testimoniano le sue imprese. Quella che ha lasciato il segno e lo ha fatto entrare nella storia del ciclismo nazionale, è stata la conquista, nella categoria indipendenti, del Giro d’Italia del 1933, vinto da Alfredo Binda, con Moretti sesto, primo dei 46 concorrenti non accasati in gara, allora i non appartenenti ad una squadra avevamo un’apposita graduatoria.
Un’impresa che la Gazzetta dello Sport ha cosi salutato: …ecco un altro elemento che ha riaffermato le proprie eccellenti qualità nella grande prova di quest’anno. Irrobustito, fattosi più convinto, il Moretti è rimasto nella lotta per i primissimi posti della classifica fino a quasi alle ultime tappe, sin quando la sfortuna, e forse un poco la stanchezza, non intervennero a ridurre le sue possibilità negli sforzi in salita.
Nella sua decennale carriera da professionista, Carlo Moretti debuttò nel 1929 con la maglia verde oliva della Legnano a fianco dei fratelli Alfredo e Albino Binda, Marchisio, Olsit, Erba e Giacobbe, può vantare ben 9 partecipazioni alla corsa rosa, tre al giro della Svizzera, due a quello di Germania, oltre a diverse classiche nazionali su strada e su pista.
In questa specialità, nel 1929, si classifica terzo, in coppia con Tonani, pistard di Roserio, alla Seigiorni di Milano, vinta dalla coppia Binda Girardengo.
Sempre in quell’anno, è indimenticabile la sua partecipazione alla Milano Sanremo, sia per il nono posto ottenuto e sia, in particolare, per il ritorno a casa a bordo del sidecar dell’amico e supporter Pietro Minora.
Sorpresi da una tormenta di pioggia e neve sul passo del Turchino, arrivarono a destinazione a notte fonda, letteralmente intirizziti dal freddo.

Nel 1931, con indosso la gloriosa maglia della Bianchi –Touring, disputando il giro di Lombardia stabilisce il miglior tempo nella scalata del Ghisallo dal versante di Bellagio, record durato per un decennio.
Poi, in sella alla Dei, l’impresa al Giro d’Italia del 1933, una performance salutata con orgoglio dalla casa di biciclette e da un’autentica apoteosi al suo arrivo a Bollate: accolto da oltre 500 tifosi, con in testa il podestà Erminio Mariani, e con le note festose della banda cittadina che lo accompagnarono lungo la Varesina sino al cortile di casa a Ospiate; ad attenderlo un’enorme striscione con scritto W Moretti, festeggiamenti seguiti da un maxi banchetto presso la trattoria Scuinet.
Paradossale e genuino l’incontro tra Carlo e il padre Maurilio che, appena lo vide arrivare, lo apostrofò senza tanti complimenti: Damm i dané che te vinciù che g’ho de compra la vacca (Dammi i soldi che hai vinto che devo comprare una mucca).

1933 Carlo Moretti con la maglia della Dei (Archivio Giordano Minora)

Grazie all’exploit del 1933, è ingaggiato dalla Taurus di Torino e, nel 1935, selezionato per partecipare al Tour de France, sostituito in extremis dal nervianese Ambrogio Morelli che terminerà la grande boucle nientemeno che al secondo posto.
Sul finire degli anni Trenta appende la bicicletta al chiodo, rimanendo nell’ambiente come direttore tecnico degli isolati in una edizione del Giro d’Italia.
Impiegato presso la Persil di Milano, muore, prematuramente, all’età di 44 anni, sabato 12 luglio 1952, lasciando la moglie Lena e il figlio Massimiliano in quel di Santa Maria Rossa, dove si era trasferito in una sorta di ritorno alle origini: era nato a Valera di Arese, l’8 dicembre del 1908, da papà Maurilio e mamma Rosa, maggiore di tre fratelli (Germana e Gaspare). Ad iniziarlo alle due ruote lo zio Pasquale Clerici, aveva una bottega di biciclette all’Isolino, rione di Arese. Intorno ai 15 anni si dedica all’agonismo facendosi notare- anche per la caratteristica bicicletta rosa (quasi una premonizione) messa a punto dal meccanico milanese Faggi- nelle categorie giovanili, conquistando un palmares di tutto rispetto, ben 47 trionfi, molti dei quali, negli ultimi due anni da dilettante, con maglia del Pedale Bollatese. Successi che lo hanno fatto entrare di diritto nel ciclismo che conta.
Per fare memoria delle sue imprese, la città di Bollate, nel 1997, gli ha dedicato una via.

Paolo Nizzola, classe 1953, originario di Bollate, hinterland milanese, una vita a maneggiare notizie tra giornali, radio e tv, tanto da farne un libro "Ho fatto solo il giornalista". Tifoso del Milan, appassionato di ciclismo e amante del jazz. Gran curioso di storie, umani e situazioni.

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