Seul 1988. Quando Kalusha Bwalya umiliò gli Azzurri

Alle Olimpiadi di Seoul la Nazionale italiana arriva imbottita di ottimi giocatori e con grandi aspettative. Alla fine sarà quarta, lasciando il bronzo alla Germania Ovest. Ma quella edizione è ricordata soprattutto per l’umiliante sconfitta subita dagli azzurri del CT Rocca contro lo Zambia dell’ancora sconosciuto Kalusha Bwalya. Allo Zambia il futuro sembrava sorridere, purtroppo sarà invece un futuro tragico.
Italia- Zambia Seul 1988

Era un luminoso e caldo mattino di fine estate, quel 19 settembre 1988 a Napoli. Un lunedì. Era da poco cominciato il secondo anno di liceo e, nonostante fosse anche la festa di San Gennaro, c’era scuola. Ricordo che indossavo dei blue jeans e una camicia bianca, ma potrei sbagliarmi. Di sicuro avevo con me la radiolina con l’auricolare d’ordinanza che usavo per ascoltare il racconto delle partite la domenica pomeriggio. Eh già, mi ero organizzato per bene: non mi sarei perso per niente al mondo la sfida tra l’Italia e lo Zambia, gruppo B del torneo di calcio di Seul 1988, l’Olimpiade coreana che tante gloriose medaglie regalò agli atleti azzurri. Ore 10 in punto (le 17 dall’altra parte del mondo), iniziava l’ora di disegno. Con una sfrontatezza che non credevo di avere, mi rivolsi a Mario Casolaro, un ottimo architetto prestato all’insegnamento, e un brav’uomo: “Professò, alla proiezione ortogonale [di una sedia di paglia] ci lavoro, però potrei distrarmi: sto ascoltando Italia -Zambia.”
Facci sapere chi segna”, mi rispose lui con un occhiolino di divertita complicità.

 

Seul 1988. Gli Azzurri
(Seul 1988. Gli Azzurri)

Facciamo un piccolo passo indietro

Il regolamento olimpico di Seul 1988 permetteva di convocare giocatori che non avessero mai partecipato a una fase finale di Coppa del Mondo con la Nazionale maggiore. Il nostro CT Francesco “Kawasaki” Rocca, indimenticato terzino della Roma anni ’70, aveva pertanto allestito una compagine di tutto rispetto, pescando soprattutto da Napoli, Juventus, Roma e Milan. Ecco i suoi 20:
1 Tacconi, 2 Cravero, 3 Carnevale, 4 De Agostini, 5 Ferrara, 6 Tassotti, 7 Colombo, 8 Pellegrini, 9 Brambati, 10 Carobbi, 11 Crippa, 12 Giuliani, 13 Virdis, 14 Rizzitelli, 15 Galia, 16 Iachini, 17 Desideri, 18 Mauro, 19 Evani, 20 Pagliuca.
Una sorta di Nazionale B, in sostanza, che aveva ben figurato due giorni prima nella gara d’esordio del girone, vinta per 5-2 ai danni del Guatemala. 
Dello Zambia si sapeva poco e niente. Era facile immaginare che la partita non avrebbe presentato ostacoli per gli azzurri. Anzi, i giornali si raccomandavano di tirar fuori i pallottolieri dalle cantine impolverate per contare i gol che avrebbero seppellito la malcapitata squadra africana. E invece…

Seul 1988.Zambia
(Seul 1988. La Nazionale dello Zambia)

E invece…

La radio raccontava di una prestazione scialba dei nostri, mentalmente svogliata e atleticamente depressa. Forse erano venute meno le motivazioni, contro un avversario non considerato irresistibile. Si parlava anche del calore nello stadio coreano, anche se i 30 gradi registrati non sembravano costituire un grosso problema. Gli arancioni venuti dal sud del continente nero, invece, erano piuttosto in palla. Correvano, anticipavano i nostri e si rendevano più volte pericolosi.
Così, quando al 41esimo minuto un tiro maligno bucò l’inviolabilità della porta di Stefano Tacconi, sembrò quasi una cosa normale. L’autore era un certo Kalusha Bwalya, un attaccante rapido dalla tecnica più che discreta, che giocava in Belgio, nel Cercle Bruges e che per anni da ragazzino aveva sgobbato nelle miniere di rame di Mufulira, dov’era nato. Solo in seguito avremmo scoperto che si trattava di uno dei migliori calciatore che potesse offrire l’Africa in quel momento, e senz’altro il migliore nato in Zambia.

