Enzo Francescoli. El Principe

A casa sua ha portato tre coppe America. In Argentina è una leggenda del River Plate. In Italia è nella Hall of Fame del Cagliari. A Parigi e Marsiglia giocate come le sue non le hanno più viste. Non c'è classifica che non lo veda tra i primi cento di tutti i tempi e tra i primi venticinque sudamericani. Si chiama Enzo Francescoli. El Principe. La sua palla non ha mai fatto rumore.
Enzo Francescoli

Enzo Francescoli addomestica, con un controllo delizioso, un pallone che spiove dalla metà campo, lo serve ad Acosta che, fuori dell’area brasiliana, viene falciato con il più plateale degli interventi fallosi. Francescoli si avventa sul pallone vagante, calcia come viene e viene benissimo; il pallone trova l’angolo basso alla sinistra di Emerson Leao che si allunga, ma non ci può arrivare. Esplode il Centenario coprendo il fischio dell’arbitro che ha fermato il gioco, per sancire l’infrazione, non convalidando così la marcatura. 
Gli uruguagi, Gutierrez ed altri bei caratterini, protestano di brutto. Solo Francescoli si estranea, lui è spesso in un mondo suo; recupera il pallone, lo piazza sul punto di battuta ed aspetta, serafico, la ripresa del gioco. Un’occhiata al cielo, un’altra alla barriera, un’altra tra portiere e palo. Tiro fotocopia, stavolta a palla ferma, all’angolo con Leao proteso in tuffo vano. 

Nasce El Principe

È la prima rete della finale d’andata della Copa America 1983, minuto 41. Enzo Francescoli non è più El Flaco, ma da ora e per sempre sarà El Principe. Il copyright del nuovo soprannome è di Victor Hugo Morales che, tre anni dopo, racconterà in telecronaca il secondo goal agli inglesi di D10 con quel crescendo wagneriano consegnato alla storia.

Un ragazzo tranquillo

Enzo si muove in campo con un’eleganza naturale, è leggero, troppo per gli osservatori richiamati dai suoi primi calci al pallone. È di radici italiane, di Capurro nella banda Oriental di Montevideo. Il Penarol ci pensa, ma si chiama fuori. La seconda scelta sono i Wanderers, sempre di Montevideo, un gradino più basso di reputazione, ma più fame di talento vero, non solo palestra e centimetri. Tre anni di giovanili ed esordio in prima squadra a diciannove anni. 74 partite e 20 reti, trequartista che vede la porta, ma prima ancora il compagno se meglio piazzato. La differenza, però, è quel suo modo di mettere giù palla, la testa alta, la rotazione, la difesa della palla come fosse un bimbo da proteggere dall’uomo nero.

Enzo Francescoli

Al River Plate

Con la Copa America arriva il River Plate ed il gran salto di qualità e di considerazione, anche se l’inizio non è rose e fiori. Enzo Francescoli trova spazio a singhiozzo e sulla fascia, un po’ come avere un purosangue e giocare in cortile nei ritagli di tempo. È solo questione di tempo. Enzo si prende la scena ed i milionari si riprendono le prime file: dalla retrocessione evitata al quarto posto nel Metropolitano e la finale nel Nacional e, nella terza stagione, il primo titolo nazionale che accorpa finalmente i due tornei. Enzo colleziona 68 reti in 113 partite, numeri da bomber, ma lui naviga tra le linee ed è sulla trequarti che diventa letale. Un giocatore straniero è premiato dalla stampa argentina come “giocatore dell’anno”, mai successo prima. Il nuovo Schiaffino.
Un’era glaciale fa evidentemente. La forza di Enzo deborda, ma il calcio dei ricchi – gli europei – ha pochi spazi ed ancora meno scouts degni di questo nome.

Il mondiale messicano è l’occasione persa per Enzo, per tutti.

La Celeste è ambiziosa per definizione e non parte male, il pari (1-1) con i tedeschi finalisti quattro anni prima, ci sta. Con la Danimarca il mondo si rovescia. I danesi – la dinamite nelle gambe – viaggiano a doppia velocità, non sono solo Michelino Laudrup ed il bisonte Elkjaer a far danni, ma tutti ed undici che poi sembrano molti di più. Il fioretto di Francescoli serve a poco, l’Uruguay prende quello che trova – il pallone quasi mai, le caviglie più spesso -; randellano in modo imbarazzante. Dopo 20’ in dieci, sotto di uno a metà partita (2-1, Enzo su rigore), sei pere alla fine, figuraccia in mondovisione. Con la Scozia, partita dentro o fuori ma con due risultati utili a disposizione. Un giro di lancette e Batista sceglie il modo più balordo per entrare nel Guinness: tackle diciamo cinico, per non dire infame, su Gordon Strachan per quello che è ancora oggi il rosso diretto più veloce della storia mondiale. L’Uruguay si arrocca, Enzo ci prova a tener palla e ripartire, ma senza costrutto. La Scozia di Alex Ferguson non trova la chiave, fa il gioco di un avversario che le malizie le conosce e le usa senza ritegno, fino a rinunciare ad Enzo per chiedere ad Alzamendi di alzare un muro ancora più alto.

