Arturo Maffei. La vita in un salto

Campione come pochi, Arturo Maffei attraversa il novecento e da par suo lo fa in un salto. Una vita intensa quella del "grande vecchio" dell'atletica italiana, protagonista e testimone dei grandi momenti sportivi del secolo. Una vita a cui spetta il tributo di continuare a essere raccontata.
ARTURO MAFFEI

Centotredici anni fa, il 9 novembre del 1909 nasceva a Viareggio Arturo Maffei.
Nel dubbio che i più non ricordino questo avvenimento ho voluto ripercorrere in prosa e in cifre la sua straordinaria carriera di uomo e di atleta, cominciando proprio dal ricordo dei suoi ultimi giorni di vita.

Quel pomeriggio dell’8 di agosto del 2006, il vecchio Arturo lo trascorse davanti alla televisione in attesa che da Göteborg la televisione trasmettesse la finale del salto in lungo, prevista per quel giorno dal programma della 19^ edizione dei Campionati Europei. Gli faceva compagnia, come ogni giorno da quando una seconda caduta in
pochi giorni lo aveva costretto al riposo assoluto, il nipote Arturo (Arturino).

Ai primi Campionati Europei

E proprio ad Arturino il vecchio campione ricordava come avesse visto la nascita dei Campionati Europei.
Non solo! Lui aveva partecipato alle prime due edizioni.
A quella sfortunata di Torino del 1934 Arturo Maffei si era presentato con una caviglia malconcia, rimediando solo un quinto posto.  A quella sfortunatissima di Parigi del 1938, invece, aveva conquistato una medaglia d’argento con un salto di m. 7.61, a soli quattro centimetri dal tedesco Leichum. Peccato però che un irriducibile giudice francese, dimenticandosi di ripulire l’asse di battuta, aveva scambiato un nullo dell’ungherese Istvan Gyuricza per l’impronta dell’italiano. A nulla era valsa la stessa ammissione del magiaro. Il giudice non ammise il suo errore e sanzionò come nullo un salto di m. 7.78 (la prestazione fu misurata su richiesta dell’italiano), privando Arturo Maffei di un meritatissimo titolo europeo.

MAFFEI E OWENS
(Jesse Owens e Arturo Maffei)

Europei in televisione

Adesso era come se d’incanto il tempo si fosse fermato! Sessantotto anni si erano volatizzati e Arturo si trovava di nuovo a partecipare ad un “europeo”, questa volta però da spettatore televisivo.
In pedana infatti non c’era il giovane viareggino dalla pelle bruciata dal sole di Versilia, bensì un ragazzo, anch’esso dalla pelle scura, nato a Los Angeles, ma cresciuto atleticamente a Rieti.

L’attesa di Andrew Howe

Ad Andrew (stessa iniziale del nome…), l’Italia affidava le sue speranze di medaglia. Naturale quindi che il vecchio cuore di Arturo, palpitasse più del normale quando il californiano di Rieti cominciò la serie dei suoi salti.
Arturo aveva ancora negli occhi il balzo a m. 8.33 con il quale Andrew si era qualificato per la finale il giorno prima, e aspettava in cuor suo che il ragazzo si ripetesse, o addirittura che si migliorasse.
Nessuno meglio del vecchio campione poteva capire e giustificare l’emozione che inevitabilmente attanagliava i muscoli del ventunenne campioncino. Ecco quindi che i salti di Howe, tutti superiori agli 8 metri, vennero accolti da nonno e nipote con una esclamazione di incoraggiamento, quasi a sospingere l’atleta oltre i m. 8.20 del secondo
salto, che poteva essere ancora alla portata dei suoi avversari.

Il salto nel tempo

Ma mentre le immagini scorrevano, la fervida e ancora lucida mente di Arturo viaggiava a ritroso nel tempo. Una sola volta in carriera, da concorrente, aveva visto un atleta superare gli 8 metri.
Era stato un giorno di agosto (strana coincidenza anche questa…) nell’enorme catino dello stadio di Berlino, durante i Giochi Olimpici del 1936. A compiere l’impresa un atleta la cui pelle era colorata come quella di Andrew: il grande Jesse Owens, con il quale Arturo strinse una rapida, solida, amicizia.
Gli occhi del vecchio Arturo si riempirono di lacrime quando l’inno italiano suonò per il giovane Andrew, consacrandolo campione d’Europa.
Forse in cuor suo Arturo ringraziò qualcuno per averlo tenuto in vita fino a fargli vivere quella ultima emozione…nonostante tante volte avesse invocato una chiamata che invece tardava tanto a venire.

