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Steve McQueen. Una vita e 22 secondi

Una sera d'agosto, Steve McQueen ed io. Un tempo sospeso per raccontare i 22 secondi della 12 Ore di Sebring 1970, quando Steve con Peter Revson su Porsche 908 arrivano secondi dietro alla Ferrari 512S di Mario Andretti. 22 secondi che sono la storia della sua vita. Un'intervista impossibile, ma nulla è più reale di un amico immaginario.
Steve McQueen

Perché vuoi raccontare di me? Non avete già scritto tutto?
Hanno scritto altri, io mai.
Pensi di avere qualcosa di nuovo da scrivere?
No, non credo.
Allora perché vuoi perdere tempo?
Tu ci credi al tempo?
Dipende. Io il mio l’ho bruciato, dovresti saperlo.
Lo so, ma tu sei Steve McQueen. A te è stato concesso. Però io non voglio raccontare tutta la tua vita. Io voglio raccontarne 22 secondi. Anzi, vorrei che me li raccontassi tu.
22 secondi?
Quei 22 secondi.
I 22 secondi di Sebring?
Esatto quelli.
C’è tutto in quei 22 secondi, lo sai vero? Dovrai metterti comodo.
Sono già comodo. È una sera d’agosto, sono al mare, ho da bere, ti posso ascoltare a lungo.
Cosa bevi?
Gin tonic con Monkey 47.
È roba da inglesi
Non sempre.
Uno non basterà
Non devo guidare. Tu?
Da queste parti non mi fanno guidare. Sono un osservato speciale. Dopo decenni devono ancora capire se mandarmi in alto o in basso. Vanno per le lunghe, credo di avergli confuso le idee.
Non volevo essere indiscreto. Volevo solo sapere se hai da bere.
Sì, birra. Preferisco. Credi in Dio?
Sì. Spero anche di essere corrisposto. Se Dio crede in te le cose sono più semplici.
Non so se il tuo Dio sia lo stesso mio. So però che il mio deve aver avuto un momento di distrazione. La mia vita l’ha fatta iniziare con l’inferno. Ne hai sentito parlare dell’inferno?
Mi sono fatto una certa idea, ma nessuno è mai tornato indietro per dire la sua.
Nessuno? Adesso te lo racconto io l’inferno perché, vedi, per capire i 22 secondi di Sebring devi sapere come ci sono arrivato.

Steve McQueen
(Steve McQueen)

Un Dio distratto mi ha fatto nascere a Beech Grove, Indiana.

Famiglia improbabile. Ma già parlare di famiglia è un azzardo. Mio padre viveva di espedienti, quando sono nato lavorava in un circo come stunt. Mi ha sopportato per sei mesi, poi se n’è andato lasciando me e mia madre. Di mia madre inutile parlarne. Beveva e faceva l’amore. Sono rimasto con lei qualche anno, sentivo e vedevo tutto e all’inizio non capivo. Ricordo però i ceffoni di qualche suo cliente. Ero un divertimento anche io. Poi mia madre mi manda in Missouri dal fratello. Voleva essere libera. Più libera. Avevo già otto o nove anni. Cresco per strada. Senza regole, senza rispetto, senza paura di nulla. Da piccoli siamo già quello che saremo. Con altri come me siamo una banda. La mia prima e non sarà l’ultima. Ci meniamo ogni giorno, per riposarci rubiamo quello che capita. A dodici anni mio zio mi rispedisce da mia madre che nel frattempo si è trasferita a Los Angeles. La vita non mi cambia, ma da un certo punto di vista migliora. Risse e furti come prima, con qualcosa in più. Una ragazzina un po’ più grande di me si offriva a tutti in cambio di dolcetti. La mia prima volta è stata frettolosa, mercenaria, arrogante, ingenua. Quante altre volte è stato così. Sai che non ho la minima idea di quante donne ho avuto in vita mia? Era facile, tutto facile. Facile per strada, facile quando facevo l’attore, facile quando correvo. Ho fatto tutto il sesso del mondo. Ho anche amato. Meno, certo, molto meno. E ho tradito. Sempre, anche quando amavo.

Dal riformatorio ai Marines

A 13 anni mia madre mi manda al California Junior Boys Republic di Chino Hills, un istituto di correzione, qualcosa di simile a un riformatorio. Gli altri potevano andare in libertà nel fine settimana. Io non uscivo quasi mai. Mia madre era troppo ubriaca per venirmi a prendere. La vita lì dentro? Se non l’inferno, l’anticamera. Quello che di peggio non avevo già imparato fuori, l’ho imparato lì. A 17 anni mi guadagno la libertà; vado con lo zio Sam, mi arruolo nei Marines. Ci rimango tre anni. Inutile contare risse, punizioni e giorni di prigione. Rimango fino al 1950 quando vengo congedato con onore. Durante un’esercitazione abbiamo un brutto incidente con il nostro Sherman, potevamo morire tutti; mi salvo e salvo anche gli altri. Il congedo mi evita la Corea, ma forse non mi sarebbe poi dispiaciuto andarci. Deve essere chiara una cosa tra noi, una cosa che devi sapere. Io sono entrato nella vita dall’inferno, ma non cerco compassione o comprensione: a me è piaciuto e, in un certo senso, non sono mai cambiato. Il carattere non lo cambi amico mio e se anche cerchi di metterlo da parte, prima o poi, ti assale e ti si riprende.

