martedì, 15 Giugno 2021

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Brutti sporchi e cattivi. O forse no?

Brutti sporchi e cattivi. O forse no?
Luigi Neri
Ero giovanissimo: un apparente banale incidente su un campo di calcio vero si trasformò in un dramma, ma fu anche l'inizio della scoperta dello sport. Rugby prima, poi il football americano tra i primi in Italia e poi il ciclismo. Un paradigma sportivo e un percorso di vita, anche contro le apparenze.

Da quando ho fatto il giro di boa dei sessant’anni, ne ho da poco compiuti sessantadue, mi capita sempre più spesso di domandarmi cosa mi ha dato lo sport e cosa mi ha tolto.
Mi ha sicuramente privato della speranza di potermi esprimere, come avrei desiderato, nella disciplina in cui pensavo di concretizzare il mio futuro di atleta.
Ci credevo o forse me lo avevano solo fatto credere, quando invece, e purtroppo giovanissimo, un apparente banale incidente su un campo di calcio vero – fino a un anno prima avevo calpestato solo campetti polverosi di periferia – si trasformò in un dramma.
Dovetti così abbandonare presto l’idea di praticare quello che, non solo per me, rimane lo sport più bello del mondo e che, quando si è ragazzi, confesso, ti fa balenare l’idea di possibili lauti guadagni. Insomma, per qualche tempo mi sentii mancare il terreno sotto i piedi.

Nonostante ciò, visto come sono andati i fatti, lo sport mi ha dato tanto. Sembra un luogo comune solo per tirarsi su e cancellare l’amarezza che avevo dentro. Invece non lo è affatto.
Ho compreso il senso dell’amore per lo sport in generale e mi ha insegnato il significato dell’impegno in una disciplina che non fosse necessariamente il calcio. Proprio perché giovanissimo, quell’amore mi aiutò a scoprire qualcosa di me che non potevo conoscere, mai avrei potuto abbandonare l’odore dei campi erbosi, quello acre degli spogliatoi, per molti un cattivo e insopportabile tanfo, o le goliardate con i compagni di squadra dopo una partita vinta, o anche persa.
Per me quello era lo sport, il suo valore più intrinseco, unito alla spinta di entrare in competizione con gli altri, di adeguarsi alle indicazioni di un allenatore e di rispettare le regole, nonché gli uomini, gli avversari che avevo di fronte. Nei tanti anni a seguire mi è capitato spesso di scontrarmi, a volte anche in maniera violenta e aggressiva, eppure mai con il desiderio di fare male.

Lo sport mi ha anche fornito l’opportunità di conoscere due persone affascinanti che non smetterò mai di ricordare con il doveroso affetto e rispetto e che hanno contribuito a cambiare la mia vita; lo sport mi ha permesso di giocare in serie A in una disciplina diversa dal calcio o di essere, dal 1980 in avanti, pioniere in un’attività appena arrivata in Italia da un altro continente, e anche di vivere per qualche minuto l’esperienza di mitra puntati in faccia. Si tratta di un aneddoto, con il senno di poi, esilarante, di cui parlerò più avanti. E poi, abbandonati gli sport corpo a corpo, almeno da due decenni pedalo e pedalo, nonostante i vari acciacchi.
Ma andiamo per gradi.

Messe da parte le velleità calcistiche, avevo diciassette anni quando un amico mi convinse di frequentare una giovane squadra capitolina, la Tevere Rugby messa su dalle ceneri di una storica squadra, la Lazio Rugby. Fui letteralmente trascinato ai campi dell’Acqua Acetosa, dove si allenavano i ragazzi. Il primo impatto con lo spogliatoio fu a dir poco desolante nonostante arrivassi dall’ambiente del calcio, non certo da quelli paludati della scherma o dell’equitazione.
Ero forse il più giovane d’età, certamente il più basso. Mi trovai al cospetto di tutte le tipologie umane, su una trentina di atleti, quattro o cinque di estrazione borghese, pariolini o di Vigna Clara, ricordo c’era anche un giovane rampollo, alto biondo, di bell’aspetto appartenente a una ben nota famiglia nobile romana.
Il resto, bestioni, massicci, grezzi e grevi, direi uomini primitivi come ci porterebbe a dire il nostro immaginario. Provenivano dalla campagna o da borgate a me sconosciute, e vogliate scusarmi se a qualcuno potrò apparire snob.
Questo variegato agglomerato umano fu magistralmente diretto dal coach Amati e dal suo secondo Micheloni che insieme ebbero la capacità di plasmare quell’armata Brancaleone composta da brutti, sporchi e cattivi. Pur sapendo poco di rugby, fui accolto favorevolmente per via delle mie caratteristiche tecniche, ero veloce nello scatto e nella corsa e altrettanto velocemente riuscivo a cambiare la mia posizione. Mi misi così a studiare le regole e ad acquisire tutti i trucchi del rugbista.
Devo tanto ad Amati e Micheloni che oltre ad insegnarmi il gioco del Rugby, ebbero la capacità di creare un gruppo, infondere spirito di appartenenza e amore per quello sport.
Gli allenamenti erano duri, eppure, nonostante la sera fossimo stanchi, avevamo piacere a proseguire tutti insieme il resto della giornata e a rimanere fuori per divertirci. Ci sentivamo invincibili. Mi pareva di vivere dentro una favola, avevo acquisito la consapevolezza di altri e alti valori che diversamente non avrei potuto scoprire: l’amicizia, la lealtà, il sacrificio e il rispetto delle regole. Dentro e fuori il campo. Se uno sgarrava, gli altri ti si mangiavano, e a quell’età si sa come vanno le cose. Eppure da quell’esperienza ricevetti una lezione che forse né la famiglia, né la scuola riuscirono mai a darmi.

