mercoledì, 23 Giugno 2021

Ogni primo venerdì del mese Sportmemory e le sue storie
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Lo spareggio e la vita

Lo spareggio e la vita
Pietro Floris

Quando arrivi in alto, il basso ti sembra che sia ancora più giù. E tornare in alto, se mai dovesse nuovamente accadere, diventa dannatamente più faticoso. Quasi impossibile.

Sergio, jolly di difesa e centrocampo, tutto corsa, grinta e poca tecnica, questo lo sapeva bene. Alla non più giovanissima età di 35 anni, il suo destino sembrava segnato. Il suo non era mai stato un grosso nome, neppure fra i dilettanti. Di lui si sarebbero ben presto perse le tracce. Svaniscono, come neve al sole, i nomi di giocatori professionisti, figuriamoci quello di un dilettante come lui.

Avrebbe potuto sedersi in panchina nella massima serie regionale con la sua squadra di sempre, e godersi qualche altro sprazzo di vana gloria negli stadi più importanti della regione e un buon rimborso spese. Nulla più. Oppure rimettersi in discussione. In discussione, poi, per cosa e da chi questo però nessuno l’aveva capito, neppure lui. Forse allora e in fondo, solo da se stesso.

Accade spesso nella vita; soprattutto alle persone più vere e dannatamente sincere. Non sono gli altri a metterti in discussione, ma sei tu stesso a farlo. A volte, il giudice più severo che ti può capitare, sei proprio tu. E se un’altra persona ti può anche assolvere, se a giudicarti sei tu stesso, la condanna è spesso una semplice conseguenza del volersi giudicare, a tutti i costi. Quel momento per Sergio era arrivato. Involontario, come un fallo di gioco.

Dopo oltre 20 di carriera calcistica, giocata sempre da titolare (mai una volta fuori dagli undici in campo, quasi un record il suo), Sergio non ce l’avrebbe fatta a stare seduto, una domenica in più, in quella maledetta panchina. Decise allora di scendere di categoria. Un doppio salto il suo. Sapeva che così facendo, avrebbe preso una scala mobile senza risalita. Come quelle che si trovano in alcuni centri commerciali o cinema multisala, quando una delle due scale è rotta. Sempre, poi, quella della salita. Guarda un po’. Ma a lui, questo non importava; per lui non sarebbe stato un problema scendere quella maledetta scala. In fondo era da lì che veniva.

Sergio era sempre stato un giocatore da “bassifondi calcistici”. Fin da piccolo aveva giocato in quelle categorie che a malapena ti mettono il risultato della partita il lunedì mattina, in piccolo e sulle ultime pagine del giornale locale. Proprio da lì veniva. Figuriamoci se tutto questo poteva fargli paura. Tornarci sarebbe stato come tornare a guardarsi allo specchio. A muso duro, forse, ma tornare finalmente a guardarsi in faccia. Se la ruota si ferma, se il vento cambia direzione, non bisogna aver paura di ricominciare. E bisogna farlo, proprio da lì, da dove si è partiti. E poi scommettere. Scommettere su se stessi.

Ma per Sergio, scommettere cosa? Tutto quel poco che aveva guadagnato, cos’era, se non un briciolo di irrisoria “fama calcistica” guadagnata nella squadra di un piccolo paese di provincia dell’Umbria, dove aveva militato per oltre 15 anni, e poi nell’ultimo “glorioso lustro”, giocando nella massima serie regionale, l’eccellenza. Ma quanto poteva mai valere tutto questo? Per lui tanto, tutto.

Mai nessuno gli aveva regalato niente sul campo (e neppure fuori) e il suo fisico minuto e mingherlino, non lo aveva di certo aiutato. Forse voleva solo vedere se tutto quello, quel poco, che aveva ottenuto, era dovuto al caso oppure se era tutto merito suo; del suo interminabile fiato, delle sue gambe fini da gazzella e di un cuore dai battiti bassi da far invidia ad un maratoneta di buon livello. E magari – qua e là, perchè no? – merito anche di qualche buona giocata.

Sergio era disposto a questo, a tornare da dove era venuto, pur di sapere, pur di dimostrare agli altri, oppure solo a se stesso, che in quella maledetta panchina non avrebbero mai dovuto farlo sedere. Quello non era il suo posto. Era disposto a tutto pur di convincersene. Non si immaginava, però, quanto grande sarebbe stato il prezzo che avrebbe dovuto pagare per tutto questo.

Il primo anno la sua nuova squadra di bassa serie, partita per vincere il campionato – lo presero apposta per questo, disse qualcuno del paese – si salvò all’ultima giornata. Il secondo anno, addirittura, retrocesse. Ci volle uno spareggio per decretare l’amaro verdetto. La sua esperienza calcistica non servì neppure quella volta, in quel maledetto spareggio a di Costano, paesino a pochi chilometri da Assisi, famoso per la sua ottima porchetta. In due anni appena, Sergio riuscì a rovinare una “carriera calcistica” costruita in oltre 20 anni di successi e sacrifici. Da quando, da ragazzino, era il 1985 forse, esordì in prima squadra a Nùoro nei campi in terra e sassi, di terza categoria. L’ultima delle categorie. Oltre quella, a quel tempo, c’era solo la strada.

Fu proprio così. Sergio, senza volerlo, tornò a giocare su quei campi dove aveva giocato da ragazzo. Dove il terreno da gioco è rubato ai campi coltivati o da pascolo; un po’ come la storia delle braccia rubate all’agricoltura, per capirci. Tornò così a respirare quell’aria di terra, mista a polvere e gesso che ormai aveva scordato. Come quella volta in un paesino della Sardegna, dove per rendere il campo da gioco meno duro o per ostacolare gli avversari (non si è mai capito bene) ci fecero cagare le pecore qualche minuto prima. Tornare su quei campi in terra o con qualche ciuffo d’erba, cresciuto per disperazione, fu però, a quel punto della sua vita, una buona cosa.

