domenica, 5 Dicembre 2021

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Il beachvolley, le Olimpiadi e mio nonno

Il beachvolley, le Olimpiadi e mio nonno
 
Daniele Lupo
Il Maracanà non è solo uno stadio. Il Maracanà è uno stato dell'animo, identità collettiva, emozioni fuse. Per questo in Brasile ogni luogo diventa in un attimo un Maracanà. Proprio come il rettangolo di spiaggia della nostra finale olimpica di Rio 2016.

Una normale giornata olimpica

Un caldo asfissiante e una pioggia insistente al limite della sofferenza quella sera su una delle più belle spiagge di Rio.
Musica a palla prima del match, pareva un sambodromo, trentamila corpi umani che ballavano e i loro sessantamila occhi su di noi, su di me e su Paolo.
Pareva che volessero asfaltarci e più che alla finale olimpica di beachvolley pareva  fossimo indietro di duemila anni, in procinto di uno scontro tra gladiatori all’interno del Colosseo o di una qualunque arena.
Una pressione indescrivibile. E solo dieci italiani.
I dieci amici più cari, quelli che non si separano mai da te, che ti danno la spinta soprattutto nei momenti in cui per un attimo ti viene meno la forza di continuare. Quelli che ti stanno sempre accanto durante gli allenamenti, nel tempo libero, che per noi atleti non vuol dire passarlo al bar per l’happy hour o in pizzeria.
Non che non facciamo queste cose, ma sempre in misura ridotta perché dodici ore della giornata, dalle otto del mattino alle otto di sera, sabati e domeniche incluse, sono ben distribuite tra allenamento sulla sabbia, palestra, pesi, cyclette, fisioterapisti e massaggiatori. Alle spalle, insomma, una bella squadra che ci segue.
Una volta stanchi, ti rendi conto che la giornata è praticamente conclusa. Ecco la ragione per la quale, magari anche senza volerlo, si finisce per passare l’ultima coda del tempo libero in palestra. E quando hai raggiunto una meta, io lo faccio ormai da un decennio con il mio compagno di viaggio Paolo Nicolai, amico dentro e fuori l’arena, già vuoi ripartire per una nuova avventura.

Il beachvolley

Il beachvolley è un’attività agonistica che richiede sforzi sovrumani, per carità, non sarà la sola. Competere sulla sabbia non è come fare una corsetta sul bagnasciuga di una spiaggia. Richiede un allenamento superiore nelle gambe. Una distorsione alla caviglia, proprio il minimo, può capitarti in ogni momento quando torni giù dopo una elevazione cui è seguita una schiacciata, o se cadi male e metti un piede in una buca della sabbia. E poi, altri requisiti fondamentali per avere successo in questa disciplina, gran coordinamento e elevata concentrazione, uniti a un buon affiatamento con il tuo compagno. E vogliamo parlare dell’alimentazione, dettata da bilance e numeri? Tot di quello, tot di quell’altro. Proverò a essere più dettagliato avanti.

Rio 2016. Prima e dopo la finale olimpica

lupo nicolai rio 2016
Rio 2016. Daniele Lupo e Paolo Nicolai

Quella sera dell’agosto 2016 a Rio, Paolo ed io arrivammo in finale olimpica non per pura casualità e molto caricati.
Il nostro viaggio in verità era iniziato già qualche anno prima.

Nel maggio del 2012 arrivammo secondi a Pechino in una tappa del World Tour, lo stesso anno, alle Olimpiadi di Londra arrivammo quinti e demmo a tutti il segnale che non ci saremmo fermati lì, che noi c’eravamo.
Nel 2014 vincemmo l’oro agli europei, primi italiani ad eccellere in questo sport. Insomma, diventammo quelli da battere, e a Rio lo sapevano anche i nostri avversari, che loro, oltre alla consapevolezza di sentirsi in assoluto i più bravi al mondo, quella sera avrebbero avuto tutti i trentamila dalla loro parte.
Giocavano in casa e si sa che in Brasile ogni competizione sportiva trasforma qualsiasi campo o arena in un piccolo Maracanà.
Eravamo arrivati alla finale di beachvolley dopo un percorso non del tutto agevole, la semifinale con i russi, anch’essi accreditati per l’oro, fu vinta da noi dopo aver perso in malo modo il primo set.
Paolo mi sussurrò chissà se riusciremo mai a giocare una finale olimpica.