Steve McQueen
(Steve McQueen)

Inutile che ti dica dei miei film, li conosci

Ti dico però che i miei film sono la prova che Dio può fare miracoli anche all’inferno. Avevo difficoltà caratteriali, ho menato e preso botte, sono stato un delinquente, ho persino trafficato armi, ho approfittato di donne che cadevano ai miei piedi, le ho prese in giro, usate e abusate, ho mentito non so neanche io quanto, mi sono drogato con quasi tutto. Potevo finire su un marciapiede, accoltellato alle spalle in un vicolo, sdraiato dalla 44 di un poliziotto davanti una banca. Non è andata così. È successo l’inverosimile. Dalla vita ho avuto tutto. I segni che l’inferno ha lasciato sul mio viso mi hanno fatto diventare bello, io che avevo quasi difficoltà a leggere e parlare sono diventato un attore. Non uno qualunque, ma uno dei più ricercati, pagati, ammirati. Sono diventato un’icona di stile. Il mio modo di vestire ha bucato il tempo. Hai una pallida idea di quanti ragazzi di oggi e anche di ieri indossano ancora il mio giubbotto, i miei occhiali, i miei pantaloni? Quanti sognano ancora la mia vita spericolata? Così mi ha cantato il vostro Blasco giusto quaranta anni fa. Chissà se sapeva veramente come era stata la mia vita, quella dietro le quinte, chissà se sapendolo l’avrebbe veramente voluta o augurata una vita come la mia. Tutti bravi a cantarlo da un palco. Tutti bravi.

Non ti incupire, però.  Dimmi delle tue passioni invece

No, non mi incupisco, figurati, ma mentre parlo con te rivedo tutto. Tutto in un attimo, tutto in una parola. Le mie passioni, dici? Quante ne vuoi? Io ho vissuto di passioni. Spesso irregolari, inconfessabili. La vita l’ho presa d’assalto, me la sono goduta. Tante volte ho pensato che, alla fine, questo la vita non me l’abbia mai perdonato.  
Come dite voi? Donne e motori? Ecco, potremmo finirla qui. Potrei non aggiungere altro, ma so che non ti basterebbe. Una più importante dell’altra? Non ti saprei dire. Ho messo l’anima in tutte e due. Tanta anima. Mi sono sposato tre volte. Le ho tradite tutte, tranne Barbara, l’ultima, probabilmente perché non ho fatto in tempo. La mia cambiale con la vita sarebbe scaduta dopo pochi mesi. Con Neile, la prima, sono rimasto sposato sedici anni e ho fatto due figli che ho adorato. Uno strappato troppo presto. Neile ha sopportato di tutto. I tradimenti sbattuti in faccia, ma anche le mie botte. Doveva amarmi molto. Con Ali è stato travolgente. Oltre misura, non puoi immaginare. Con lei è durata cinque anni. Aveva già tutto dalla vita, ha voluto anche me, è stata una partita alla pari. Di Barbara ti ho detto. È stata la donna che mi accompagnato. Da qui, ancora la ringrazio. Relazioni? Quante ne vuoi. Occasionali? Infinite. Le donne impazzivano per me e io per loro.

Bullit
(Steve McQueen in Bullit)


A una di loro devo la vita. Il 9 agosto del 1969 dovevo essere da Sharon, avevano invitato anche me. Sarebbe stata una serata divertente, ma non ci sono arrivato. Esco di casa già un po’ alterato. Per strada incrocio gli occhi con una ragazza. È bella, non più delle altre, ma sostiene il mio sguardo, mi sfida. Mi fermo, ci parlo, cambio strada e non so che sto cambiando la mia vita. Beviamo, passiamo la notte insieme. Facile. Quella sera, a casa di Sharon Tate al mio posto arriva il diavolo. Come vuoi chiamarlo Charles Manson se non diavolo. Lo sai come è finita. Lui e i suoi uccidono tutti. Dovevo esserci anche io. Chissà come sarebbe andata. Forse nello stesso modo, forse no. Inutile pensarci.
C’è anche un’altra donna nella mia vita. Lo avrai capito. Mia madre. Mi è mancata mia madre, mi è mancata per una vita. È un vuoto che non riempi. Ad un certo punto l’ho ignorata, non ho voluto più vederla, ma sapevo che l’avrei fatto quando sarebbe stato il suo tempo. È andata così. L’ho salutata in ospedale, ma era già in coma. Sono stato in silenzio e le ho parlato, sai come succede, vero? Te lo leggo negli occhi che lo sai.