Ero sempre alla Tevere Rugby quando giunse il momento in cui conoscenti di Vigna Clara vennero a cercare me e altri chiedendoci se volevamo passare a una squadra di football americano, si erano dati come nome Lupi, e avevano la sede sociale proprio in quel quartiere. Ci dissero che erano pochi i ragazzi disposti a praticare uno sport molto fisico, che era loro intenzione partecipare al campionato della massima serie e che ci avrebbero messo a disposizione tutte le attrezzature, intendevano le armature, il casco nonché divise e borsoni.
All’epoca, l’unico campionato si giocava a Castelgiorgio, un paesino in Umbria vicino Orvieto, dove c’era un vero campo di football americano. La costruzione venne finanziata dalla famiglia Lombardi, discendente di quel Vincent Thomas Lombardi, detto Vince, nato a New York nel 1913, i cui nonni emigrarono negli Stati Uniti dalla Campania. Vince fu un eroe di quella disciplina in America, giocatore prima e allenatore poi, vinse la bellezza di cinque campionati e due Super Bowl. Un Trofeo del massimo evento americano oggi è persino intitolato a Lombardi.
Il primo campionato italiano si giocò a Castelgiorgio e furono quattro squadre a giocarlo: Lupi Roma, Gladiatori Roma, Lupi Milano e Tori di Torino.
Mi tornano alla mente due episodi, il primo fu al mio esordio.

Era il primo giorno, ero così emozionato che non ricordai affatto come mi sarei dovuto comportare in campo. Entrai in possesso della palla, ero sul lato destro e tutta la mia squadra si spostò su quel lato per proteggermi, seguiti ovviamente dagli avversari, Io invece di rimanere su quel lato, pensai bene di indirizzarmi sul lato sinistro, avevo un deserto davanti e la meta non era lontana. Un avversario di due metri circa che aveva capito le mie intenzioni arrivò a un passo da me e con un gran volo mi placcò buttando me e il Pallone fuori campo.
Il secondo episodio risale a una di quelle domeniche in cui era prevista una nostra partita in Umbria.
La dotazione di un giocatore di football americano non è fatta solo da scarpette, maglia e calzoncini, la parte più importante e più voluminosa è l’armatura, composta da varie parti che si agganciano sul corpo dell’atleta a protezione di costole, anteriori e posteriori, e di spalle e clavicole. Poi c’è il casco a protezione della testa e del viso e, nonostante ciò, durante una partita in un’azione mi entrò il piede di un avversario nello spazio aperto tra la fronte e la protezione della bocca, giusto per rompermi il setto nasale.
Tutta questa attrezzatura era depositata in un magazzino, provate a immaginare, trenta, quaranta borsoni più altrettante armature. Fuori ci aspettavano due autobus che iniziammo a caricare, bastarono pochi minuti che arrivarono forse cinque, sei volanti dalle quali scesero una decina di poliziotti pronti con i mitra puntati addosso.
Bastò poco per sapere che qualcuno con una telefonata aveva avvertito che un nutrito numero di pachidermi somiglianti all’uomo stava caricando giubbotti anti proiettili su un autobus.

È inutile dire che finì tutto in una generale risata.
Quell’esperienza purtroppo non durò a lungo, solo fino a quando ci fu consentito di giocare contemporaneamente anche a rugby.
Arrivò poi il giorno in cui con l’editto bulgaro, come lo chiamammo noi, fu tassativamente vietato ai tesserati della federazione rugbisti di giocare anche a football americano, pena la radiazione.
Era il 1980 vincemmo il primo titolo Italiano di football americano. E tutto finì lì.
Io, dopo la bella esperienza con la Tevere Rugby, indossai la maglia storica dell’Aquila, dell’Amatori Milano, del Viterbo vincendo due scudetti e una Coppa Italia e ho giocato una seconda finale di Coppa Italia nella massima serie.

Dopo di che ha inizio la mia vita da ciclista, l’unico sport che mi permette di fare attività fisica senza gravare sulle gambe, ma questa è un’altra storia.

Luigi Neri, calciatore per amore, rugbista per passione, ciclista per necessità