“Discende Capra“. Le prime due parole che ricordo della mia vita di fanatico del gioco del calcio. Le pronuncia Nicolò Carosio nella telecronaca dello spareggio Bologna vs Inter del 7 giugno 1964 per l’assegnazione del titolo di Campione d’Italia per la stagione 1963-64. Le pronuncia una, due, mille volte nel mio ricordo. Con due parole riassume la partita, la vediamo, ci fa capire la chiave che scardina lo scrigno che contiene il vello d’oro. Lo scudetto.
Roma, stadio Olimpico
Sono gli anni delle formazioni recitate a memoria, con le pause giuste dopo i terzini, dopo il numero sei e poi di un fiato fino all’undici. Quel giorno allo stadio Olimpico di Roma agli ordini della giacca nera più famosa d’Italia, il sig. Concetto Lo Bello di Siracusa, la corazzata Inter di HH schiera Sarti, Burgnich, Facchetti (pausa), Tagnin, Guarneri, Picchi (altra pausa), Jair, Mazzola, Milani, Suarez, Corso. Il Bologna di Fuffo Bernardini risponde con il meno noto, ma classifica alla mano ugualmente forte, Negri, Furlanis, Pavinato (idem) Tumburus, Janich, Fogli (idem con le patate), Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Capra.
Non c’è Ezio Pascutti, determinante e carismatico ben al di là delle sue otto reti stagionali, con la maglia numero undici, un infortunio lo costringe a bollire in tribuna. Bernardini sceglie un difensore per rimpiazzarlo, Bruno Capra può giostrare sulla fascia, ma è comunque più di una mossa a sorpresa. Scorrazza senza sosta e scombussola il gioco degli avversari.

Bruno Capra gioca la partita della vita nel giorno più importante
L’Internazionale è fresca campione d’Europa, una decina di giorni prima Capitan Picchi ha alzato la coppa con le grandi orecchie al cielo di Vienna, tre pere al Real Madrid che, a proposito di cantilene, davanti dice Amancio, Felo, Di Stefano, Puskas, Gento. Il Bologna non fa tremare il mondo, ma ha più fame forse più gambe e un destino che sembra più forte del pronostico. Stagione di grandi emozioni e paure. Dieci vittorie consecutive, poi il pasticcio delle anfetamine prese (o forse mai prese) a insaputa dei giocatori, tre punti di penalizzazione poi restituiti dall’appello e che sono di slancio per la rimonta che porta le due squadre a pari punti, quota 54, dopo 34 partite.
Renato Dall’Ara
Quattro giorni prima di Roma si discute nella sede della Lega i dettagli, anche economici, di una finale inedita. Il mitico presidente felsineo, Renato Dall’Ara accusa un malore, il primo ad arrivare in soccorso è il suo amico rivale, Angelo Moratti. Solo gli infortunati Pascutti e Corradi possono partecipare alle esequie nella cattedrale di San Pietro. Mirko Pavinato aggiunge una fascia nera alla bianca di capitano, così come gli altri, così come Bernardini in piedi a bordo campo nel minuto di silenzio.

Lo spareggio
Oltre sessantamila spettatori presenti e molti di più incollati alle radioline. La TV no, la RAI ha un solo canale e il palinsesto del mercoledì pomeriggio prevede la TV dei Ragazzi, cartoni animati, Yoghi e telefilm a seguire, Lassie. La vedremo la sera, registrata, dopo “I miserabili” con Gastone Moschin e Tino Carraro protagonisti. La partita non è bella, forse non può esserlo, il Bologna si fa preferire, in effetti l’Inter sembra affaticata, non punge come sa fare. Capra discende e non si limita a difendere, tutt’altro, è la spina nel fianco che costringe l’Inter a correre all’indietro, a consumarsi per mantenere le distanze tra i reparti ed il risultato bloccato. Il banco salta per un episodio, lo dice la storia del calcio. Punizione dal limite, Giuliano Sarti chiama quattro in barriera, Bulgarelli tocca corto per Fogli, il tiro è buono ma irresistibile solo dopo la deviazione dell’ultimo uomo del muro, Giacinto Facchetti. Palla all’angolo al minuto 75, Bernardini l’aveva immaginata così, partita di sacrificio e frutto da cogliere negli ultimi 15′ quando la fatica, a giugno e nel calcio senza sostituzioni, diventa fattore decisivo. Il Bologna vola, l’Inter non ha soluzioni, ancora nove minuti e Romano Fogli – MVP diremmo ora – al goal aggiunge l’assist geniale del 2-0 per la rete di Harald Nielsen, il danese che con 21 reti è il capocannoniere del torneo.
Altri tempi
Al fischio finale sono abbracci d’altri tempi, gioia infinita eppure misurata, Bernardini camicia bianca e cravatta che corre verso il centro del campo, verso i suoi ragazzi che lo portano in trionfo sulle spalle, mentre lui si abbassa perché non vuole smettere di abbracciare tutti, uno ad uno. Quel Giacomino Bulgarelli che ha 23 anni ma ne dimostra 30 per come sta in campo, quel tedesco brasiliano di Helmut Haller, “Carburo” William Negri che merita la nazionale, Janich altra colonna pensante, Marino Perani che non lo prendi se gira bene, “Dondolo” Nielsen che la butta dentro e con Pascutti diventa coppia da far paura, Pavinato, Furlanis, Tumburus figurine preziose e giocatori di più, e poi lui “Johnny” Bruno Capra, attore non protagonista che si prende l’Oscar con l’interpretazione che nessuno poteva lontanamente immaginare. Il bellissimo “Bologna Paradiso” diventa capolavoro.

L’abbiamo fatta semplice, ci sarebbe tanto altro da dire
Il personaggio Dall’Ara, Bernardini unico allenatore tra Firenze e Bologna capace di interrompere il dominio del Nord, la vicenda doping, la trattativa per far saltare lo spareggio assegnando lo scudetto all’Inter e casomai riconsiderare l’assegnazione al Bologna del titolo del 1927, il super tifoso Pier Paolo Pasolini che cercherà invano anni dopo di convincere Bulgarelli a recitare nel suo film “I racconti di Canterbury”.
Mille storie e di più ce ne saranno che non sappiamo
Tra i campioni del Bologna 1964, l’ultimo a lasciare il prato verde della vita terrena è stato proprio lui, Bruno Capra. Ci piace pensare che anche quel mercoledì da leone sia stato l’ultimo a lasciare lo spogliatoio, incredulo per quel pomeriggio vissuto trattenendo il fiato. “Discende Capra” ripeteva Carosio e noi, che pensavamo di essere bravini ma non bravissimi, avevamo trovato il riferimento giusto. Impossibile pensare di diventare Sivori, Jair o Rivera, ma “discende Capra” chissà.
Volevamo tutti essere un’ala tattica.