sabato, 19 Giugno 2021

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Da Achille a Yale. Sport e filosofia, una strana storia d’amore.

Da Achille a Yale. Sport e filosofia, una strana storia d’amore.
Giulia Colasante

“Non mettere in movimento l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima, affinché ciascuno dei due divenga equilibrato e sano”.
È così che Platone, nella Repubblica, presenta la sua visione dello sport come disciplina necessaria e accessibile a tutti, sia uomini sia donne, e sarà sempre lui a introdurre il concetto di “inganno sportivo”, considerato una chiara offesa contro gli dei e meritevole di una ingente multa, oltre che di squalifica in base all’esercizio praticato.
La codifica dell’attività fisica e dell’unione mente-corpo è tema suggestivo verso il quale l’ambiente filosofico ha ciclicamente prestato attenzione, ma è solo nel Novecento che emerge un vero e proprio pensiero che, con l’intento di fornirgli un ordine e una scala di valori, cerca di analizzare in modo più preciso possibile le diverse questioni dello sport, dalla logica delle regole al ruolo dell’istinto umano fino alla definizione delle strategie individuali e di gruppo.
La Filosofia dello Sport può quindi essere intesa come macro materia che unisce sotto di sé diversi ambiti speculativi: l’etica, ovvero la tradizionale indagine umana verso ciò che è bene o male; la filosofia politica, che indaga gli aspetti sociali ed educativi dei rapporti umani; la metafisica, che nella domanda “cos’è lo sport?” comprende l’impossibilità di trovare un’unica definizione, ma tenta comunque di trovare un bilanciamento tra gioco e natura sociale.

Di fatto, il duplice percorso filosofia-sport trova una grande traduzione nel binomio mente-corpo che, nel tempo, ha subito mutamenti che dal mondo della Grecia antica passano per la caduta dell’Impero Romano, attraversano Medio Evo e Rinascimento ed arrivano ai giorni nostri.
Uno degli esempi più famosi di sport nel mondo arcaico è quello dei giochi funebri organizzati da Achille in onore dell’amico Patroclo raccontato nell’Iliade, giochi come il tiro con l’arco o la corsa con i carri, che allontanano per un po’ il lettore dalla guerra in corso contro i Troiani.
I versi di Omero sono testimonianza di quanto il valore atletico e le competizioni sportive fossero cruciali nel mondo ellenico, dove eroe è anche colui che primeggia in una precisa disciplina grazie a cura del corpo e qualità fisiche alle quali, però, abbina anche qualità e spessore morale, in un insieme che gli fa guadagnare reputazione e spazio sociale.
La filosofia come pratica è sicuramente più recente rispetto allo sport, infatti essa si è sviluppata all’incirca due secoli dopo la fondazione dei Giochi olimpici, ma da subito ne percepisce e loda le potenzialità educative e la sua capacità di permeare e plasmare la popolazione.
Nella città ideale di Platone, l’esercizio fisico è essenziale per l’educazione dei giovani, che devono iniziare ad allenarsi fin dalla più tenera età.
Concetto, questo, ben presente anche nella visione romana dell’esistenza, che pone particolare attenzione allo sport e al vigore fisico.
L’uomo romano è conscio, infatti, di come sia necessario allenare il corpo affinché si possa fortificare anche la mente, e vede l’esercizio come la via per sviluppare capacità fisiche e intellettive tali da rendere un atleta in grado di essere anche capo di un esercito.
Dopo la caduta dell’impero romano, il percorso sportivo filosofico subisce una battuta d’arresto; si abbandona il desiderio di diventare il nuovo Achille in favore di nuovi modelli e progetti, tra questi quello cavalleresco, che perpetua nella “giostra” l’esibizione di forza e coraggio come categorie dell’esistenza, e quello monastico, che allontana invece l’uomo dalle fatiche terrene e lo consacra a valori religiosi e casti, avulsi ed estranianti dalla cura del corpo.
E così, mentre la visione monastica spinge il corpo e l’anima verso obiettivi “più alti”, lontani dalla polvere delle arene e verso l’austerità dei monasteri, l’idea del gioco, del coraggio e della destrezza trovano forma letteraria nelle gesta cavalleresche narrate nelle corti e alimentano correnti profonde della letteratura medievale come il ciclo bretone e arturiano.
Appare così una scansione sociale che sembra basarsi sulla peculiare capacità dei neo eroi di poter combattere in difesa di chiunque ne abbia bisogno, lasciando a preti e monaci il compito di pregare per la collettività e ai contadini l’onere di provvedere al sostentamento di tutti.

Per tornare agli aspetti filosofici dello sport, però, bisogna lasciare da parte spade e dame in pericolo e arrivare fino a metà del XVII secolo e incontrare Renè Descartes, il nostro Cartesio che, culturalmente distante dal razionalismo che si profila all’orizzonte, fa della divisione tra corpo e mente il cardine del suo pensiero, affermando l’assoluta predominanza della mente e riducendo il corpo a mera “macchina” governata da spiriti superiori i cui ordini sono filtrati nella ghiandola pineale.
Il corpo è legato all’idea di movimento meccanico ed è una macchina che aspetta di ricevere suggestioni prodotte nella mente. Anima e corpo quindi comunicano tra di loro, basti pensare che se il corpo si ferisce è la mente a provare dolore, ma non si trovano allo stesso livello: la mente (anima) è cosciente del corpo e tramite esso percepisce gli oggetti nel mondo, non il contrario.
È una prospettiva, quella di Cartesio, legata alla necessità di un intervento divino superiore che ci indirizzi, antecedente a quella che invece vede i nostri sensi “parlare” tra di loro tutti insieme, comunicandoci esattamente ciò che è o non è per noi utile.
Una prospettiva che vede Cartesio abbandonare l’idea classica per la quale anche il valore sportivo e fisico sia necessario per valorizzare una persona, allontanandosene al punto da bollare come “simile a un animale” chi sembra assecondare gli istinti corporei.

