mercoledì, 27 Ottobre 2021

Ogni primo venerdì del mese Sportmemory e le sue storie
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Ludwig Guttmann. Un cuore da campione

Ludwig Guttmann. Un cuore da campione
 
Roberto Riccardi

Ludwig Guttmann voleva essere un neurologo, curare le lesioni spinali, aiutare gli altri. Ma nel 1938, dopo la Notte dei cristalli, capì che la situazione degli ebrei in Germania stava rapidamente precipitando: essere uno dei medici più stimati del paese non avrebbe salvato lui e la sua famiglia dalla deportazione. Raggiunse così l’Inghilterra, e qui avviò una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre l’approccio alla paraplegia. A Stoke Mandeville, l’ospedale che iniziò a dirigere nel 1944 nel Berkshire, i feriti di guerra non avrebbero incontrato né avversione né commiserazione. Questi giovani – perlopiù piloti della RAF impegnati a difendere l’Europa dalla minaccia nazista – erano «il meglio degli uomini» e non meritavano di marcire in un letto. Alla disperazione e ai sedativi, Guttmann preferì l’attività sportiva, l’aria fresca, la gioia dei rapporti umani. Ragazzi che la guerra aveva drammaticamente segnato tornavano alla vita grazie all’entusiasmo di una sana competizione. L’anno della svolta fu il 1960, quando grazie al medico italiano Antonio Maglio i «Giochi di Stoke Mandeville» approdarono a Roma, in occasione della XVII Olimpiade. Nacquero così le gare paralimpiche.

Un cuore da campione non racconta solo la vita di un personaggio straordinario fortunosamente scampato alla Shoah, celebra anche un’avventura coraggiosa che ha cambiato in profondità il nostro modo di intendere lo sport, il corpo e i rapporti umani. Una rivoluzione che oggi sopravvive nella determinazione di tutti gli atleti paralimpici, nel grido di gioia di Bebe Vio e nella forza indomita di Alex Zanardi. Una rivoluzione iniziata con una palla medica lanciata da un letto all’altro, in un ospedale sperduto nella campagna inglese, e giunta infine sul podio olimpico con un oro al collo.

 

Un cuore da campione. Ludwig Guttmann e le Paralimpiadi

Prologo

Roma, 20 dicembre 2020

Quando Alex Zanardi, per un incidente di Formula 1, si è visto il corpo tagliato in due e ha perso quasi tutto il suo sangue, ha deciso di guardare non la parte di gambe che gli mancava, ma quella che restava. Potrebbe essere la lezione d’apertura di un corso di filosofia, o il primo precetto di qualunque religione.

È il bicchiere mezzo pieno all’ennesima potenza, una scelta di coraggio che scuote le viscere. Era il 2001 e l’asso del volante bolognese, da allora, ha fatto tutto tranne arrendersi. Con la moglie Daniela e il figlio Niccolò ha creato una squadra, una vera scuderia da Gran Premio. Voi mi sostenete e io vado avanti, l’accordo è stato questo. Non ho le gambe e potenzio le braccia, le rendo forti come acciaio temprato.

Handbike, la bicicletta spinta a mano: è la sua disciplina e ha fatto di lui il re che oggi tutti ammiriamo. Ha collezionato ori e argenti a Londra nel 2012, a Rio de Janeiro quattro anni più tardi, ha un palmarès da gigante e l’avversità lo insegue come un demone malvagio.

Il diciannove giugno 2020 il destino si accanisce. Ha il muso di un Tir e stavolta non siamo in un circuito, ma su una strada di campagna per una staffetta di beneficenza.

La Val d’Orcia, un angolo di paradiso amato da ogni turista, in un istante si trasforma nel suo opposto. L’inferno di un trauma cranico facciale, il coma farmacologico, la chirurgia, lunghi mesi a lottare di nuovo con la Nera Signora. Ma l’istinto di cedere, quello mai. Nel tempo in cui nascono queste pagine il grande Alex si stabilizza, dal San Raffaele di Milano giunge a Padova più vicino ai suoi cari, da lì trova il modo di rassicurarli con un pollice alzato, o uno sguardo che dice l’universo.

E allora forza, cuore da campione, resisti come nessuno sa fare più di te. Affronta il male con l’energia che ti rende invincibile sul campo. Lo hai scritto tu che per addolcire la vita non basta versare lo zucchero, bisogna girare il cucchiaino. Che a stare fermi non succede niente.

Muovi anche le altre dita, sollevati, sorridi al brutto ghigno della sorte. Devi farlo per te stesso, per la tua squadra meravigliosa che non ti ha mai mollato, per tutti quelli – e sono tanti – che senza conoscerti hanno imparato a volerti bene.

Devi farlo per un perfetto estraneo. Un uomo sfuggito a un programma di sterminio, che ha reso la sua vita un progetto d’amore. Il neurologo che, inventando le Paralimpiadi, ha costruito una ragione per chi rischiava di perderla.

Ad Auschwitz spedivano ebrei e disabili nelle camere a gas. Lui, ebreo, ha lanciato ai disabili una palla, e insieme a quella una speranza. Si chiamava Ludwig Guttmann e aveva un cuore da campione. Esattamente come te.

 

(Estratto da Un cuore da campione. Storia di Ludwig Guttmann inventore delle paralimpiadi di Roberto Riccardi, Giuntina Editore, pag. 176, euro 15,00)

 

Roberto Riccardi nato a Bari e residente a Roma, ha iniziato a pubblicare nel 2009. Il suo primo libro "Sono stato un numero", dedicato all’ex deportato romano Alberto Sed di recente scomparso, è stato fra quelli premiati da Adei- Wizo e ha vinto l’Acqui Storia. Per la Giuntina ha firmato poi "La foto sulla spiaggia "(2012), romanzo storico sullo sfondo dei campi di sterminio, e "La farfalla impazzita" (2013), biografia di Giulia Spizzichino scritta con lei. Autore di narrativa gialla, ha toccato il tema della Shoah anche nel noir "La notte della rabbia" (Einaudi Stile Libero, 2017).

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