domenica, 5 Dicembre 2021

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La maratona, metafora di vita

La maratona, metafora di vita
Vincenzo Mascellaro
Nella maratona i secondi sono minuti e i minuti si tramutano in ore e si finisce per ritrovarsi nuovamente soli, in mezzo agli altri, a correre con sé stessi consapevoli che nessuno ti potrà aiutare.

La prima volta

“Ho sempre avuto una buona attitudine per le attività sportive, ho iniziato con il calcio, come la gran parte dei ragazzi; alla maratona sono tuttavia arrivato abbastanza tardi, dopo aver partecipato in precedenza a una mezza maratona; ero alle soglie dei cinquanta, a Roma, nel 2012”.

Sono le prime parole della chiacchierata con Stefano Ruggeri, avvocato di professione, che ricorda come la vista dello striscione di Arrivo in fondo al viale,  proprio in quella gara, lo esaltarono al punto tale da farlo sentire un maratoneta. Ce l’aveva fatta anche lui, alla prima. E pensò di finirla lì, ma per poco tempo, si accorse quasi subito che quella disciplina era una droga, le emozioni e le gioie presero infatti il sopravvento sui dolori fisici e mentali che possono aggredire l’uomo durante tutto il percorso di una competizione così estenuante.

maratona Roma“Sì, perché la maratona è la metafora della vita, un breve spazio di tempo in cui sei attraversato da tutto ciò che ti può colpire in una vita intera, hai la gioia della partenza, poi le difficoltà, i sacrifici, quindi superi i tuoi compagni e ti senti invincibile e poi improvvisamente arriva il dolore, il malessere fisico che sai non ti permetterà di raggiungere l’obiettivo che ti sei prefissato o, peggio, che non ti consentirà di vedere il traguardo, rallenti e vedi passarti avanti gli altri che  sembrano essere in forma e felici, ti accorgi di aver sbagliato qualcosa, forse tutto, e rischi di crollare di botto.

Accade così anche nella vita: pensi di costruire una carriera di successo, di sposare una bella donna, di avere una famiglia unita. Va tutto alla grande ma poi arrivano i contrattempi professionali, i problemi economici, i dissidi familiari e, talvolta, anche guai molto seri che ti colpiscono tuo malgrado e rischi di crollare di botto e arrenderti.

Nessuno può essere migliore di ciò che è o di superare i propri limiti ma la corsa, e la maratona in particolare, ti allena a non fermarti finché non hai raggiunto il vero limite di sopportazione della fatica, del dolore, dello stress e scopri che se ti alleni puoi essere molto più  resistente di ciò che pensavi.  A proposito di quanto ho appena detto, una volta ho avuto il piacere di guidare un ipovedente alla sua prima maratona.

Io avevo mille dubbi, non avevo mai fatto una cosa simile e non sapevo come comportarmi davvero e per di più diluviava; ma per lui era molto più complicato: era stato difficile allenarsi per raggiungere questo sogno, e la pioggia di quel giorno rendeva tutto molto più difficile; sembrava quasi impossibile raggiungere il traguardo; eravamo legati da una fettuccia e nella foto che ci ritrae al traguardo oltre alla stessa maglietta si vede chiaramente la stessa espressione di gioia sui nostri volti.
Avevamo vinto entrambi”.

L’importante è finire

Chi fa la maratona a livello amatoriale sa da subito che non arriverà mai primo, sa che quella corsa gli insegnerà a vivere, un pensiero che è comune a tutti coloro che la praticano e quindi sa che non val la pena bleffare, anzi non gli passa affatto per la testa di doparsi, sarebbe una presa in giro di se stessi.

Il bello della maratona – ci aiuta a capire meglio il nostro avvocato – è arrivare alla fine dei 42 e passa chilometri.
L’unica cosa che conta è farcela, importa meno il tempo che si impiega, la soddisfazione, la grande soddisfazione, è quella di vedere la fine di quel percorso. Anche perché, alla prossima, non è detto invece che ce la si può fare; tra una gara e l’altra passa tanto di quel tempo che possono accadere dieci, cento cose da non consentire neanche di parteciparvi. Nulla è scontato, ogni volta è una scommessa.