A quel punto tutti ci davano ormai per spacciati, poi, dopo esserci rimboccati metaforicamente le maniche, le cose andarono diversamente e dal secondo set mostrammo un’altra faccia. Quella finale arrivò e, all’ormai ricco medagliere, almeno l’argento olimpico era nostro, e i brasiliani erano consci che avremmo venduto cara la pelle.
Le cose poi andarono come tutti sanno.
Da quel lontano agosto 2016 molte cose sono cambiate, brasiliani e americani non sono più quelli di una volta, proprio come le mezze stagioni, e l’Europa, oltre agli italiani – molto brave anche le nostre ragazze – vanta atleti di altrettanta qualità, la Norvegia e la Polonia su tutti, la prima con Sorum e Mol, gli atleti che si allenano tra i fiordi, come ha detto qualcuno, e la seconda con Fijalek e Bryl che nel 2020 hanno vinto la prima medaglia d’oro nel World Tour. Ma ci sono tanti altri di cui presto sentiremo parlare.

Quando tutto ebbe inizio

Ma fatemi raccontare di colui che mi ha inconsapevolmente avvicinato al beachvolley.
Devo tutto a mio nonno Giorgio, o quasi, c’è di sicuro anche del mio se sono riuscito a fare quello che ho già fatto fino ad oggi. E ancora non è finita, Tokyo mi aspetta, anzi ci aspetta, perché da solo non sarei andato da nessuna parte.
Agli inizi con Vanni e da circa dieci anni, Pechino, Londra, Rio, con Paolo Nicolai, come ho detto e, molto presto, appunto, insieme a Tokyo. A maggio ho compiuto 30 anni, a sette, otto ero forse il disturbatore dei grandi, anche se non mi hanno mai rimproverato per il fastidio che arrecavo. Peraltro, a dispetto dei miei attuali centonovantacinque centimetri, da bambino ero piccolino, mio padre mi chiamava il nano, certo, non poteva sapere che bestia sarei diventato.
Ma torniamo ai grandi, quando parlo di loro intendo proprio gli amici di mio nonno, che è stato il mio punto di riferimento, il grande vecchio della famiglia, che già a metà degli anni ’70 giocava in spiaggia in un beachvolley ante litteram. Si muoveva forse in maniera un po’ artigianale e goffa, nel senso che non aveva un coach e oggi posso affermare che era anche del tutto privo di tecnica, ma agile sì che lo era, nello spazio rettangolare separato a metà da una rete e perimetrato da un nastro a vario modo appiccicato sulla sabbia secondo le misure del regolamento.
Lui e i suoi amici erano i pallavolisti di quel lido che sarebbe poi diventato noto come Gilda on the Beach e si trovava a Fregene, località di mare a pochi chilometri da Roma dove sono nato in una famiglia di sportivi e dove vivo tutt’oggi. E dopo mio nonno è stata la volta di papà Carlo, che molto mi ha insegnato, e della sua combriccola dove emerge ancora oggi il mitico Michele, ultrasessantenne, che chiamiamo il “nonno volante”. E quando io e Andrea, mio fratello, anche lui pallavolista on the beach, abbiamo iniziato a batterli sonoramente si sono rifiutati di giocare con noi. L’umiliazione diventava troppo grande.

Il tempo della scelta

Eppure la mia prima passione, forse come tutti i ragazzi che si avvicinano allo sport per la prima volta, fu il calcio e credo che sarei stato anche di buon livello se nel tempo non avessi scoperto che non mi piacciono gli sport a squadra – non amo infatti neanche il volley più tradizionale – dove c’è uno che ti dice cosa fare e ti obbliga a una posizione che talvolta non senti neanche tua. Eppure lo devi fare. Il tennis o quello che faccio io ti consentono ampia autonomia, ogni posizione la scegli tu secondo gli spostamenti degli avversari e, al massimo, la concordi col tuo compagno.
Io ho bisogno di sentirmi libero di agire. Ma credo che siamo un po’ tutti così noi pallavolisti sulla sabbia. Artefici nel bene e nel male dei nostri successi, come delle sconfitte.
E prima ancora dei successi dal 2012 in avanti di cui ho parlato prima, c’è stato il mio periodo americano, quattro mesi di intenso e duro lavoro con i più forti atleti del mondo dai quali hai solo da imparare e con due allenatori, Mike Dodd che poi è venuto in Italia per allenare la nazionale italiana di beachvolley e che ha continuato a seguirmi e John Stevenson, deceduto prematuramente e al quale ho desiderato donare una medaglia d’argento che giace con lui.

Mangiare con filosofia

E per finire, volete sapere del mio menù? La mia prima colazione è a mezzogiorno, dopo quattro ore di allenamento passo a due kiwi; per pranzo duecento grammi di pasta integrale, tre uova, insalata e frutta; per merenda tanta frutta e anche tranci di pizza; per cena proteine, carne o pesce con insalata; prima di andare a dormire, chiudo con due yogurt. Nel corso della giornata bevo almeno cinque litri di acqua liscia. E questo tutti i giorni da almeno quindici anni.
Sareste disposti a rinunciare a tutte le altre cose buone della vita per un così lungo periodo?
Arrivederci al beachvolley olimpico Tokyo.

Daniele Lupo giocatore di beachvolley, romano con il mare di Fregene

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