Parla di sport anche Thomas Hobbes, filosofo e matematico inglese del XVII secolo, che in “Rassegna delle passioni rappresentate in una corsa” scrive “Guardare gli altri che stanno dietro è gloria. Guardare quelli che stanno davanti, è umiltà”; diventa fondamentale così il confrontarsi con altri, l’osservare i propri simili agire e lavorare in un contesto di rivalità per scoprire chi tra di loro si affermerà sugli altri.
Perché lo sport torni ad avere un ruolo di primo piano nel dibattito accademico bisogna aspettare l’inizio del XIX secolo, quando i fermenti politici, artistici e letterari si saldano nel contesto di uno sviluppo tecnico e industriale che lascia intravedere percorsi inauditi nell’uso del corpo, nella sua rappresentazione iconografica e nelle sue motivazioni ideali.
In particolar modo in Germania viene riscoperta la funzione rituale ed evocativa dello sport, capace di far brillare ancora una volta le migliori promesse della generazione futura.
È un periodo in cui la scienza e l’industria alimentano il desiderio di avventura e di spingersi oltre, tutte situazioni che richiedono spirito d’iniziativa e autonomia della personalità, una combinazione di qualità che ben si riflettono nello spirito dell’impresa sportiva.
È un periodo in cui l’uomo si mette di nuovo in gioco con il desiderio di spingere sempre più avanti i propri limiti, è mosso da un nuovo desiderio di rivalsa e le attività fisiche incarnano la possibilità che ciò accada.
La pratica sportiva assume così significati sempre più ampi, unisce fasce di popolazione diverse tra di loro e permette momenti di distrazione anche in periodi bui, come accade nelle Olimpiadi di Berlino del 1936 che, di fatto e con tutte le contraddizioni del caso, inaugurano l’epoca della moderna rappresentazione estetica olimpica.

È quando la fantasia voleva andare al potere che si fa strada un nuovo interesse filosofico verso lo sport; siamo nel 1969 e con “Sport: a Philosophic Inquiry” il docente di Yale Paul Weiss tenta di attrarre lo sguardo della comunità filosofica verso lo sport; complice anche l’accezione di massa che lo sport è andato ad assumere nel corso del Novecento, i tempi sono ormai maturi e Paul Weiss riesce quasi subito nel suo intento.
Nasce così, nel 1972, l’Associazione Internazionale per la Filosofia dello Sport (IAPS), che si prefigge il compito di incoraggiare e promuovere l’insegnamento della materia e che, nel 1974, lancia la propria rivista, oggi una delle principali fonti in materia.

Lo sport ci pone davanti ai nostri limiti; la filosofia entra in gioco nel momento in cui cerchiamo una motivazione per volerli superare.
A prima vista, la connessione di queste due discipline può sembrare qualcosa di alieno, ma basta una generale analisi per capire come invece ambedue si compenetrino pur rimanendo fortemente identitarie rispetto a pensiero e obiettivi.
Lo sport è un insieme di fisicità, sudore e azione allo stato puro che si mescola con un grado di emozione e intensità che parte dall’atleta per arrivare fino al fan.
La filosofia, invece, è il suo diretto opposto: è pensiero libero, sciolto da ogni vincolo e in grado di arrivare a livelli metafisici talmente alti da essere in alcuni casi difficili anche da comprendere.
La parte più affascinante della filosofia dello sport è quindi la sorpresa nel vedere come le due identità riescano comunque a equilibrarsi egregiamente in un dialogo continuo, senza sradicarsi da natura e identità reciproche.
Un insegnamento, questo, la cui portata si proietta ben oltre il perimetro dell’analisi originaria per andarsi a posizionare nel campo degli esempi etici e delle categorie morali, e dal quale ognuno può trarre suggestioni personali e pratiche di stile comportamentale da adottare.
Lo sport è una grande metafora della vita: si può sbagliare, cadere ma bisogna sempre trovare il modo di ritornare in piedi e trovare modi per andare avanti.
In questo grande palcoscenico non è scontato che ci si possa trovare davanti a una grande opposizione tra “bene” e “male”, tra potenti e deboli.
È così che la filosofia trova di nuovo la luce necessaria per emergere con tutta la potenza che sa di possedere: garante di una libertà assoluta che aspetta solo il fischio di partenza davanti al campo più ampio di tutti.

Giulia Colasante si affaccia al mondo nell'ultimo anno del secolo scorso, in tempo per sentirne raccontare in diretta, abbastanza per rimanerne incuriosita. Attualmente studia Filosofia all'Università di Roma Tre per tentare di capire il futuro che l'attende. Che attende lei, ma anche un po' tutti gli altri.