“Dopo quella prima volta, ho partecipato a una trentina di maratone e ultra maratone solo per il piacere di rivivere l’emozione di tagliare il traguardo: chi l’ha provato può capire.  Ora, a quasi sessant’anni, corro perché ho il privilegio di poterlo fare e chi può dire per quanto sarà ancora così”.

maratona romaNessuna gara comincia sulla linea di partenza

Nel grande panorama delle discipline sportive – questa è l’idea di Ruggeri – la maratona è uno sport democratico perché tutti, sia i campioni che gli amatori, partono dalla stessa linea di partenza e tutti hanno fatto sacrifici simili e sono potenziali vincitori, tutti possono battere il più forte, pur consapevoli che non sarà così e la bellezza della disciplina, per la gran parte dei concorrenti, esplode già due giorni prima quando ci si trova al villaggio e si passa il tempo tutti insieme, campioni e dilettanti.
È uno sport dove non ci sono prime donne, neanche star, tutti disponibili, persone semplici, pronte a conversare, a dare consigli sulla gara, sul percorso; tanti partecipano ogni anno alla stessa competizione quasi a voler cogliere l’occasione per ritrovare vecchi amici o a creare nuove amicizie. La bellezza della maratona è anche questo.

“Siamo tutti consapevoli che quando siamo lì, sulla linea di partenza e inizia il count down, in realtà abbiamo già alle spalle mesi e mesi di preparazione e centinaia, per molti migliaia, di chilometri nelle gambe, e sappiamo che stiamo per portare a termine gli ultimi 42 chilometri, sono solo quarantadue, in compagnia di amici o conoscenti e pure sconosciuti, finalmente, dopo tante corse fatte in solitudine. Subito dopo lo sparo, di solito, si sente qualcuno che dice “forza ragazzi, è finita”. Si, è davvero finita, mancano solo 42 chilometri e centonavantacinquemetri (i più lunghi)”

Tutto comincia con spensieratezza, gioia e allegria, non si contano le battute, le risate con chi corre accanto e non si conosce, al quale può capitare di fare anche confessioni intime, e magari quello lì, proprio lui, dopo qualche minuto scomparirà dalla scena, perché troppo indietro o troppo avanti.

Accade anche nella vita: amicizie che sembrano durature passano in un istante senza che sia accaduto niente di particolare; ciascuno, anche nella vita, va al suo ritmo. A mano a mano che passano i chilometri svaniscono i problemi quotidiani, l’incazzatura con il figlio o con il collega sul lavoro, e ti concentri sulla strada, ti guardi intorno cerchi di memorizzare qualche volto o una particolare situazione ma tutto questo nei primi dieci, quindici chilometri, o comunque fino a quando è ancora viva la certezza di arrivare alla fine.
Poi giunge il momento in cui si affaccia la fatica, qualche difficoltà nella respirazione e ci si accorge che le scarpe fanno male; è quello il momento in cui si è presi dall’ansia ed è facile pensare di non farcela, e le battute iniziali, la gioia della partenza, sono solo un lontano ricordo.
Ma la maratona si divide in due metà uguali per fatica e sensazioni: i primi 35 Km e gli ultimi 7.
Se hai corso seguendo le tue capacità e non inseguendo le tue ambizioni sai che gli ultimi sette chilometri saranno faticosi ma tutto sommato li percorrerai con gioia perché cominci a sentire il traguardo: superi tanti runners che hanno corso troppo velocemente inseguendo illusioni di gloria e che ora camminano, o che sono sdraiati per terra in preda ai crampi mentre tu senti salire una energia inaspettata che ti fa volare, o almeno così sembra. E non senti più la fatica, vedi il traguardo, lo superi a braccia alzate come se avessi vinto, perché in effetti hai vinto,  e una elettricità ti sale dal basso e ti rimarrà addosso per giorni e che ti spingerà a iscriverti immediatamente ad un’altra gara!

“Il maratoneta non è un atleta che ha di fronte un avversario, come avviene nel tennis o nella boxe e in tanti altri sport a squadre, ad esempio, e non è neanche un centometrista la cui gara si dissolve in una manciata di secondi in cui non si ha il tempo sufficiente per pensare; nella maratona i secondi sono minuti e i minuti si tramutano in ore e si finisce per ritrovarsi nuovamente soli, in mezzo agli altri, a correre con sé stessi consapevoli che nessuno ti potrà aiutare”.