Long e Maffei
(Luz Long e Arturo Maffei)

Nove giorni dopo

Era scritto che la sua lunga vita si interrompesse dopo che un altro grande saltatore si era affacciato alla ribalta della specialità. Quella specialità che lo aveva visto protagonista per dieci lunghissimi, e non sempre facili, anni.
Infatti, fu così…Nove giorni dopo la grande gara di Andrew Howe, il grande cuore di Arturo Maffei cessò di battere.
Alla nascita di un grande si contrappone sempre la dipartita di un altro grande…Solo così il mondo mantiene i suoi equilibri.

Anni prima

Questo il ricordo degli ultimi giorni di vita di Arturo Maffei.
Ma la nostra conoscenza era avvenuta molto tempo prima. La prima volta che lo incontrai fu a Riccione. Arturo era ai bordi della pista e seguiva con viva apprensione la gara di velocità del nipote Arturino. Da lì nacque l’intesa di tradurre in un libro la storia della sua vita avventurosa, agonistica e non solo!

Ecco come andarono le cose

Ho parlato con Arturo Maffei per ore e ore. Riempito blocchi notes di appunti. Fatto innumerevoli riscontri giornalistici e statistici. Ad un certo punto sono arrivato a sognare come un incubo i sessanta ripidi scalini della casa di via San Francesco, 38 a Viareggio, dove il “grande vecchio” ha abitato fino a poco tempo fa, che hanno messo a dura prova le mie scarse riserve di fiato ed accelerato al massimo i battiti del mio cuore.
Una volta accertati in maniera definitiva gli aneddoti per i quali Arturo è sempre stato ricordato: il salto dei pattini sulle spiagge della Versilia e il famoso incontro con Adolf Hitler, sono andato alla ricerca del Maffei meno noto, quello più intimo, degli affetti nascosti.

Arturo Maffei
(Helsinki 2 agosto 1939. Arturo Maffei primo con m. 7.18)

Il libro e altro ancora

Il tutto è stato riversato nel mio libro: “Arturo Maffei. Un salto…lungo una vita” che ha visto la luce, o meglio la stampa, in occasione della celebrazione dei 90 anni di Arturo. Il libro è andato presto esaurito. Da allora ho continuato a carpire ad Arturo ancora confidenze e indiscrezioni, in vista di una nuova opportunità editoriale.
Ho viaggiato in auto, solo con lui, da Firenze a Roma e ritorno, quando nel gennaio del 2004 l’ho accompagnato al Ministero per i Beni e le Attività Culturali per la consegna del vitalizio concessogli dalla legge “Giulio Onesti”. Non ha mai dormito. Arturo ha parlato interrottamente, fra l’altro tenendomi ben sveglio, e io ho cercato di memorizzare tutto quanto andava raccontando. Arturo di anni ne aveva compiuti 96; la parabola del suo salto è da tempo in fase discendente, ma di atterrare sulla sabbia il grande superstite degli anni ‘30 non ne aveva ancora alcuna intenzione. Il suo tecnico “tre e mezzo” lo vedeva ancora annaspare nell’aria alla ricerca di improbabili appigli, che ritardino al massimo il
suo atterraggio.
In alcuni momenti ho pensato che ormai Arturo non avesse più niente di nuovi da raccontarmi. Ma appena abbassavo la guardia e mi rilassavo, il “grande vecchio” colpiva subito!

Le storie di Arturo

Avevo già incastonato nel racconto della sua vita, la “perla” del suo incontro da bambino con il Maestro Giacomo Puccini, che Arturo, in una delle sue comparsate al Maurizio Costanzo Show, se ne viene fuori con la citazione di un episodio della sua fanciullezza, che mi ha fatto fare un balzo dalla poltrona e rischiare l’infarto.

