mercoledì, 27 Ottobre 2021

Ogni primo venerdì del mese Sportmemory e le sue storie
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Quando al ciel s’alzeran le bandiere…

Quando al ciel s’alzeran le bandiere…
Stefano Trippetta
Quando al ciel s’alzeran le bandiere...Il tifo è un inno, migliaia di voci che diventano la voce della Curva Sud, una voce che scuote l'Olimpico al ritmo di cuori e tamburi

Quando al ciel s’alzeran le bandiere…Ancora oggi, a distanza di alcuni decenni, ogni volta che parte questo coro è un attacco alle coronarie, l’emozione non si descrive, si vive, in prima persona. Puoi avere qualsiasi età, ma se sei dentro il tifo, il cuore lo senti accelerare e, er core, si sa bene, non lo ha mai comandato nessuno.

Anni ’70.

Nella mia stanza sembra di stare in una sede di tifosi, poster dappertutto, persino dentro l’armadio, per grande dispiacere di mia madre.  Il diario di scuola, Jacovitti tutta la vita, è un raccoglitore di foto ritagliate dai giornali, di figurine Panini che ritraevano i volti dei beniamini d’allora.
Allo stadio si va ogni benedetta domenica che la Roma gioca in casa e non c’è piu’ bisogno di accompagno, il tempo passa e si diventa grandi, o almeno così ci sentiamo.
Quando la partita è sentita, basta una bugia ben raccontata per far star tranquilli i genitori e andare senza problemi.

In quel periodo si andava allo stadio anche per conoscere nuovi ragazzi che, come me, dividevano la passione per i colori giallorossi. Si partiva da casa molto presto, le raccomandazioni dei genitori apprensivi erano solo parole e il percorso sempre lo stesso, un viaggio.
Allo stadio trovavi ogni volta volti nuovi e sul parterre si passava il tempo giocando a pallone.
Alle 14.30 canoniche la partita, tutto cambia, tante anime in un solo corpo.
Ogni fine partita, un saluto veloce, in alcuni casi non conoscevi neanche il nome di quel ragazzo, la domenica seguente eravamo di nuovo insieme, con lui e con tanti altri mai visti prima e magari mai più rivisti dopo.
È così  che ho stretto amicizie che, negli anni a seguire, sarebbero diventate fratellanze di curva.

Il giorno dell’invasione

Di quegli anni c’è una partita che è rimasta impressa nella memoria.
Il 17 dicembre del 1972 all’Olimpico arriva l’Inter, lo stadio era quello delle grandi occasioni, pieno all’inverosimile
I tifosi sono accanto alla squadra, come sempre.
È dicembre, fa freddo, un cielo per nulla terso sopra di noi, ma poco importa, c’è la Roma in campo.

Fino all’89° una partita tirata, anche sugli spalti.
Poi accade di tutto.
Proprio sullo scadere l’arbitro Michelotti assegna, o meglio inventa, un calcio di rigore per l’Inter; il fallo c’era, ma era stato commesso fuori area.

Tifo Roma Inter 1972Sugli spalti si scatena il finimondo, una marea umana urla, scalpita, maledice tutto il possibile e poi si mette in moto, inarrestabile: è invasione di campo.
Ero giovane e arrabbiato, scavalcai aiutato da altri ragazzi pieni di rabbia come e più di me, se possibile.
Eravamo tanti, non sapevo chi avessi accanto e non me ne importava nulla, ma sapevo che era un fratello in quel momento e che, come me, voleva ristabilire un’ormai impossibile parità del campo.

Era una battaglia persa la nostra, nessuna invasione di campo ha mai ristabilito un risultato, ma in quel momento era la nostra battaglia e nessuno pensava al resto, alle conseguenze personali e a quelle per la squadra che certo non ne avrebbe avuto alcun beneficio, anzi.
Un’invasione di campo raramente è pacifica, meno che mai poteva esserlo in quegli anni quando la violenza era un nervo sottile che attraversava tutti gli strati sociali,
Ci furono gravi episodi e nel contesto, cercando di fuggire, presi una bella manganellata sulle spalle.

Il tifo e la Rometta

In quegli anni il tifo non era ancora organizzato, ma la tifoseria si faceva sentire e come si sentiva bene!
Come tanti, anche io portavo sempre con me la bandiera da sventolare con orgoglio in ogni momento cruciale della partita e in quei momenti, in curva, respiravi due grandi valori di vita, amicizia e rispetto.

