Marco Fantasia. La voce del volley femminile

Marco Fantasia, la voce del volley femminile e la sua storia dalle radio libere a Rai Sport. Una vita di radiocronache per un giornalismo che coniuga passione e impegno civile
Marco Fantasia volley femminile

Marco Fantasia nasce a Genova nel 1965, matura la sua passione per le cronache sportive sin da bambino, quando, nella sua cameretta, immaginando meravigliose partite di calcio, narra lo svolgimento del gioco.
A soli 15 anni si avvicina direttamente al giornalismo, dopo aver sentito della ricerca di giovani da formare da parte di una emittente radiofonica genovese. Pur proseguendo il suo percorso di studi al Liceo Linguistico, mantiene salda la sua passione per la cronaca e il giornalismo. Dopo varie collaborazioni, nel 1985 arriva la svolta della sua vita da cronista. Entrato a far parte della redazione giornalistica di Radio Babboleo, la più importante radio FM della Liguria, da vita, insieme ad altri coetanei, a quella che è l’esperienza più formante e decisiva per l’avvio della sua carriera professionale.
Oggi lavora per RaiSport come cronista sportivo ed è l’apprezzata voce del volley femminile in televisione.

Marco Fantasia

Gli inizi

Che percorso formativo ha seguito?

Ho fatto un percorso inverso, mi sono formato prima sul campo. Sin dai 15 anni ho iniziato a muovermi negli studi radiofonici delle emittenti genovesi come cronista alla caccia di notizie e di fatti da raccontare. Sono stati anni che mi hanno permesso di capire, con gli errori che la mia inesperienza portava e grazie alla sapiente guida del compianto Dante Battioni, il mestiere del giornalista. Ricordo ancora che il nostro ruolo non era ufficialmente riconosciuto e spesso ci ritrovavamo, come inviati sportivi, a fare la radiocronaca delle partite del Genoa o della Sampdoria dai tetti delle case affacciate sullo stadio, nascosti tra i tifosi in curva o, come avvenne una volta a Dortmund, dalla camera di un hotel. Si conviveva con una situazione di parziale illegalità perché effettivamente non esistevano ancora accordi con le leghe o con i media nazionali che permettessero alle radio locali il racconto delle partite in diretta. Sono nato e mi sono formato con la radio e nel ’94 ho avuto l’opportunità di diventare giornalista professionista. Solo più tardi, all’età di 40 anni, mi sono laureato in Scienze della Comunicazione, facendo tesoro delle mie esperienze per affrontare anche la consacrazione accademica.

Genova

Si dice che i genovesi siano marinai, poeti, cantanti, ma anche avari e pragmatici… stereotipi in cui si riconosce o come si definirebbe?

Sicuramente mi riconosco in tutte queste definizioni ad eccezione di avaro. Credo tra l’altro che questa nomea sia ingiusta, anche verso gli altri genovesi, risalente probabilmente alla leggenda legata a una delle prime banche, il Banco di San Giorgio, che venne alla luce nella nostra città. Sono anche campanilista, Genova è il posto in cui sto meglio nel mondo, pur amando viaggiare, e dove tornerei sempre. Non posso stare a lungo senza vedere il mare. Sono autoironico, so ridere dei miei difetti, come fanno molti genovesi.

Quanto di Genova porta con sé nel suo lavoro di giornalista?

Tanto, ma direi che soprattutto è il pragmatismo che mi ha sempre aiutato in qualunque situazione. Non arrovellarsi intorno al problema, perdendo tempo in polemiche inutili. Cerco il nocciolo della questione e vado alla soluzione del problema.

Lo sport e il giornalismo

Che sport ha praticato e quali sono i suoi sport favoriti?

Da piccolo giocavo a calcio e, a scuola, a pallavolo. A calcio ho giocato fino alla 3^ categoria per poi dilettarmi, con una certa costanza, a praticarlo con gli amici. Il volley invece mi aveva visto più attivo nel ruolo di allenatore, tanto da prendere il patentino di 1° grado, anche se dopo qualche tempo ho abbandonato la panchina. Con il tempo la passione per il volley è andata aumentando, mentre con il calcio c’è stato un po’ di disamore, forse perché, nella mia visione di cronista, è diventato tutto meno spontaneo. Prima si poteva intervistare un calciatore, parlarci liberamente, chiamarlo, ora passa tutto per gli uffici stampa e per dichiarazioni univoche, abbastanza standardizzate. Amo tutti gli sport, quando ci sono i grandi eventi li seguo tutti, con il privilegio di avere potuto anche vedere e raccontare le Olimpiadi dal vivo.

Qual è la parte più difficile del suo mestiere di giornalista?