La sterlina d’oro di Puccini

Ascoltate. Queste le sue parole, ancora impresse nella mia mente: “Mia madre, di origine turca, era una bella donna. Aveva aperto un negozio di oggetti orientali proprio sulla passeggiata di Viareggio, nei pressi del Salone Margherita, locale molto in voga a quei tempi e frequentato assiduamente anche dal Maestro Giacomo Puccini, che era già una celebrità internazionale. Una mattina il Maestro, che è risaputo essere stato un inveterato don Giovanni, si affacciò sulla porta del negozio di mia mamma e cominciò a trattare l’acquisto di un narghilè, una sorta di grossa pipa orientale. Forse le intenzioni del Maestro erano squisitamente galanti, ma fatto sta che la trattativa andò in porto. Al momento del pagamento il Maestro dichiarò candidamente che non aveva con sé la somma necessaria, ma che avrebbe potuto sopperire con un oggetto che gli era molto caro. Così dicendo tolse dal taschino del panciotto una sterlina d’oro, trasformata in spilla da un esperto artigiano orafo. L’oggetto piacque alla mamma e così Puccini poté portarsi a casa il suo narghilé.
La spilla è ancora in possesso della mia famiglia ed è conservata in una cassetta di sicurezza. Vero Gloria?”
La domanda era rivolta alla figlia Gloria, mamma del velocista Arturo Merlini, seduta in prima fila al Teatro Parioli di Roma, che annuì.

“Oh bimbo! Ma lo sai quante cose un’ tò (ti ho)ancora detto..!”

Immaginate la mia arrabbiatura! La trasmissione di Maurizio Costanzo era stata registrata nel primo pomeriggio e quindi all’ora di cena, Arturo era già rientrato a Viareggio. Lo “beccai” al telefono e le mie parole per essere udite non ebbero bisogno
dell’apparecchio acustico di cui Arturo si serviva.
Lui mi lasciò sfogare. Gli dissi che sugli aneddoti di Puccini avrei potuto scrivere un intero capitolo, completamente inedito…altro che il saluto mancato fra Owens e Hitler, su cui tanti giornalisti hanno fantasticato.
Arturo mi lasciò sfogare e poi mi disse: “Oh bimbo! Ma lo sai quante cose un’ tò (ti ho)ancora detto..!”
Che fargli? Io mi sono limitato a minacciarlo dicendogli che un secondo libro sulla sua vita non lo avrei scritto!
Non credo si sia impaurito. Come volergliene. Se solo ripenso a tutte le cose che gli ho “estorto”, non posso che perdonarlo.

Maffei
(Arturo Maffei al fraterno amico Gustavo Pallicca)

Una vita di storie

Le più toccanti del libro? L’incontro al Cinema Nazionale con Marcella Novelli, figlia di Enrico Novelli (Yambo), direttore de “Il Nuovo Giornale”, che poi divenne sua moglie, la scazzottata al Villaggio Olimpico di Berlino con Gianni Caldana, l’incontro con Jesse Owens sul campo di allenamento, le giornate al Castello di Verrazzano ospite del Marchese Luigi Ridolfi (“non mi ha mai toccato con un dito”….mi disse per allontanare definitivamente i sospetti che aleggiavano sulla predilezione del nobile mecenate fiorentino per lo scapestrato viareggino).
Nonostante la “stanchezza” per la vita (ma che aspetta quello lassù a chiamarmi…mi diceva) io gli raccomandavo di non aver fretta a raggiungere i suoi amici (Ridolfi, Comstock, Beccali, Lanzi, Oberwegher, Consolini, Profeti, Betti, Bartolini, Lippi, Lucci,Testoni, Caldana, Owens, Long, Leichum e quel Tajima, che gli tolse per un centimetro la soddisfazione di salire sul podio di Berlino, e gli altri eroi della stupenda epopea della nostra atletica, negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale).

L’ultimo salto

Ricordo che gli dicevo: mi devi raccontare ancora tante altre cose della tua vita!
Ma il tempo non fa sconti e Arturo Maffei se ne è andò il 17 agosto del 2006, precedendo di due mesi (16 ottobre) Ondina Valla.
All’epoca di quella generazione di grandi atleti era rimasta solo Ljubica “Gabre” Gabric (classe 1917) che ancora scendeva in pedana nelle manifestazioni master.
Ma poi anche per lei l’età disse che…era l’ora di andare.
E adesso che il tempo benevolo concede a noi l’opportunità di ricordare la data del più che centenario dalla nascita penso che il miglior omaggio che si possa fare al grande Arturo Maffei sia quello di ricordare, soprattutto ai giovani ma anche ai meno giovani, i fasti della sua straordinaria carriera sportiva.

Gustavo Pallicca Funzionario di banca in pensione, starter internazionale con una passione per i racconti, la fotografia e la storia dell'atletica. Stella d'Oro del CONI al Merito Sportivo.

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