Reinhold Messner. Uomini, record e montagne

Quando uomini e montagne s'incontrano grandi cose accadono. Ottomila per quattordici non è una moltiplicazione e il risultato non è un calcolo matematico. Ottomila per quattordici è un'opera d'arte. L'opera d'arte di Reinhold Messner.
reinhold messner

Sembra che sia il libro, non a tema religioso, più venduto al mondo. Il nome deriva dalla birra scura più birra e più scura che ci sia. L’idea è del suo vecchio amministratore delegato di Dublino. Dal 1955 registra l’uomo più alto, il più tatuato, l’eclisse solare più lunga, il felino più veloce ed altri 62,248 record. Musei ad Orlando, Copenhagen. La trasmissione tv. Il videogame.
Due mesi fa dal quartier generale del Guinness World Record di Canary Wharf esce una notizia che spara a zero sul nome forse più iconico dell’alpinismo mondiale.
Reinhold Messner non è stato il primo a raggiungere la cima di tutti i quattordici ottomila metri in stile alpino, cioè senza utilizzare bombole d’ossigeno. Il primato non è suo, ma va riconosciuto all’americano Edmund Viesturs. La sua impresa porta la data del 12 maggio 2005, la prima scalata è di sedici anni prima. Messner, con Hans Kammerlander, raggiunse la quattordicesima vetta il 16 ottobre 1986, il Lhotse, la quarta più alta al mondo con i suoi 8516 metri s.l.m.
Generazione Y vs Zoomer, due generazioni, due epoche.

Eberhard Jurgalski non vuole, dice lui, sollevare un polverone mediatico

Lui è un cronista, consulente per il GWR. Non discute la buona fede di Messner e di un’altra quarantina di alpinisti, anch’essi in difetto, ma non può tacere il risultato della sua ricerca decennale. Solo tre sono senza macchia (e senza bombole o respiratori). Oltre a Viesturs, ci sono il ruotsi-suomalainen Veikka Gustafsson ed il nepalese Nirmal Purja. La tesi di Eberhard è frutto di analisi scientifica e topografica, sofisticati GPS, droni, testimonianze locali. Romanticismo ed approssimazione si devono fare da parte, il punto più alto è uno, non ci possono essere dubbi. Non sono più i tempi di Liz Hawley, l’americana di Kathmandu, ed il suo debriefing a cui sottopone gli alpinisti al ritorno dall’Everest. Dalle risposte, dal tono delle risposte, riusciva a valutare se erano arrivati su in vetta o no. Boomer Liz, altro mondo. 

Chiariamo subito. Lo scoop del ricercatore tedesco si sgonfia prima di subito

Edmund “Ed” Viesturs rinuncia al riconoscimento. “Messner è il primo e sempre lo sarà. Non fosse altro per aver aperto la strada a me, a tanti di noi, nello stile, nel fisico, negli aspetti psicologici“. Scalare la montagna è un viaggio personale, non è compilare una lista né tantomeno stabilire dei record. Reinhold non deve difendersi. Non ha mai rivendicato nulla, niente gli può essere disconosciuto, sarebbe facile controbattere a chi non non è mai salito lassù. La verità è con la montagna, non altrove. Eberhard parla di cinque, sei, forse dieci metri per l’Annapurna. Per l’altoatesino, ma altri si sono fermati tra 65 metri ad est a 190 metri ad ovest della vera cima. Sono molte le vette non ben definite, sul Dhaulagiri le puoi trovare tra 60 e 100 metri, sul Manaslu molti si fermano sulla cresta tra 35 e 50 metri dalla cima.

Reinhold Messner

Sono quote dove una tempesta di neve o la luce del sole possono confondere

Chissà se dietro quel masso c’è un altro passo in alto da compiere. Non tutti hanno la forza lucida di Romano Benet che, nel 2005, tocca l’anticima del Dhaulagiri e torna l’anno dopo per la soddisfazione di toccare con mano la vera vetta. È vero alcune vette sono più definite di altre. La neve frastagliata non aiuta, ma che c’è di male? Sull’Annapurna, Reinhold Messner sale 4.000 metri, esce sulla cresta sommitale e da lì giunge sulla cima. Su quelle altezze di neve il punto più alto si sposta, affermare dopo decenni che è a cinque, dieci metri non è sbagliato, è ridicolo. Sono vette di neve e di ghiaccio, ha ragione Reinhold ad evitare di invischiarsi nella polemica. La verità di Eberhard è suggestiva, ma va verificata né più né meno come il racconto del protagonista.

Reinhold Messner non merita il dubbio. La montagna non merita quello che vediamo

Non c’è la storia da riscrivere, c’è da rispedire a casa chi vive di sponsor, luce riflessa, chi trova scorciatoie, chi si incolonna ai piedi dell’Everest come fosse una fila alla posta.  Non si può togliere il record a chi non ha mai scalato il record, per sport. L’alpinismo è altro. È un’avventura umana di forza, di paura, di solitudine e di senso del limite. Lassù trovi chi sei e non c’è gara, competizione, ordine d’arrivo. Né contro di te, né contro gli altri.
La meta non è la vetta, ma il sentiero.

 

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Venti di calcio

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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