È stata la mano di Dio

Maradona, genio calcistico, icona pop, nume tutelare, pibe de oro, ma soprattutto mano di Dio. Proprio come quella che ha salvato Fabietto. O meglio, quella che ha salvato Paolo Sorrentino.
È stata la mano di Dio

Sfondo nero.
Spuntano delle parole in bianco Ho fatto quello che ho potuto. Non credo di essere andato così male. Firmato: Diego Armando Maradona.
Così si apre È stata la mano di Dio, il  film autobiografico dove  Paolo Sorrentino, seppur per interposta persona, si mostra come non mai.
Maradona, quasi esclusivamente nominato, è il protagonista fantasma del film, più che idolo un vero nume tutelare del destino dei personaggi che costellano il piano narrativo.
Infatti la storia che viene raccontata è quella di Fabietto Schisa, alter ego dello stesso regista, che vive in una Napoli degli anni ’80 dove si inizia a vociferare che el pibe de oro possa passare alla squadra di casa.

è stata la mano di Dio La famiglia Schisa

Fabietto è un adolescente del Vomero, quartiere collinare di Napoli che, mentre aspetta di sapere l’esito della trattativa tra il Barcellona e il Napoli per portare el pibe de oro al San Paolo, si divide tra il liceo classico, la famiglia, la musica e il sogno di diventare regista.
Una famiglia colorita e normale quella di Fabietto.
Saverio, padre amorevole ma con un’amante che non riesce a lasciare, stravede per i figli, alimenta la passione di Fabietto per il calcio e al compleanno gli regala l’abbonamento per lo stadio; Maria, moglie e madre, non è una di quelle donne che stanno in disparte, ma anzi, prende il suo spazio e ama fare scherzi; Marchino, il fratello maggiore, insegue il sogno di diventare attore, ma lo vediamo quasi subito essere scartato ad un provino da Fellini; la sorella, Daniela, non la si vede mai, ma la si sente parlare e nel momento della tragedia sembra essere la voce femminile e materna che a quel punto si sentirà mancare in casa Schisa.

è stata la mano di DioArriva la splendida notizia: Maradona passa al Napoli

La città diventa praticamente un museo a cielo aperto del pibe de oro, lui stesso diventa icona ultrasportiva nella quale Napoli si rispecchia e si ritrova, rimanendo profondamente e indissolubilmente legata all’argentino che lì trova non una casa, ma un mondo.

Maradona è stato un genio calcistico, uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi che, tra calcio e vicende di vita – i problemi con la legge, i numerosi figli, i vari riconoscimenti, il rimanere legato alle sue umili origini nonostante il successo raggiunto – è entrato in un Olimpo pop che travalica il calcio in senso stretto, un luogo ideale ed elettivo dove solo pochi hanno accesso e dove quelli che ci arrivano rimangono per sempre.

È stata la mano di Dio

Sarà Maradona, santo laico, a “salvare” Fabietto dalla tragedia che cadrà sulla sua famiglia: i coniugi Schisa, in seguito ad un feroce litigio, si recano a Roccaraso per un fine settimana di montagna, proponendolo anche al figlio minore, il quale però è costretto a rifiutare perché, proprio quella domenica, si sarebbe disputato il match in casa Napoli – Empoli, imperdibile soprattutto per la presenza di Maradona.

A Roccaraso, però, crolla il mondo di Fabietto; i genitori però perdono la vita a causa di una fuga di monossido di carbonio.
Marchino è disperato, non riesce ad essere forte per i fratelli, tutti in famiglia sono disperati, piangono per ore, ma non Fabietto, così stretto nel blocco emotivo che la morte tragica dei genitori gli provoca da non avere lacrime.
Adesso lui che, era il “piccolo di casa”, è costretto a crescere e a tenere insieme i frantumi della sua famiglia.
La chiave di lettura del film è proprio al funerale dei coniugi Schisa, quando uno zio dirà al protagonista che a salvarlo è stata la mano di Dio, la stessa mano che Maradona ha messo per fare goal contro l’Inghilterra ai quarti di finale del Mondiale del 1986.

Fabietto diventa grande

Non è chiaramente una consolazione, ma da quel momento inizia per il giovane Schisa un percorso di crescita, non è più il momento di essere Fabietto, ma di diventare Fabio.
Catartico l’incontro con il regista Capuano che gli fa aprire gli occhi sula necessità di avere coraggio e nell’ipotesi in cui avesse qualcosa da raccontare, di farlo, perché le storie che non vengono condivise sono fini a sé stesse.

Il coraggio dei sogni

Marchino nonostante sia il maggiore fa un passo indietro e decide di concentrarsi sulla sua felicità, Fabio invece tenendo cuore l’esempio di Maradona che dalla povertà più buia è riuscito a diventare la mano de Dios, prende tutto va a Roma deciso a inseguire il suo sogno di diventare regista.

Il percorso da teenager a giovane adulto si completa nel segno di una certezza: a Napoli ci sarà sempre un sogno che lo aspetta e che si chiama Maradona.

Rachele Colasante nata a Roma nel 1999, da sempre incuriosita dalle storie, studia Lettere a RomaTre cercando di scrivere la sua al meglio. Ancora non sa dove la condurrà il suo percorso, ma per ora si gode il paesaggio.

ARTICOLI CORRELATI

Maradona

A tavola con Maradona

Cosa unisce a tavola un architetto, grande divulgatore di cibi e alimentazioni e uno psicoterapeuta amante del mangiar bene? La passione per il calcio, il Napoli e, naturalmente, le chiacchiere su Maradona

Leggi tutto »
Corsa dei carruoccioli

La corsa dei carruoccioli

Pensate allo sport. Anzi, pensate allo sport di strada, quello che nasce spontaneo, improvvisato, quello che affonda nei ricordi personali mai sopiti.
Il 24 giugno 1956 era una domenica. Al Vomero, cuore di Napoli, è giornata di gioco, di sport e di avventura: si corre la corsa dei carruoccioli.

Leggi tutto »

…a sentire Nino Benvenuti

Tra sport e costume, la grande boxe ha incollato alla radio centinaia di migliaia di italiani. Il 4 marzo 68 l’Italia si ferma per il terzo match di Benvenuti contro Griffith. Nessuno può sapere come andrà a finire. Molti lo scopriranno davanti a una radiolina portatile, un’occasione che a Napoli Riccardo Carbone non si fa scappare.

Leggi tutto »
Napoli- Juventus

1958 Napoli-Juventus. Mai una partita qualunque

Un 4 a 3 storico, per il tifo napoletano forse anche più di quello di Italia-Germania all’Azteca nel 1970. Una partita epica quel Napoli-Juventus del 20 aprile 1958, una vittoria che diventa gioia incontenibile di popolo e che oggi possiamo rivivere negli scatti di Riccardo Carbone.

Leggi tutto »



La nostra newsletter
Chiudi