E poi arriva Sebring

Sebring. Già. 1970, la 12 Ore del ventennale. I motori ci sono sempre stati nella mia vita. Il carro armato dei Marines, le moto, le macchine. La velocità, la sfida, il suono dei motori. Ho guadagnato i primi soldi correndo in moto, mi facevano comodo, ma soprattutto vivevo di adrenalina. Mordevo la vita anche così. Era un demone che mi dominava e, soprattutto, non mi faceva avere paura di nulla. Morire era un’opzione, non mi interessava. “La gente spera di vederci morire. È uno sport in cui si rischia la pelle. Ti può succedere oggi e domani ti può succedere di nuovo. Correre è importante per chi lo fa bene. Quando uno corre vive e tutto quello che fa prima e dopo è solo attesa”. Dico così in Le 24 ore di Le Mans, non uno dei miei migliori, ma un film che ho fortemente voluto. Dico così e ci ho sempre creduto.
Sai che Beech Grove è a una ventina di minuti di macchina da Indianapolis? Se vogliamo vederci un segno, vediamocelo.
Harley-Davidson, Triumph, Porsche. Pietre miliari della mia vita. Ad un certo punto ho persino pensato di smettere di recitare per dedicarmi solo alle corse, poi ho capito che dovevo fare tutte e due le cose. Dovevo per me, non per altri.

12 Ore Sebring 1970
(Sebring 1970. La griglia di partenza)

Sebring nel 1970 era un mito, una delle gare di endurance più famose al mondo, circuito campionato mondiale marche.

Partecipo in team privato con una Porsche 908-02 spider a coda corta insieme a Peter Revson, anche lui divorato dal demone delle corse. Peter poteva avere una vita tutta in discesa, il padre era uno dei fondatori della Revlon, ma lui voleva solo correre e per farlo si lasciò anche diseredare. Pagherà tutto; quattro anni dopo morirà sul circuito di Kyalami durante le prove del Gran Premio del Sud Africa.
A Sebring arrivo sulle stampelle: ho un piede ingessato, frutto di un incidente in una gara di motocross a Lake Elsinore, un paio di settimane prima. Sai, non ti ho detto, ma spesso correvo sotto pseudonimo; Harvey Mushman mi facevo chiamare. Per me era importante correre, non essere riconosciuto.
Comunque la Porsche 908 che monto a Sebring è un piccolo gioiello, tre litri di cilindrata, 350 cavalli, ma le altre macchine sono molto più potenti e per il mio guaio al piede i meccanici devono fare qualche modifica al pedale della frizione. Siamo degli outsider e ci piace così.
In pista c’è gente come Mike Hailwood, Andrea de Adamich, Arturo Merzario, Masten Gregory, Pedro Rodrguez e Leo Kinnunen. E poi loro: Mario Andretti, Nino Vaccarella e Ignazio Giunti su Ferrari 512S, una 5 litri che non avrà grande fortuna ma che lì, a Sebring, avrà il suo momento di gloria.

Sebring 1970
(La Porsche 908-02 #48 di Steve McQueen a Sebring 1970)

La corsa è dura, molti motori non reggono, tanti si ritirano.

Peter Revson aveva già corso in Formula 1, è un bel manico, è veloce, la nostra 908 tiene e mentre gli altri si fermano, noi continuiamo girare. I nostri cambi sono regolari, non perdiamo tempo e a un certo momento ci ritroviamo in testa con parecchia pista tra noi e la Ferrari 512S di Vaccarella e Giunti. L’altra 512S, quella con Mario Andretti e Arturo Merzario si è già ritirata. La Ferrari questa corsa la vuole vincere, però; quando ci vedono in testa giocano il tutto per tutto, fermano la macchina e ci fanno saltare sopra Mario Andretti. Negli ultimi giri sono io che me la devo vedere con lui. Ogni giro guadagna decimi e poi secondi, resisto, lo ingaggio, 3 litri contro 5 litri, 350 cavalli contro 550. La partita è segnata. Andretti mi supera e mi avanza di 22,1 secondi.
Loro sono primi, noi secondi. Loro vincono, noi sorprendiamo.

Eccoli i 22 secondi di cui volevi sapere.