L’intervallo

La fine del primo tempo coincise con la campanella dell’intervallo. Fiducioso in una pronta reazione da parte dei nostri (“ma ti pare che Carnevale e Virdis non gliene fanno almeno due o tre?”), mi preparai al meglio per l’ora successiva. L’insegnante di latino era una vera arpia, ma con l’aiuto di un paio di compagni riuscii a occultare abilmente il cavo nero dell’auricolare in mezzo alla mia chioma, all’epoca molto fluente.

Seul 1988
(Seul 1988. Kalusha Bwalya)

Ma la musica non cambiò

Contrariamente alle aspettative mie e di milioni di italiani, la musica in campo non cambiò. Anzi, dopo avere fatto vedere i sorci verdi a un difensore scafato come Mauro Tassotti, il buon Kalusha segnò ancora, su punizione, al 57esimo. La delusione mi si dipinse in faccia, evidentemente, perché l’insegnante mi chiese cosa non mi fosse chiaro della sua spiegazione su Orazio. Le risposi con un certo imbarazzo, che era tutto chiaro, proprio come il panorama di Napoli da via Orazio in quei giorni. Lei sfoderò un mezzo sorriso (la manifestazione più simile a un comportamento umano che l’intera classe ricordasse), e andò avanti. Io tirai un sospiro di sollievo, mentre dal banco di dietro sentii un calcetto alla mia sedia, e una voce che sussurrò: “Hai rischiato, eh? A quanto stanno?
Ricordo che portai la mano destra dietro la mia nuca, con indice e medio a indicare il raddoppio degli avversari. Dopo qualche minuto ripetei il gesto, ma stavolta aggiunsi anche il pollice. Ebbene sì, al 65esimo un altro Bwalya, Johnson, che non era neanche parente del primo, mandò in frantumi le speranze di raddrizzare quella partita. Mi tolsi l’auricolare e spensi la radiolina. Della lezione su Orazio non ricordo nulla: passai tutto il resto del tempo a chiedermi come fosse possibile che professionisti superpagati (parametrati all’epoca, ovviamente) potessero soccombere così indegnamente davanti ad atleti sconosciuti, volenterosi o poco più.
Quando tornai a casa, mio padre, che aveva guardato la partita in tv, mi informò che Kalusha aveva addirittura firmato una tripletta, con l’ultimo gol siglato al 90esimo.

Seul 1988. Una disfatta senza conseguenze

Fatte le debite proporzioni, quei 4 gol rimediati dallo Zambia ricordarono a molti la sconfitta drammatica contro la Corea del Nord di Pak Doo Ik ai Mondiali inglesi del 1966. Una figuraccia clamorosa, che alimentò polemiche e sdegno (Gianni Brera commentò che quella squadra avrebbe perduto anche contro il Codogno) ma che, in realtà, non compromise il cammino dell’Italia nella manifestazione. Passati come secondi nel girone, proprio dietro il sorprendente Zambia, gli uomini di Rocca batterono ai quarti la Svezia di Thern e di Limpar grazie a un gol di Crippa nei supplementari (2-1 risultato finale), e si arresero in semifinale per 3-2 alla fortissima Unione Sovietica di Dobrovol’skij e Mychajlyčenko, che poi si impose in finale contro il Brasile di Romario, Bebeto, Taffarel e Andrè Cruz. Nella finalina per il bronzo, gli azzurri si arresero alla Germania Ovest di Thomas Häßler e Jürgen Klinsmann, autore di uno dei tre gol tedeschi (risultato finale, 3-0). Il panzer biondo, che l’anno successivo sarebbe approdato all’Inter di Trapattoni, siglò anche la tripletta che rispedì a casa ai quarti la compagine di Kalusha Bwalya (4-0 il finale).
Si chiudeva così un torneo olimpico che agli uomini di Rocca riservò alterne emozioni e nessuna medaglia, ma che vide l’Italia chiudere con un dignitosissimo decimo posto nel medagliere finale.