C’erano i più anziani, quelli che avevano visto la Roma centinaia di volte prima di me, con i quali poter scambiare ricordi di tifo, di partite vinte ma anche perse, momenti di gioia – al tempo non molti – e momenti di tristezza che, purtroppo, non mancavano mai.

Erano gli anni della Rometta, squadra senza ambizioni di vittorie, ma a noi importava ben poco. Nei nostri discorsi di cuore e di pelle, per noi anche la Rometta era sempre la migliore squadra del campionato, o comunque lo sarebbe diventata lì a poco.

E così, tra sogni e amarezze, eravamo sempre presenti, stretti uno accanto all’altro su quella parte di stadio che tutti ricordano bene come il Muretto, il cuore pulsante della tifoseria.

Quante partite, quanta sofferenza, quanta gioia.
Eravamo lo spettacolo dentro lo spettacolo, perché vedere i ragazzi cantare e fare tifo è pur sempre qualcosa di meraviglioso e io s
pesso mi fermavo a guardare quelli che erano rivolti verso il popolo giallorosso, quelli che per troppo amore la partita non la vedevano affatto perché presi a coordinare la tifoseria.

Nasce il Cucs

Nove gennaio 1977. Che data!
I campionati sono passati veloci come gli anni, ma ci sono giorni che non si dimenticano.
Si gioca contro la Sampdoria, ma quella domenica è da ricordare perché è l’inizio di una grande storia di tifo.

Tifo Curva SudQuella domenica è una di quelle che rimangono ben impresse nella memoria di un tifoso della Roma.
sul Sul lato destro della curva nasce il Commando Ultra Curva Sud, meglio noto come CUCS.
Uno striscione tutto rosso con lettere grandi e bianche capeggiava sul Muretto.
Fino allora esistevano piccoli gruppi non organizzati, tifosi dello stesso quartiere, semplici amici e se anche la voglia di sostenere la squadra era immensa, il tifo era frammentato.
Poi arrivò il Commando e la storia cambia.

I tamburi

La storia del Commando comunque resta legata a quella dei tamburi.
Sul Muretto, all’inizio ce n’erano pochi, ma presto cambiò tutto ne i tamburi fatti rullare da tanti e tanti ragazzi mai fermi, mai stanchi, mai domi, divennero un simbolo.

Tifo Muretto Curva Sud
(Photo credit: Lucaskill)

Con i tamburi la curva Sud divenne un’emozione palpitante di cuori e di suoni, un’emozione che ti arrivava dritta dentro lo stomaco.
Era l’inizio di una nuova generazione di tifosi organizzati, raccolto in quattro parole, che hanno fatto storia, hanno insegnato tifo, hanno fatto nascere amori di ogni genere.

Oggi siamo ancora in tanti che ci riconosciamo in quello striscione di quaranta metri perché i ragazzi lì dietro sono stati, e lo saranno per sempre, il gruppo che ha dato linfa vitale a tutta una curva, diversi dagli altri gruppi.
Senza offesa per nessuno, ma il Commando è stato unico, inimitabile.

Il coro

Negli anni a seguire nascerà il coro epocale che accompagnerà lo striscione, come se fosse la pennellata finale di un quadro d’autore.
È quello il momento in cui si alzano le bandiere, si dà sfogo ai tamburi.

Dopo oltre quarant’anni, si canta ancora, è tornato di nuovo a farsi sentire, e si ripetono parole magiche che hanno unito generazioni, senza alcuna distinzione perché tutti noi nasciamo da quel meraviglioso drappo e da quei tamburi e quel canto, orgoglio di questa nostra amata Roma, ci segue sempre.

E quindi, ancora una volta:

Quando al ciel s’alzeran le bandiere
e i tamburi a rullar torneran
un sol grido allor s’alzerà
Roma vinci ancor per gli Ultra.

 

Stefano Trippetta 64 anni, romano. Scrittore non per vocazione ma solo per passione rivolta alla città che fortunatamente mi ha voluto, scelto e cresciuto. Attraverso il filtro di una buona memoria sono riuscito a dividere questa grande madre: da una parte la Roma del cuore, la Lupa, tatuata con orgoglio; dall'altra quella razionale legata a ogni tipo di cambiamento, atteggiamento, costume.

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