Drone racing e cyborg atleti. La sfida dell’epica.

Five, four, three, two, one…Take off! Il mondo del Drone Racing è solo l'avvisaglia di quelli che saranni stadi popolati da cyborg atleti e, forse, di una nuova epica?
Drone racing

Una voce femminile esce da un altoparlante e subito cala il silenzio.
Un’intera arena aspetta di vedere gli atleti partire sulla linea di partenza. In questo caso, però, non ci sono corpi in movimento o, più in generale, umani a gareggiare tra di loro.
Alla luce verde, infatti, lo scatto dei droni è fulmineo.
Tecnicamente “aeromobili a pilotaggio remoto”, i droni sono dotati di telecamere che permettono ai singoli partecipanti umani di poter vivere in prima persona (anche se a distanza) tutto ciò che il veicolo affronta durante la gara.
Tutto questo e molto altro ancora è il mondo del Drone Racing, è solo l’avvisaglia di quelli che saranni stadi popolati da cyborg atleti e, forse, di una nuova epica.

Drone Racing

Nuova frontiera dei giochi estremi il Drone Racing nasce in Germania nel 2011 quando un discreto numero di piloti dilettanti di droni iniziano a riunirsi per gare semi-organizzate a Karlsruhe.
Le regole di base sono semplici: ogni pilota deve presentare un drone da corsa in grado di soddisfare le caratteristiche necessarie per gareggiare e con il quale poi dovrà affrontare un percorso ad ostacoli nel minor tempo possibile per tagliare la linea finale prima degli avversari.
Le corse si svolgono dentro enormi stadi, il cui unico suono che spezza le urla della folla è quello delle eliche che girano alla massima potenza.

La massima autorità in questo nuovo campo è la Drone Racing League, lega di corse di droni professionali che opera a livello internazionale.
I piloti che gareggiano sotto il suo patrocinio operano con modelli di droni uguali tra di loro e si sfidano in un circuito di sedici gare d’intensità sempre maggiore.
Al pari delle organizzazioni tradizionali, andando sul sito ufficiale della Lega si possono trovare i piloti di ogni stagione con una dettagliata lista dei loro punti forti, le piste preferite e le modifiche che hanno apportato ai propri droni.

È un mondo nuovo ma, vista anche la lunga lista di sponsor, in America nomi non da poco come Sky Sport, Allianz o Hilton, è un modo che sembra promettere di voler diventare uno sport di pari rango a quelli prettamente umani.

Il futuro

Non è la prima volta che un atleta in carne ed ossa si deve misurare con strumenti o attrezzature esterne ma, osservando i piloti seduti sulle loro poltrone per il controllo a distanza, viene spontaneo domandarsi quanto rimarrà importante o necessario l’apporto umano man mano che si andrà avanti nello sviluppo robotico e tecnologico.

Per adesso le uniche controparti con cui abbiamo a che fare necessitano ancora dell’impronta umana; sono macchine artificiali la cui indipendenza deriva completamente da quale compito gli viene assegnato al momento della creazione, per quanto complesso e inarrivabile per gli standard umani esso possa essere.
Il drone è un chiaro esempio: una macchina che riesce a riconoscere, pur se limitatamente, ciò che lo circonda e a eseguire movimenti molto complessi per evitare ostacoli o altri corpi.

Tutto ciò ovviamente non sarebbe possibile senza il joystick e il visore in prima persona dell’atleta che lo osserva da lontano, lo stesso che, in caso di vittoria, riceve la coppa e il titolo di campione.

Dal drone al cyborg

Per quanto tempo sarà ancora così?
Esistono già i primi esempi di cyborg, figura dall’eco mitologico che evolve l’incrocio tra umani e animali in quello tra umani e macchine, e non è escluso che, forti della loro primigenia natura umana, non desiderino partecipare a gare sportive o simili, magari riservate a umani potenziati.

La domanda in effetti è tutta lì.
È possibile reputare allo stesso livello un atleta umano e uno in possesso di modifiche e miglioramenti tecnologici che, secondo diverse visioni, risulterebbe avvantaggiato?

L’uomo è un insieme complesso di sistemi governato da impulsi elettrici che il cervello crea, raccoglie e smista; questo insieme che chiamiamo corpo è ciò che ci ha permesso di evolvere compiendo sforzi impressionanti e, dal punto di vista sportivo, celebrare atleti per le silenziose poesie espresse nel linguaggio della velocità, della traiettoria e dell’equilibrio.

Eppure tutto questo è anche quello che ci rende fragili e deboli sotto un punto di vista evolutivo.
Una macchina artificiale antropomorfa sarebbe l’atleta perfetto: instancabile, facilmente addestrabile e in grado di aggiornarsi ogni volta che ce ne sia bisogno.

Così come adesso le corse di droni stanno raggiungendo poco a poco una fama simile a quella della loro controparte atleta umana, niente vieta d’immaginare che da qui a un futuro meno lontano di quanto si possa credere, non assisteremo a gare parallele, o addirittura Olimpiadi, per i nostri cugini tecnologici, tutto ciò senza dover fingere di trovarci nell’universo di Star Wars.

Il ritorno all’epica

Questo pensiero sicuramente possiede il suo fascino e le sue sfide, come il dover definire cosa sia necessario per essere un atleta o il redigere successivamente una nuova regolamentazione per questo nuovo tipo di gare.

Sicuri però che non sia invece solo l’inizio della rimozione del fascino e del sogno epico che gli atleti in carne ed ossa hanno sempre posseduto, cioè quello del mettersi alla prova e del superare sé stessi?

Nell’epica, ovvero nel più profondo giacimento culturale di cui disponiamo e nel quale ritroviamo gli archetipi che ancora ci orientano, l’eroe è tale nel momento in cui affronta e supera le prove.
Se all’atleta togliamo l’epica della prova, cosa ne resterà di lui?
Il futuro che ci si prospetta è quello di una sempre maggiore contaminazione tra sport e tecnologia, tra uomo e macchina, ma lo spettacolo di un corpo che supera sé stesso con muscoli, anima e cuore tesi in un battito unico è un’emozione che rimarrà a lungo senza prezzo.

Le Drone Racing sono solo l’inizio, facile capire che non si tornerà indietro, ma spetta sempre a noi capire quanto e come andare avanti.
Come sempre l’importante è dare regole a una visione, fare sintesi e costruire uno scenario sostenibile del rapporto tra humanities e technologies che, al di là del caso in questione, sarà il vero tema centrale del secolo.

Soprattutto dobbiamo farlo consapevoli che non abbiamo altra scelta per non dimenticare chi siamo.

 

Giulia Colasante si affaccia al mondo nell'ultimo anno del secolo scorso, in tempo per sentirne raccontare in diretta, abbastanza per rimanerne incuriosita. Laureata in Filosofia all'Università di Roma Tre, per tentare di capire il futuro che l'attende studia Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione. Che attende lei, ma anche un po' tutti gli altri.

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