Sergio lasciò da parte i ricordi dei “grandi” stadi dell’Umbria, come il Città di Torino di Umbertide o quello di Narni e Spoleto, “vana gloria” pensava, che neppure tale era, e tornò a tirare calci al pallone. E basta. Lasciò agli altri tutto questo, a quelli che – lui pensava – lo misero da parte, a quelli che gli tolsero la fiducia, quella fiducia che fu il segreto del suo successo. Sentirsi importante, prezioso come un jolly a scala quaranta, era sempre stato parte integrante della sua forza. Il segreto della sua incredibile grinta che metteva sul terreno di gioco, in ogni partita e in ogni minuto dei 90 e più a disposizione. Ma fu anche la causa della sua sconfitta, quando la fiducia venne meno. Era giunta l’ora di credere in se stessi, e farlo senza più nessuno che contasse su di lui.

L’anno successivo, all’ultima di campionato, la sua squadra conservò la seconda posizione e ottenne così il diritto a disputare lo spareggio. Questa volta, però, un altro tipo di spareggio. Lo spareggio per salire di categoria. Scontro diretto, partita secca, con una delle avversarie più temibili dell’altro girone. Nello stesso campo, quello di Costano, dove l’anno prima, lui e i suoi compagni giocarono quell’altro maledetto spareggio, quello per non retrocedere. E retrocessero. Questa volta Sergio non poteva fallire. Qualcuno ha detto che quando tocchi il fondo puoi solo risalire; come un pallone ben gonfio, puoi solo rimbalzare. Altri, più sadici, dicono che puoi anche correre il rischio, giunto a quel punto, di scavarti la fossa.

Nella squadra avversaria giocavano calciatori di esperienza, che avevano calcato i campi delle più alte serie dilettantistiche anche di fuori regione, dell’interregionale, quella che una volta si chiamava la serie D. A Sergio toccò, come al solito, il compito più difficile: neutralizzare l’attaccante più pericoloso e farlo senza commettere il minimo errore. In fondo questa era sempre stata la sua vera e spesso unica mission in campo, la sua specialità. Scomparire per non far giocare il top player avversario. Nessuno avrebbe sentito la mancanza dei suoi passaggi o dei suoi assist, figuriamoci poi delle sue scarse conclusioni a rete. L’importante era che Mister X non toccasse la palla. Tipo Gentile su Zico ai mondiali di Spagna dell’82 per intenderci. Per chi se ne intende.

La partita si mise subito a favore della squadra di Sergio, che dopo i primi minuti della ripresa era sopra di due gol. Ma le vere conquiste nello sport, come a volte nella vita, non sono tali se non sono sofferte e dopo la mezz’ora del secondo tempo, ecco che la squadra avversaria accorcia le distanze: 2 a 1. E non basta. La squadra di Sergio rimane in 10 uomini e gli ultimi 10 minuti sono un assedio. E lì che avviene il “miracolo”. Sergio, 1 metro e 64 centimetri di statura e nulla più, svetta su ogni palla in area e anticipa gli avversari ovunque si trovino, neanche fosse Materazzi e Cannavaro insieme, ai mondiali del 2006. Sempre per chi se ne intende.

Al 95esimo minuto, ad un soffio dal fischio finale, la grande paura. Rigore per gli avversari. A batterlo il temuto avversario, uno di quelli il cui nome è segnato negli “annali” del calcio regionale. Fischio dell’arbitro, tiro alto sopra la traversa. I tre fischi finali. La gioia, i brividi sulla schiena. La sua strenua, quasi eroica, difesa del vantaggio è valsa come un gol, come uno di quelli che non avrebbe mai immaginato di segnare ancora, alla sua età e da solo.

Poi, come fece altre mille volte, un’altra doccia negli spogliatoi con i compagni, l’ennesima per Sergio. Forse l’ultima. Il capo chino all’uscita degli spogliatoi. Le pacche sulle spalle. Gli abbracci dei dirigenti, i sorrisi dei tifosi, la cena dei festeggiamenti in paese. Infine il ritorno a casa dalla compagna, che le regalerà presto una figlia.
Sarà questa la sua più grande vittoria.

La mia più grande vittoria.

Sì, Sergio sono io, caro lettore. Per una volta ho voluto mandare avanti lui (nel racconto), per farmi coraggio. Come quando – ad uscire dalla barriera incontro alla palla calciata con forza – andavo sempre io, il più rapido. Quante pallonate ho preso! No, non questo tipo di coraggio, questo non mi è mai mancato nei campi da gioco. Ma quello più difficile, e più importante, di cui abbiamo bisogno, tutti, nella vita.
Della mia vita non vorrei dire altro, se non che, anche qui, continuo a metterci tanto fiato, gambe e cuore. Pur sapendo che a volte non basta per vincere le partite o qualche maledetto spareggio, che la vita ci riserva.
Lo so, potrebbe non bastare. Ma non importa.
Servirà a guadagnarmi, ogni giorno, il sorriso di mia figlia. Ne sono sicuro.
Ed è per questo, che ancora corro.

Pietro Floris. Sono nato a Nuoro e vivo a Perugia da oltre 30 anni. Mi occupo di web marketing e mi piace fare fotografie e scrivere, ogni tanto, qualche racconto breve. Il più delle volte, come in questo caso, autobiografico e del mio passato di calciatore dilettante. Oppure, scrivo attorno a pensieri che girano così. Per cose della vita. (Facebook: @pietroflorisperugia Email: pietro@pietrofloris.com)