L’allenamento

Per un  maratoneta, ma così è per ogni atleta, il primo allenamento non è quello fisico, il primo allenamento è a tavola. Nessuno andrebbe a correre dopo aver buttato giù una peperonata. Alcuni cibi sono imposti, altri suggeriti, altri ancora cancellati e quindi è necessario cominciare con l’allenarsi proprio a tavola. Il secondo allenamento fa capo agli stili di vita, comportamenti sobri aiutano, agevolano la vita dell’atleta, quindi mangiare sano, dormire quel tot di ore ogni notte, evitare ogni genere di eccesso. Il passo successivo è la corsa, tutti pensano che sia la cosa più semplice perché è qualcosa che impariamo a fare da bambini e ci sembra la cosa più naturale. Non è affatto così, bisogna invece imparare a farlo bene, avere una postura corretta se  non si vuole incorrere in infortuni.

maratona stefano ruggeriIl Passatore

Una “ultramaratona” perché si corre su una distanza superiore a quella della maratona classica ma, soprattutto, è la regina della cento chilometri, giudicata la più bella del mondo, parte da Firenze e arriva a Faenza.
Tutti i maratoneti prima o poi si cimentano con questo genere di gara.
Si parte a 150 metri sul livello del mare. Si arriva ai 913 metri del Passo della Colla di Casaglia, un valico dell’Appennino tosco-romagnolo che congiunge la Valle del Mugello con quella del Lamone, per scendere poi verso Faenza.

Il Passo è situato circa a metà del percorso della gara.
Una gara complicata, durissima, si parte alle tre pomeridiane, i più bravi arrivano dopo sei, massimo sette ore, coloro che riescono a portarla a termine, la notte. Gli atleti devono peraltro far conto anche con l’escursione termica.

“Io mi sono iscritto a sei edizioni di questa ultramaratona – ci dice Stefano Ruggeri – tre volte ho visto il traguardo, le altre tre hanno dovuto chiamare l’ambulanza, e una volta mi hanno trattato da infartuato, per fortuna non era così. La gara è lunga, molto lunga, a me servono 13-14 ore per finirla e arrivo intorno alle 4 del mattino. La gran parte della gara la faccio di notte, magari insieme ad un altro corridore che ho conosciuto lungo il percorso e di cui, ora, ricordo a mala pena il nome e a cui chiedo, immancabilmente, il motivo, il perché lo faccia. La risposta, è sempre la stessa: mi insegna a vivere. I traguardi li devi conquistare con la fatica e non ci sono scorciatoie; ecco,  ricordo che in una edizione un atleta ebbe un comportamento ignominioso per il quale fu squalificato, per un tratto si fece dare un passaggio da una macchina, incommentabile”.

 Perché la maratona

A questo punto, alla fine di questa piacevole e corta maratona, viene spontaneo chiedere a Ruggeri, all’avvocato Ruggeri, se una maratona è così complessa, faticosa e impegnativa, perché farla?

“La domanda che spesso mi viene fatta è perché tutti questi sacrifici. La risposta è sempre la stessa, nessun sacrificio perché quando fai una cosa con gioia devi ritenerti fortunato. Io mi alleno quattro, cinque volte a settimana, la mattina presto quando vinco ogni genere di riluttanza ed esco di casa e piove, io potrò fare la mia corsa, chi gioca a tennis, ad esempio, è rammaricato che non potrà scendere in campo o allenarsi.
Qualsiasi maratoneta è pigro. Giorgio Calcaterra, che si è aggiudicato per ben tre volte il titolo del mondo nella 100 chilometri di ultramaratona e ha vinto per dodici volte consecutive il Passatore, un giorno mi disse che uscire di casa è la cosa più dura, se ci riesci hai fatto l’ottanta per cento del tuo allenamento. E l’altra cosa che mi disse, questa simpatica,  fu di ammirare tutti quelli che arrivavano dopo di lui perché senza di loro non ci sarebbero i primi”.

E adesso andiamo ad allenarci.

Vincenzo Mascellaro, uomo di marketing, comunicazione e lobby, formatore, scrittore e oggi prestato al giornalismo

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