Nel mio caso la grande difficoltà è stato il passaggio dalla radio alla televisione. Amo raccontare in diretta, ma i due mezzi richiedono impostazioni diverse. Nella prima devi far vedere con le tue parole, riempire, descrivere, devi arricchire anche con una narrazione più fantasiosa. Nella seconda devi imparare a saper stare anche in silenzio, permettere allo spettatore di vedere e interpretare anche da sé perché vede esattamente la stessa cosa che stai commentando. È un racconto assolutamente differente. Un altro aspetto importante e saper vedere anche intorno alla partita, cosa succede al di fuori dell’inquadratura.

Le cito Brera, Oddo, Viola, De Laurentis, Rosi, Ciotti, Bubba, alcuni dei bravissimi giornalisti sportivi della Rai degli anni ‘70 ‘80 ‘90; chi sono stati i suoi maestri?

Io realmente mi sono auto-formato perché quando inizi a 15 anni apprendi giorno per giorno, sbagliando e assimilando in proprio. Questi sono professionisti di grandissimo livello, dovessi sceglierne uno direi Sandro Ciotti. Aggiungerei a questo gruppo Alfredo Provenzali, maestro assoluto di radiofonia. Con lui ho avuto la fortuna di partecipare a due puntate di Tutto il Calcio Minuto per Minuto, una bellissima esperienza. Quello che mi piace di tutti questi è la traccia stilistica con una narrazione di qualità, attenta ed equilibrata.

(Marco Fantasia e Giulia Pisani)

Il volley femminile

Lei è diventato la voce del volley femminile, lo sport di squadra femminile più popolare in Italia. Ne sente la responsabilità?

Sì, mi sento questa responsabilità. Il pubblico del volley è molto competente. Come accade negli sport non così popolari come il calcio, il pubblico è molto informato. Per quanto numeroso, quello della pallavolo, è un pubblico preparato che conosce le dinamiche del gioco, la tecnica e tutte le sfumature di questo sport. Mi sono sentito ben voluto da subito e questo mi ha aiutato a migliorarmi costantemente, senza sentire mai la necessità di strafare.

Qual é il giusto approccio nel raccontare una partita di pallavolo femminile in diretta?

Per quanto mi riguarda partirei dal fatto che non essendo un tecnico evito giudizi; affronto il mio ruolo con la massima umiltà. Inoltre, tengo conto che non conosco le dinamiche che hanno portato una squadra o una giocatrice alla partita, non avendo seguito gli allenamenti, sarebbe irrispettoso oltre che fuori luogo emettere sentenze. È molto importante anche il rapporto con il commentatore tecnico che mi affianca. In questi anni ho potuto apprendere tantissimo grazie alla loro lettura del gioco e della partita. In campionato è fondamentale la neutralità, con la nazionale invece, a volte, ci si può lasciare coinvolgere maggiormente dal risultato.

Cosa chiederebbe, come telecronista, alle società che ospitano gli incontri trasmessi in diretta tv e a Lega e Federazione per fare un ulteriore salto di qualità nello spettacolo offerto?

Abbassare un po’ il volume degli speaker e della musica (ride n.d.r.). A parte gli scherzi, sicuramente più telecamere e replay ci sono a disposizione, più coinvolgente e spettacolare potrà essere la partita teletrasmessa. Tutti gli arricchimenti tecnologici apportabili saranno utili. Per noi telecronisti ci servirebbero posizioni che ci permettano di vedere la partita più agevolmente. Spesso siamo coperti o in spazi molto ristretti. È comprensibile perché, come dicevamo, gli impianti, in alcuni casi, sono stati concepiti molti anni fa, senza tener conto delle necessità della trasmissione in diretta della partita. Lo lasciamo tra i desideri e chissà che nel miglioramento generale non si possa includere anche questo.

Se dovesse fare uno spot per la pallavolo femminile per invitare il pubblico a seguirla, su cosa metterebbe l’accento?

Sottolineerei che la pallavolo femminile offre un bellissimo spettacolo. Grazie al fatto che la palla viaggia leggermente più lenta e la potenza è un po’ inferiore, rispetto al maschile, permette agli spettatori di apprezzare di più la bellezza del gesto tecnico e lo sviluppo del gioco. Inoltre, questa caratteristica aumenta la durata e l’incertezza sull’esito di ogni azione, rendendo tutto più emozionante.

I social

Lei è uno dei pochi giornalisti famosi che interagisce, risponde ai commenti, interloquisce, sui social. Qual è il suo rapporto con i nuovi strumenti di comunicazione, con i social e il digitale?