Un finale tragico

Le aspettative sulla Nazionale zambiana si fecero immediatamente alte. Si pensava, infatti, che i cosiddetti Chipolopolo, ovvero “proiettili di rame”, uno dei maggiori prodotti d’esportazione del paese, avrebbero contribuito alla crescita del calcio africano, che già stava cominciando a richiamare le attenzioni del mercato europeo. Invece, un destino crudele tarpò le ali di quegli atleti, gettando nello sconforto un paese intero e commovendo l’opinione pubblica mondiale.
Il 27 aprile 1993, infatti, intorno alla mezzanotte un cargo militare zambiano partì dall’aeroporto di Libreville in Gabon, dove aveva fatto scalo tecnico, per inabissarsi pochi minuti dopo nelle acque dell’Atlantico per una avaria al motore. Tutti morti i 5 membri dell’equipaggio e i 25 passeggeri, che altri non erano che la Nazionale dello Zambia, attesa in Senegal per le qualificazioni ai Mondiali di USA ’94. Molti di quei giovani atleti facevano parte della spedizione che aveva umiliato l’Italia a Seoul.
Una vera tragedia, la “Superga” africana.

Kalusha Bwalya

Il giustiziere degli azzurri non faceva parte di quella sciagurata spedizione. Poiché giocava in Olanda, nel PSV Eindhoven, aveva preso un volo dall’Europa per atterrare direttamente a Dakar.
Dopo aver vinto tutto in Olanda (3 campionati, due coppe di lega e una supercoppa) con i rossi della Philips, appese le scarpette al fatidico chiodo, Kalusha è stato per pochi anni allenatore della nazionale del suo paese.

Oggi è vicepresidente della Federcalcio zambiana.

Davide Zingone Napoletano classe ‘73, vive a Roma dove dirige l’agenzia letteraria Babylon Café. Laureato con lode in Lingue e Letterature Straniere e in Scienze Turistiche, parla correntemente sei lingue. È autore della raccolta di racconti umoristici "Storie di ordinaria Kazzimma", Echos Edizioni, 2021; del saggio “Si ‘sta voce…”, Storie, curiosità e aneddoti sulle più famose canzoni classiche napoletane da Michelemmà a Malafemmena, Tabula Fati, 2022; e di “Tre saggi sull’Esperanto”, Echos Edizioni, 2022.

ARTICOLI CORRELATI

Top Gun

Tom Cruise. Quando Top Gun giocava a calcio

Tom Cruise, il ragazzo eterno di Hollywood, 60 anni che sembrano 30. Top Gun nel 1986 e Top Gun anche oggi, sembra aver fatto un patto con il Tempo , capace di fermarlo a piacimento. O forse è solo una questione di passione. Proprio come quella per il calcio che non lo ha mai abbandonato.

Leggi tutto »
ginnaste di pavia

Le ginnaste di Pavia. Amsterdam 1928

Amsterdam 1928. Nelle Olimpiadi che segnano la prima partecipazione femminile alle gare di atletica, il 10 agosto 12 ragazze poco più che bambine vincono l’argento per la ginnastica artistica a squadre e diventano leggenda dello sport. Sono le ginnaste di Pavia e questa è la loro storia.

Leggi tutto »
Bobby Charlon

Bobby Charlton. Signore del calcio

Una bandiera, un simbolo. Questo è stato Bobby Charlton per il Manchester United, l’Inghilterra e per chiunque ami il calcio. Una vita di campi, goal, applausi e successi. Una vita che ha saputo vivere anche fuori dal campo, impegnandosi in attività di assistenza e beneficienza. Una vita con tre anni di silenzio, gli ultimi, quelli della demenza senile. Mi piace pensare che anche quelli siano stati anni di gioia in cui, semplicemente, ha parlato una lingua che potevano capire solo i suoi fratelli, i Busby Babes andati avanti prima di lui.

Leggi tutto »
Attilio Fresia

Attilio Fresia. Oltre confine

Alla voce “pioniere” il dizionario di Oxford dice: “Scopritore o promotore di nuove possibilità di vita o di attività, collegate specialmente all’insediamento e allo sfruttamento relativo in terre sconosciute”. Spesso visionari, sempre coraggiosi. Attilio Fresia, forse né l’uno e né l’altro. È però il primo calciatore italiano all’estero. Non è poco. 

Leggi tutto »
Azzurri Budapest 1924

Italia – Ungheria. Dalla disfatta del ’24 al riscatto del ’38

Quattordici anni. Una storia che inizia nel 1924 quando i danubiani sono maestri veri e noi ci stiamo inventando. Una storia che inizia male: il 6 aprile del ’24 a Budapest perdiamo 7 a 1. Non accadrà mai più. Una storia che finisce bene: a Parigi, il 19 giugno del ’38, quando battiamo l’Ungheria e ci portiamo a casa il secondo Mondiale. È l’Italia di Vittorio Pozzo, l’allenatore più vincente e più dimenticato della nostra Nazionale

Leggi tutto »



La nostra newsletter
Chiudi