Enzo Francescoli

Enzo vs Diego

L’ottavo con l’Argentina è il primo incrocio di sempre tra Enzo e Diego. Stravince l’argentino che ha una squadra attorno, segna solo Pasculli ma la supremazia albiceleste non è mai discussa. Diego gioca dove sa, Enzo venti, spesso quaranta metri dietro. Diego scalda i motori, ancora pochi giorni e le sue prestazioni con inglesi e belgi diranno chi è il più forte senza se e senza ma.

Enzo Francescoli vuole comunque l’Europa

Pensava di trovare la fila di milionari veri, spagnoli ed italiani, realizza che l’unica proposta seria è del Racing di Parigi, città meravigliosa, club storico, ma torneo di seconda fascia e bacheca che uno scaffale ca suffice
Dei parigini diventa idolo con tre stagioni di altissimo livello, non andrebbe più via, ma l’OM vuole vincere e continuare a vincere. Enzo è la miccia giusta per accendere ancora di più quel diavolo che non si afferra, JPP, Jean Pierre Papin. Gli undici punti di margine sul PSG (‘88-‘89) diventano 24 sul Bordeaux l’anno dopo. 30 reti Papin, Francescoli 11. 

Francescoli Cagliari

Le stagioni italiane

Un altro mondiale, un altro ottavo di finale – Schillaci che va di traverso a tanti – e una nuova stagione, finalmente italiana. Enzo Francescoli, con i connazionali “El Pepe” Herrera e Daniel Fonseca, sceglie Cagliari, di nuovo una piazza importante, ma senza argenteria nel mirino. Si deve sopravvivere e lui raccoglie la sfida con cuore puro e tanto sacrificio; arretra il suo raggio d’azione, rinuncia ai fuochi d’artificio e timbra due salvezze importanti. Quasi cento partite, 17 reti ed un posto ancora oggi saldo nel cuore dei sardi. 
Seconda ed ultima parentesi italiana al Toro, 24 presenze/ 3 reti, prima del ritorno nel suo River da cui non si era mai veramente allontanato.

River per sempre

Enzo Francescoli ritrova posto in campo lì dove può fare ancora la differenza, a ridosso dei sedici metri, anche se l’infermeria diventa più familiare della zona mista. Una ventina di reti spalmate su quattro anni di acciacchi prima del ritiro.
Ora, venticinque anni dopo, è ancora in cabina di regia, direttore sportivo del River Plate, la squadra al primo posto della classifica perpetua del calcio argentino. 

U-ru-guayo! U-ru-guayo!

L’anno scorso per la partita d’addio di Leo Ponzio, qualcosa come 500 presenze con il River, Enzo – classe 1961 – è tornato ad indossare, per 28′, la camiseta milionaria. Ruba la scena: supera come birilli quattro giocatori, l’ultimo con un tunnel, incrociando il tiro con un destro che finisce sul palo lontano, imprendibile. Marcelo Gallardo, attuale mister, sentenzia sorridendo: “Chiudiamo tutto e andiamo via“. Il pubblico ritrova il canto di un tempo: “U-ru-guayo U-ru-guayo“.
El Principe Diego Milito, anche lui ex, anche lui in campo”, avverte ancora una volta l’onore e l’onore di condividere soprannome e sembianze fisiche

Eredi?

Domatore senza frusta, da fuori sembra così facile controllare il pallone, sembra così facile da poter pensare che il nuovo Francescoli possa nascere ovunque, in laboratorio o sulla strada sterrata dell’ultima periferia. Non è così, ma di due eredi è bello raccontare per comprendere ancora di più la forza del personaggio. Sono Enzo Zidane ed Enzo Fernandez

Enzo Zidane è il primo figlio di Zizou, innamorato pazzo di Francescoli

Lo vede da vicino, Zizou raccattapalle al Velodromo, e cerca di carpire il segreto impossibile di dominare il pallone con l’interno, con la suola, con lo sguardo. Ci riuscirà, superando il maestro, inclinando il campo con movenze, stessa leggerezza e maggiore efficacia, come nessuno mai. Anni fa, prima dell’avvento di Messi e CR7, Zizou piazzò Francescoli nella sua personale “top tre” dei più grandi di sempre, tra Maradona e Pelé.
Enzo Zidane è un centrocampista che si è affacciato alle nazionali giovanili di Francia e Spagna senza mai riuscire ad esplodere ai livelli di prima fascia. 

Enzo Fernandez è uno dei cinque figli di Raul

Tifosissimo River, giocatore preferito il principe. Non sono ancora gli anni di “se hai un figlio maschio e sei del River, chiamalo Enzo” (sarà il tormentone quando alla leggenda Francescoli si affiancherà la leggenda Perez, anche lui Enzo per scelta paterna), ma Raul non ha dubbi. E non ci sono dubbi sul futuro del ragazzo, el Gordo, paffutello tritatutto, che vola veloce verso la gloria. River, Benfica, il sogno di una vita raggiunto a 21 anni in Qatar ed ora il Chelsea: tutto in due stagioni, d’inferno per il mondo, da sogno per lui. Giocatore antico e moderno, Enzo del terzo millennio, interdizione e regia, sa far tutto ed arriva prima degli altri. Miglior giovane dell’ultimo mondiale, protagonista assoluto, il difficile arriva adesso, ma papà Raul è felice e non ha fretta.

Il River può aspettare, ma non all’infinito. 

 

 

 

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Venti di calcio

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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