Sono iscritto a tutte le principali piattaforme social. Credo sia utile e giusto interagire, avendo un rapporto diretto con il pubblico. Difficilmente ho trovato persone maleducate, anzi a volte mi è successo di ricevere informazioni o segnalazioni utili anche per migliorare la telecronaca. Non me ne vergogno, credo che ogni contributo vada preso in considerazione, se positivo. Anche le critiche, se fondate, aiutano. A volte mi arrabbio perché qualche commento mi chiama in causa sulla programmazione RAI o sul palinsesto della mia testata quasi ne fossi io il portavoce. Innanzitutto, non rientra tra le mie competenze, quindi, non ha proprio senso e in molti casi non si tiene neanche conto del buon servizio pubblico “in chiaro” che offriamo. Diversi anni fa, ma senza molta costanza, ho iniziato a creare dei podcast più per la voglia di fare radio che per altro. Parlo di musica e attualità, in discontinuità con quello che faccio nella mia quotidianità, evitando qualunque sovrapposizione rispetto ai contenuti sportivi che sviluppo per la testata giornalistica per cui lavoro.

La Rai e gli altri media

Perché ancora oggi è difficile trovare spazio per il volley, come per altri sport, su giornali, radio, tv, anche nelle trasmissioni o nei giornali sportivi?

Fondamentalmente credo che le ragioni siano due: l’Italia è da troppi anni calcio-centrica e il mercato richiede più calcio che altri sport. Qui sorge il dubbio se il mercato apprezzi più il calcio perché ha da molti anni molta più visibilità e presenza di altri sport o se, come dicono gli scettici verso le altre discipline, i risultati degli altri sport sono risibili rispetto a quelli del calcio e quindi non ha senso aumentarne gli spazi. Sicuramente RaiSport è, in questo senso, molto più generosa di altre emittenti televisive, dando comunque grande spazio ai cosiddetti “sport minori” e alle Paralimpiadi. Personalmente credo che chi dovrebbe offrire qualche spazio in più al volley e agli altri sport sono i giornali sportivi che dedicano, quotidianamente, quasi completamente i propri spazi al calcio, ma torniamo sempre alle logiche di cui sopra.

La Rai offre un servizio pubblico, per quanto potrà ancora resistere in ambito sportivo alla concorrenza di “pay per view” e piattaforme specializzate che vogliono accaparrarsi in esclusiva campionati e manifestazioni sportive?

L’enorme problema sono le cifre che alcuni sport richiedono e alcune emittenti offrono per i diritti televisivi. Queste cifre mettono fuori gioco il servizio pubblico. In qualche maniera questo va a beneficio degli sport che, magari rinunciando a qualche introito di poco superiore sui diritti televisivi, mantengono una visibilità “in chiaro” che ne premia la diffusione e la popolarità.

Lo scorso anno RaiSport trasmise in diretta la partita Busto-Roma di serie A2 con un record di spettatori incredibile. La sorprese quell’audience così alta?

Si, fu una piacevolissima sorpresa. Totalmente inaspettata anche perché fu una delle partite più viste, in assoluto, della scorsa stagione e la più vista di serie volley A2, maschile e femminile, della storia. Probabilmente ci fu l’effetto Roma, la voglia degli sportivi romani di vedere la propria squadra in diretta Rai e anche la curiosità degli altri appassionati di pallavolo di scoprire la squadra della capitale che si accingeva a ritornare in serie A1.

Cultura sportiva

Cosa si può fare per accrescere la cultura sportiva in Italia?

Questo è un argomento complicato. È di pochi giorni fa, su iniziativa dell’ex CT dell’Italvolley Mauro Berruto, il primo passo per il riconoscimento ufficiale dello sport all’interno della nostra Costituzione. Questo sarebbe un fatto più formale che pratico, ma darebbe un segnale importante e aiuterebbe a cambiare l’approccio verso lo sport. Credo che serva ricominciare a lavorare sulla scuola con programmi di formazione. Vanno aiutate le piccole società sportive e vanno messe a disposizione palestre, impianti e strutture sportive degne, attrezzate e sicure. Bisogna lavorare sulla formazione dall’età infantile perché, il pubblico del futuro, se educato alla conoscenza e alla pratica di tutti gli sport, diventerà un pubblico molto più aperto verso tutte le discipline. Molto più capace di conoscere e rispettare le dinamiche e i valori fondamentali dello sport.

Le grandi citta, il Sud, Mattarella 

Roma è tornata in serie A1 di pallavolo femminile dopo 23 anni. Quanto è importante questo ritorno?

