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Roma. Quando il tifo canta

Sant'Agostino diceva che chi canta prega due volte. Ma avete sentito la Curva Sud cantare come se fosse una voce sola? Non è anche questa l'orazione di una liturgia laica e appassionata? E allora sì, forse possiamo proprio dire che chi canta tifa due volte.
Roma

Inno: quattro lettere e un significato profondo.“Componimento poetico che esalta i valori…può essere musicato e cantato” e poi “Composizione lirica particolarmente solenne”.
Forse si esagera quando si attribuisce lo stesso significato a certi cori da stadio che non hanno nulla a che vedere con i valori sociali e umani di una Nazione. Ecco bravo! Forse…
Il fatto è che per me e per quelli come me, non pochi direi, che vivono anche per i colori giallorossi, l’inno della Roma, anzi gli inni che nel tempo abbiamo cantato, sono la colonna sonora emotiva della nostra passione.
Non crediate sia un concetto esagerato; ognuno vive dei propri ideali, religiosi, politici e sociali che siano, ma quelli sportivi non sono da meno. Sfido chiunque a non subire scossoni sentimentali, brividi sulla pelle, pelle d’oca e nodi in gola quando uno stadio intero canta con decine di migliaia di cuori e una sola voce. E per chi allo stadio è cresciuto, per chi allo stadio è andato per la prima volta stringendo la sua mano piccola in quella grande del padre, l’inno è un tuffo nel tempo sempre vivo e mai passato, quello che ti torna in mente tutto insieme alla prima nota e alla prima strofa. E allora canti, canti con tutto il fiato che hai e con tutto il cuore che ti porti dentro.  

Cor core acceso da na passione…

Non è certo l’inizio di un poema epico, ma è qualcosa che ti cambia umore, che ti gonfia d’amore e che ti fa tornare indietro di diversi decenni. Sciarpe diverse, altre bandiere, stessa passione e altri idoli da incitare, quelli di una Roma che è stata, la Roma dei nostri nonni, padri, gente che non c’è più, ma che vive nei ricordi calcistici di noi meno giovani, sicuro, e di giovani, per sentito dire. Masetti, Bonini, Fulvio Bernardini: non li abbiamo visti in campo, non sappiamo come giocavano, ma sappiamo bene che sono stati gente nostra. Sappiamo anche che a dispetto degli anni e della memoria saranno con noi fin quando, anche noi, ci saremo. Fino a quando qualcuno sgonfierà il pallone e spengerà le luci sul rettangolo di gioco.

“Dimmi cos’è che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo…”

Le dediche musicali, non riesco a chiamarle canzoni, si susseguono negli anni fino ad arrivare al fatidico “Grazie Roma” scritto e cantato da Antonello Venditti, grande artista, ma prima ancora grande tifoso giallorosso. Me lo ricordo bene Venditti, sempre seduto in Tribuna Tevere sopra lo striscione di Roma Capoccia, con a fianco Mimmo Spadoni una leggenda della tifoseria che spero che in tanti ricordino ancora.
Lo stadio, il tifo, la Roma sono lì, tutti chiusi in quella strofa, semplice, emotiva, intima, profonda e vera come poche.
Quante volte quella strofa siamo stati noi, seduti accanto una persona nuova e sconosciuta, ma con la quale abbiamo fraternizzato sin dal primo momento. Una stretta di mano, un nome detto al volo e poi a cantare, saltare in alto alla prima occasione mancata, abbracciati alla prima rete gonfiata dal pallone.  Alla fine l’appuntamento alla volta dopo e la volta dopo se accanto troverai un’altra persona ancora, la storia ricomincia, uguale in tutto e per tutto.

“Dimmi cos’è che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani…”

Capita anche che nel presentarsi noti un tono di voce, un accento, che non è familiare e allora capisci quanto sia grande l’amore per la Roma perché ti ritrovi accanto una persona, ma che dico, un fratello, che ha magari ha macinato chilometri per essere presente sugli spalti a cantar di Roma, e tu lo ammiri ancora di più e lo “sfidi” a cantare più forte.

“Dimmi cos’è che batte forte forte forte in fondo al cuore, che ci toglie il respiro…”

Mai frase più indovinata per dimostrare che la Roma, per noi tifosi, non è solo i soliti novanta minuti, non è solo la domenica o il giorno infrasettimanale di coppa, la Roma è sempre, ovunque, comunque. Se ci toglie il respiro non è fanatismo, ma la splendida passione che ci unisce a tutta la tifoseria intorno. Tutto questo accompagnato dallo spettacolo di quella miriade di bandiere che agitano la Curva Sud da una parte all’altra, incuranti al pensiero di togliere la visione a chi capita accanto. Poco importa, la partita è bella lo stesso. Ho sempre sostenuto che la partita non si guarda solo con gli occhi, ma la si vive ancora più profondamente con il cuore e con la mente.

“Quanno l’inno s’alzerà, tutto il mondo canterà!”

Alla fine non posso certo dimenticare quei cori che hanno fatto la storia della tifoseria romanista, ai quali va sempre il doveroso riconoscimento per coloro che hanno fatto la storia del tifo, cantato e non. Parlo del Commando Ultra Curva Sud, ovvero cuore, voci e tamburi all’unisono.
E allora: “Quanno l’inno s’alzerà, tutto il mondo canterà! Canteremo fino alla morte, innalzando i nostri color…”.
Se sei arrivato a leggere fino qui, lo so che adesso, in silenzio, a mente o a tutta voce la stai intonando anche tu!

 

Stefano Trippetta 66 anni, romano. Scrittore non per vocazione ma solo per passione rivolta alla città che fortunatamente mi ha voluto, scelto e cresciuto. Attraverso il filtro di una buona memoria sono riuscito a dividere questa grande madre: da una parte la Roma del cuore, la Lupa, tatuata con orgoglio; dall'altra quella razionale legata a ogni tipo di cambiamento, atteggiamento, costume.

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