Calcio, terra e polvere

Calcio, terra e polvere che seccava la gola e si attaccava alla pelle sudata. Quando andava bene. Altrimenti era fango scivoloso o indurito al primo sole. I campi della periferia romana degli anni sessanta non erano solo campi da calcio, erano un mondo.
Calcio periferia

Sole che batte sul campo di pallone…e terra e polvere che tira vento…e poi magari piove…
Recita così una celeberrima canzone di Francesco De Gregori. 
Terra e polvere, i campi di calcio di tanti anni fa.
Oggi ci sono campi completamente diversi, nelle dimensioni, nelle misure, non più campi di calcio a “undici”, troppo grandi, meglio due campi da calcetto, più di moda.  Li chiamano “di ultima generazione” campi in erba artificiale, altro calcio.

I miei campi di periferia

La mia crescita in chiave calcistica è tutta racchiusa nei campi di quella che allora era periferia romana. Una città oltre la città, Tuscolano, dopo la discesa del Quadraro.

Campi dove le strisce venivano rifatte per mezzo di una speciale carriola, quasi sempre di colore blu che spargeva gesso, perimetralmente. Opera del custode del campo, mezz’ora prima della partita ufficiale.
Il cerchio di centrocampo non era sempre preciso, e il dischetto del rigore veniva sempre rifatto alla fine, quante righe storte!

Nella periferia romana dove sono cresciuto, campi importanti erano situati ovunque tra le case popolari.

Campo periferia
(Photo credit: Stefano Trippetta)

Il Bettini Quadraro

L’ultimo campo di via Tuscolana era quello del Bettini Quadraro, conosciuto non solo nel quartiere di Cinecittà, ma anche per tutta Roma in virtù della tenacia e forza della prima squadra.
Chi veniva a giocare al campo del Bettini, doveva affrontare un viaggio, prendere il tram, di colore verde, per arrivare fino al capolinea, un tragitto lungo per la distanza e per il tempo che impiegava per arrivare a destinazione.
Campo rinomato non solo per le gesta dei suoi campioni, tra quelli che si ricordano più di tutti c’è Ciccio Graziani, Alberto Di Chiara, Francesco Rocca che hanno vestito la maglia colore amaranto del mitico presidente Calogero Imbergamo, detto Lillo.

La doccia con l’acqua minerale

La curiosità del campo Bettini era l’acqua per la doccia, frizzante, per via di una vena dell’acqua minerale Capannelle che passava da quelle parti. Vicino il cancello d’entrata c’era il botteghino per l’acquisto del biglietto, poche centinaia di lire per assistere alla partita di cartello la domenica mattina sopra una tribuna fatta di legno e tubi innocenti, quasi sempre, tutta esaurita.
Vicino la rete, il carretto delle olive, lupini e bruscolini, era un’istituzione.

Il Gerini

Un altro campo in terra battuta che ha fatto la storia del calcio di periferia è quello del Gerini, vicino gli archi dell’Acquedotto Felice.
Storia e sport, insieme ancora oggi.
Tutto questo grazie al Signore che da anni segue passo passo tutto ciò che accade su questo storico rettangolo di gioco, Fabio Betulli e la “sua” Polisportiva Quadraro Cinecittà

(1952.Inaugurazione Campo Gerini, Roma)


Il suo impegno dirigenziale è talmente radicato nella storia del calcio di allora che ancora oggi rimane attecchito al colore della terra.

Il campo Gerini è famoso non solo per le gesta calcistiche; lo stesso appare su diverse pellicole cinematografiche tra le quali, il bianco e nero del Maestro Federico Fellini de “La dolce vita”, con due elicotteri che sorvolano sul campo.

Tante generazioni hanno calpestato questo mito del calcio di una volta

Ancora oggi sono molti i bambini che frequentano la scuola calcio sgambettando sulla terra senza pensare minimamente a campi migliori dove si può cadere senza farsi male.
Noi invece abbiamo ancora oggi cicatrici che ci ricordano certe entrate in scivolata sul campo pieno di fango dove si usciva tutti sporchi e zuppi d’acqua.
I ricordi, pieni di colori, si soffermano su corde tese, dietro gli spogliatoi, dove venivano appese le maglie, una volta lavate, una tavolozza di colori impressa ancora nei ricordi di noi gioventù anni sessanta.
Chi ha giocato su questo campo sa benissimo di essere nella storia del calcio dilettante.

Consalvo, Campo Patti, Campo INA Casa e la Banda 49

Ci spostiamo di poche centinaia di metri per ritrovarsi su altri due campi, una volta di terra, uno vicino all’altro, il Consalvo e il mitico Campo Patti, dove si disputavano tornei serali tra i bar di tutto il quartiere.
Un ricordo intramontabile è poi quello del campo storico di via Selinunte, al numero civico 87, l’epocale campo dell’INA-Casa. Se riuscivi a pareggiare con i padroni di casa e uscire indenne dagli spogliatoi, avevi già vinto. Una squadra seguita da un intero quartiere tutto sviluppato intorno ai casermoni dei ferrovieri.
Una zona poco raccomandabile per via di una certa banda “La Quarantanove” formata da un clan di giovani ribelli che abitavano tutti al numero civico “49” della stessa via. Una banda che poteva confrontarsi con quella più famosa della Magliana.
Chi ha vissuto il quartiere può testimoniare di certe scorribande…

Calcio Ina Casa
(Photo credit: Stefano Trippetta)

Domenica all’INA-Casa

La domenica, giocare su quel campo ti tremavano le gambe, c’era tutta la gente del Quadraro a vedere la squadra dell’INA-Casa, assiepata sugli spalti ma anche sopra una delle due porte, il corridoio all’aperto che ti portava al piano inferiore dove c’erano il campo e gli spogliatoi.
Spesso passavi tra due ali di tifosi pronti a metterti paura ancor prima che le squadre schierate a centrocampo salutassero i tifosi col braccio alzato verso la tribuna. Una rete metallica divideva il campo dagli stanzoni con le panche di ferro verniciate di verde e quelle docce dove l’acqua scendeva sempre da rubinetti sgocciolanti perennemente. L’acqua della doccia era o sempre fredda, o sempre bollente, mai una via di mezzo. Lo stanzone si riempiva di una cortina di fumo della condensa del vapore acqueo derivante dalle docce, sembrava nebbia, tutto diventava surreale.

calcio periferia
(Photo credit: Stefano Trippetta)

Se hai paura cambia sport

Ancora oggi sento il rumore dei tacchetti degli scarpini, il capitano che grida e tutta la squadra con lui, altro che “All Blacks”.
Se hai paura cambia sport, questo è il calcio dei poveri che sognano di diventare grandi e forti, correndo su e giu’ per la fascia, poco importa se arriva qualche sputo, tu sei piu’ forte di quel getto di saliva”.
A parole sembrava tutto facile, i fatti erano ben altri, giocavi contro gente vera, quella che non ha paura di entrare a gamba tesa, gladiatori di periferia.
A fine partita bisognava uscire da quella bolgia, tutti uniti, occhi bassi e passo veloce, occorre riportare a casa la pelle.

 Partite così lasciano il segno, chi ha giocato sa, chi no, sogna la polvere.

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Stefano Trippetta 64 anni, romano. Scrittore non per vocazione ma solo per passione rivolta alla città che fortunatamente mi ha voluto, scelto e cresciuto. Attraverso il filtro di una buona memoria sono riuscito a dividere questa grande madre: da una parte la Roma del cuore, la Lupa, tatuata con orgoglio; dall'altra quella razionale legata a ogni tipo di cambiamento, atteggiamento, costume.

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