In quei 22 secondi c’è tutta la mia vita, ti ho raccontato qualcosa, qualcosa già sapevi altrimenti non saremmo qui.
Io ci ho messo tempo a capirlo, ma ora lo dico anche a te e poi tu fanne l’uso che desideri. Se vuoi, puoi anche dimenticare. Un secondo non è una frazione di tempo. Un secondo è una vita. Infinitamente piccolo, infinitamente grande.
In quel secondo c’è tutto quello che siamo. C’è un eterno presente, non un passato e non un futuro. In un secondo c’è tutto quello che siamo stati e quello che saremo, senza distinzione alcuna. Per questo i 22 secondi di Sebring sono la mia vita
.

Steve McQueen
(Steve McQueen in Le 24 Ore di Le Mans)

Ricorderò e farò buon uso. Se vuoi parlare dei tuoi film, siamo ancora in tempo.

No, non serve, anzi ho apprezzato. Abbiamo parlato di cose di cui non mi è capitato spesso di parlare. Tutti hanno sempre voluto parlare di Steve McQueen personaggio, pochissimi di Steve McQueen persona. Va bene così. Come è andata con i tuoi gin tonic, piuttosto? Ti ho fatto fare tardi.
Solamente un paio, roba modesta.
Meglio così.
Prima di andare però vorrei parlare io di un tuo film, anzi della scena di un tuo film. Una sola scena.
Ah sì? E quale?

Quelli della San Pablo

Ricordo bene, 1966, un bel successo, otto candidature agli Oscar. Mi sembravi più interessato ai motori, mi sarei aspettato altro. Qui non se ne parla.
Esatto. Si parla di te, però.
Sai bene che un attore è sempre in bilico tra finzione e realtà.
Certo, lo so, ma c’è una scena in particolare che mi ha colpito.  Una scena in cui finzione e realtà si dissolvono. In quella scena ti ho riconosciuto prima di conoscerti, prima di sapere le cose che mi hai raccontato questa sera e che non conoscevo.

Quelli della San Pablo
(Steve McQueen in Quelli della San Pablo)


Sul ponte della San Pablo ho visto come guardavi il tuo amico Po-han mentre i cinesi, sulla sponda del fiume, lo torturavano come un traditore. Ti ho visto non avere dubbi, imbracciare lo Springfield, prendere la mira e sparare un solo colpo. Il colpo della vita, quello che evita a Po-han la morte dolorosa. Il colpo che lo grazia. Ho visto come lo hai guardato dopo.
Era solo un film mi dirai, ma in quel tuo sguardo ho visto te, la tua vita, la tua storia. Non hai recitato in quel momento.  Se lo avessi fatto veramente, il tuo sguardo non sarebbe stato diverso. E mi sono fidato di te. Fossi stato nella tua banda, nel tuo plotone, sul tuo set o nella tua spider, mi sarei fidato di te.
E penso di sapere anche un’altra cosa.
Penso che in quel letto di Ciudad Juarez, divorato dal demone che ti aveva mangiato fegato e polmoni, avresti voluto essere al posto di Po-han.
Quello sguardo lo avresti voluto anche per te.
…questo non l’ho mai detto a nessuno.

Io lo scrivo lo stesso

Sì, puoi farlo, tanto è passato del tempo e non interesserà a nessuno.
Può darsi, ma interessa a me, è già abbastanza per scriverne. E quando poi lassù ti faranno riprendere a correre, fammelo sapere che torniamo a parlare di motori.
Ho l’impressione che la pratica sarà ancora lunga.
Non ho fretta.
È notte fonda. Torniamo alle nostre cose.
Torniamoci, sì. Torniamoci.

Triumph
(Steve McQueen)

……….

Steve McQueen finisce la sua corsa il 7 novembre 1980 in un ospedale di Ciudad Juarex, Messico, dove era ricoverato sotto il falso nome di Sam Shepard. Incurabile, aveva cercato lì una cura alternativa che non poteva funzionare. Con lui Barbara e il suo amico istruttore di volo, Sammy Mason. Negli ultimi tempi infatti aveva iniziato a pilotare vecchi aerei della Seconda Guerra Mondiale. Da uno di questi aerei, spero pilotato da Sammy, le sue ceneri sono state sparse nell’Oceano Pacifico.
Per tutta la vita Steve McQueen ha fatto beneficenza silenziosa per i ragazzi del California Junior Boys Republic e per altri ragazzi fragili.  Fragili come lui.

 

Voleva essere uno di noi. Era uno di noi.
(Richard Attwood, pilota, vincitore 24 Ore di Le Mans 1970)

 

Marco Panella, (Roma 1963) giornalista, direttore editoriale di Sportmemory, curatore di mostre e festival culturali, esperto di heritage communication. Ha pubblicato "Il Cibo Immaginario. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015), "Pranzo di famiglia. Una storia italiana" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016) il thriller nero "Tutto in una notte" (Robin 2019) e la raccolta di racconti "Di sport e di storie" (Sportmemory Edizioni 2021)

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