Chiedimi se sono Felice

Felice Gimondi, un campione con un nome contagioso come un'euforia, un nome che scorre sul nastro della memoria che noi cresciuti negli anni '60 ci siamo sempre chiesti se sarebbe mai stato possibile fermare o riavvolgere. Oggi forse preferiamo non saperlo.
Chiedimi se sono Felice

Chiedimi se sono Felice è molto più di una semplice domanda.
Chi è nato negli anni ’60 e ha praticato lo sport (anche solo in televisione) non potrà non riconoscersi in questi ricordi.
Infatti se ripensiamo alle imprese dei nostri atleti azzurri viste in tv negli anni ’70 e ’80, le ricordiamo così nette, nitide, a fuoco, proprio come se le avessimo vissute in prima persona.
Io credo soprattutto per un motivo puramente quantitativo.

Lo sport in diretta. Irripetibile…

Mi spiego meglio: la finale di Coppa Davis l’abbiamo vista in diretta tv, in bianco e nero, e poi, forse, abbiamo rivisto gli “highlights” alla Domenica Sportiva.
Poi basta. Poi nei documentari del secolo successivo.
Cioè, quando vedevamo un evento in diretta la nostra attenzione era massima, sapevamo che era o ora o mai più e venivamo rapiti da quegli elettrodomestici, in verità poco domestici, con definizione arcaico analogica catodica in quattro terzi.

Oggi abbiamo la (brutta) abitudine di poter rivedere un passante di rovescio – faccio un esempio qualsiasi per rimanere sulla terra rossa – decine di volte e in decine di angolazioni diverse. Possiamo rivedere un gol, un canestro, una meta, una schiacciata… come quando e dove vogliamo.

Invece quando si immergeva Enzo Maiorca si stava in silenzio più che in chiesa la domenica.
Evento sacro, unico ed irripetibile come quando Klaus si buttava giù da 10 metri.E quando saltava il cavallo di un fratello D’Inzeo trattenevamo il fiato come se fossimo noi l’ostacolo di Piazza di Siena.
E quando scendeva Gustavo Thoeni con la sua tuta da sci del tutto simile alla tua comprata al negozio di sport di Via Cola di Rienzo a saldo di fine stagione, tifavi come se fosse tuo fratello.

Chiedimi se sono Felice

Potrei continuare con altre colonne dello sport italiano, dalla racchetta di legno di Adriano al pallone con i pentagoni neri di Gigirrriva, ma mi fermo a Gimondi. Felice Gimondi, un campione, ma anche un nome contagioso come un’euforia.
Perché io mi sentivo veramente felice quando salivo su una bici sgangherata, dopo aver visto una tappa del Giro d’Italia, e sprintavo contro immaginari Merckx o Baronchelli rifacendo la voce in crescendo del mitico Adriano De Zan. 

Marco Innocenti. Dal 2007 ad oggi, contestualmente all’attività di poster maker per il cinema, ha realizzato oltre 400 "ricollage" digitali stampati su tela con inserti manuali di carta strappata dai manifesti pubblicitari raggiungendo un pubblico di appassionati e collezionisti sia in Italia che all’estero. Ispirato a Mimmo Rotella, fa però uso della computer grafica per mixare frammenti di noti capolavori della pittura classica e delle arti figurative con manifesti e fotogrammi cinematografici e con i miti e gli eroi dello sport.

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