Molto importante. Credo che quello della capitale sia stato un segnale importante e lo sarebbe anche il coinvolgimento di altre grandi città. E’ difficile per una squadra di volley femminile ritagliarsi spazi perché l’offerta è grande e spesso di ottima qualità, anche oltre al calcio. Sicuramente servono progetti seri e puntare a risultati importanti per attirare il grande pubblico. Roma lo ha dimostrato, quando si organizza bene l’evento e arrivano le grandi squadre, come Conegliano, il grande pubblico c’è.

Roma volley femminile

Tra le grandi città, in A femminile, ci sono solo Roma e Firenze. L’eventuale presenza di Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna e così via potrebbe aiutare ad aumentare l’attenzione mediatica e la visibilità del campionato?

Si, assolutamente. Anche gli sponsor potrebbero trarne vantaggio. Di fatto, Roma nel femminile e Milano nel maschile ci stanno provando. Sono progetti lungimiranti che se supportati anche dalla sensibilità delle istituzioni potrebbero decollare. C’è però l’annoso problema dell’impiantistica in Italia. Roma, per esempio, gioca in un impianto eccessivo, per costi e capienza, per la sua situazione attuale. Probabilmente un impianto da 3.000 persone sarebbe ideale. Ricordo che a Genova i tentativi di portare sport come il basket e la pallavolo nei massimi campionati sono naufragati, oltre che per la “concorrenza” di due squadre di serie A di calcio, anche per la mancanza di strutture e del supporto locale.

Roma è anche la città più a sud della massima serie di volley femminile. Perché? Cosa manca al sud per tornare al massimo livello?

Questa è un’altra di quelle situazioni probabilmente legata alla mancanza di progetti strutturati e alla carenza di supporto economico e istituzionale. Probabilmente tutto è ancora demandato alle iniziative di imprenditori appassionati, mecenati o visionari, che possano garantire a un progetto di vertice durabilità e sicurezza finanziaria. È un peccato.

Quest’anno si è tornati con il grande volley al Palaeur. Prima la squadra di Roma, poi la finale di Coppa Italia con la presenza del Presidente Mattarella. Che emozioni ha provato?

Una grandissima emozione. Il grande volley che torna al Palaeur è di per sé una bellissima cosa. L’atmosfera che si è creata con la partecipazione del Presidente Mattarella è stata molto coinvolgente per il pubblico e anche per noi telecronisti. Tra l’altro, il Presidente, noto appassionato di volley, aveva riservato a questo evento quella che avrebbe dovuto essere la sua ultima uscita pubblica prima di lasciare il Quirinale. Poi sappiamo tutti come sono andate le cose. Ci auguriamo di poterlo avere ancora ad una partita e, magari, poterlo anche intervistare.

Marco Fantasia

Sport e campagne sociali

Inclusione, lotta alla violenza sulle donne, no al razzismo, stop alla guerra sono alcuni dei temi che fanno parte delle campagne etiche che vari club e la Lega Pallavolo Femminile di serie A portano avanti. MAI INDIFFERENTI è la campagna lanciata sui social, sulle maglie dei liberi e in partita della Roma Volley Club. Cosa ne pensa? Crede che lo sport possa fare qualcosa al proposito?

Assolutamente sì. Ognuno deve fare la sua parte. L’iniziativa di Roma e qualunque altra iniziativa similare noi l’abbiamo raccontata e le raccontiamo molto volentieri in diretta perché lo sport può sensibilizzare e diffondere messaggi importanti. Ovviamente, non si può sostituire alla scuola, alle famiglie, alle istituzioni, ciascuno con le sue competenze e nel suo ambito dovrà fare il suo. Tra l’altro il pubblico della pallavolo è sensibile, permeabile e aderisce molto volentieri a queste iniziative, contribuendo alla diffusione di questi messaggi. Lo sport, come ogni elemento della società, deve impegnarsi in materia sociale e nell’educazione.

Il sogno

Il suo sogno da “grande” qual è?

Sono fortunato, il mio sogno si è già avverato. Non svegliatemi, per favore. Faccio esattamente quello che avrei voluto fare. Lo faccio in televisione invece che in radio, come mi ero immaginato da piccolo, ma continuo a raccontare in diretta lo sport che è esattamente ciò che amo fare. Se proprio dovessi esprimere un desiderio, mi piacerebbe raccontare altre vittorie della nostra nazionale, ma per sana scaramanzia, non dirò quale esattamente.

Andrea Ceccarelli consulente aziendale, si occupa di Marketing e Comunicazione, oltre che di Sviluppo delle Relazioni d'Affari Internazionali. In ambito sportivo è stato giocatore di basket e di football americano. Come Manager Sportivo è stato dirigente, tra l'altro, del Volley Pesaro in serie A1 Femminile e, dal 2018, è dirigente della Roma Volley Club Femminile in qualità di Responsabile Sviluppo, Comunicazione e Marketing.

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