domenica, 5 Dicembre 2021

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Di pallanuoto e di maratone. E anche un po’ di calcio (II)

Di pallanuoto e di maratone. E anche un po’ di calcio (II)
Armando Spataro
La maratona, anzi, le maratone di Armando Spataro. E ovviamente c'è anche il calcio nella vita di uno sportivo in toga da magistrato.

Vi ho già parlato – anche troppo a lungo – del mio amore per la pallanuoto e, pur se off topic, per il rock.
Ripartiamo: questa volta dalla maratona, passando per il calcio.

La maratona, un amore maturo

Come avevo promesso, parlerò anche dell’amore per la maratona, sport che ho praticato con intensità dal 1997 al 2002, una malattia quasi senile.

Trasferitomi nell’autunno del 1976 a Milano e abbandonata la frequentazione   delle piscine, ero però tornato a giocare al calcio, ma non con grande passione, né con grande continuità. Giocavo da centravanti nella squadra della Procura della Repubblica di Milano, il cui cuore era costituito da tre-quattro ex veri calciatori, tra cui il grande Enrico Pomarici, che aveva addirittura giocato in Seria A con il Napoli e che è stato il mio primo maestro nei settori professionali in cui ho operato: sequestri di persona, terrorismo e mafia. Ma insieme ad altri colleghi milanesi avevo anche fatto parte della Nazionale Calcio Magistrati di cui ricordo una splendida vittoria (3-1, con tre reti del nostro assoluto capocannoniere, il PM Di Benedetto) contro la Nazionale Cantanti di Gianni Morandi, il 2 giugno 1995, nello stadio di S. Siro, affollatissimo quasi vi si giocasse il derby Inter-Milan.

Con la Nazionale Magistrati ho giocato più o meno fino alla fine degli anni ’90, disputando numerose partite in molti stadi italiani e vincendole quasi tutte, contro le Nazionali Artisti TV, Giovani Imprenditori, Frati Cappuccini (qui vi fu un pareggio), Avvocati (fummo sconfitti 2-3, ma gli avversari erano molto più giovani di noi!), D.J. di importanti radio, Attori, Notai, nonché rappresentanze di Vecchie Glorie Pro Patria, Politici italiani etc… Abbiamo giocato a Milano – mi pare nel ’96 – anche contro la vera Nazionale Italiana Femminile, vincendo 3-2, con un mio goal.

Nazionale MagistratiOltre a Pomarici, i più forti calciatori della Nazionale Magistrati erano Pietro Calabrò (che ne è ancora il principale artefice sul piano organizzativo), Roberto Spanò, Riccardo Atanasio, Claudio Castelli, Filippo Di Benedetto, Alberto Nobili, Marco Tremolada, Federico Cafiero De Raho ed altri ancora che qui non riesco tutti a citare, ma nomi, foto e storia della squadra – dalla fondazione all’attualità – possono essere consultati sul sito web. È bello vedervi e leggere l’evoluzione dell’attività della squadra che nel tempo ha giocato molte volte all’estero, anche in “terre lontane” ed è stata molto attiva nella promozione di iniziative di beneficienza

Ma, ahimè, io non c’ero più. Del resto ero un centravanti di non grandi capacità! La tecnica in mio possesso non era sicuramente di alto livello e per questo mi affidavo soprattutto ad una certa forza atletica: lanci lunghi dei centrocampisti, corsa veloce per prendere il pallone (in genere più veloce di quella dei difensori avversari) e tirarlo in porta…non molti goal, ma moltissime scuse ai centrocampisti per avere sprecato i loro lanci. Forse esagerando, mi scusavo persino quando non avevo colpa ed i lanci erano imprecisi.

Mi divertivo comunque, ma ad un certo punto quello che restava della mia non travolgente passione per il calcio svanisce quasi di colpo e nasce la sfrenata passione per le maratone.

Estate 1997, si comincia a fare sul serio

Era una bella giornata e, come spesso facevo, stavo correndo nel parco Forlanini di Milano, vicino l’aeroporto di Linate, giusto per mantenermi in forma. Ad un tratto incontro Francesca, amica e collega p.m. nella Procura di Milano, appassionata di tutto ciò che è difficile, paracadutista, free climber ed altro ancora. Corremmo insieme, prendemmo appuntamento per la domenica successiva e durante quella seconda corsa ecco che Francesca mi dice: “Ma perché non corriamo la maratona di New York?”. Mi sembrò una battuta, ma lei mi spiegò che un suo amico, titolare di un’importante azienda di prodotti energetici (Enervit), era uno degli sponsor di quella maratona e avrebbe potuto aiutarci nell’iscrizione. Detto, fatto: avremmo corso il 2 novembre 1997 a New York, ove la maratona si svolge sempre la prima domenica di novembre.

Una preparazione scientifica prima del grande giorno

Da quel momento, iniziammo a correre ogni giorno, salvo uno di programmato riposo ogni 7/8 giorni. Ci vedevamo ogni mattina alle 6,30 ed andavamo a correre nel parco Palestro (vicino alle nostre case) o al parco Forlanini, alla montagnetta di San Siro o lungo il Naviglio Grande nei giorni festivi o quando avevamo margini di tempo in più.

La programmazione degli allenamenti tendeva ad essere “scientifica”, non solo sulla base della mia esperienza di allenatore di pallanuoto (che deve preoccuparsi anche della preparazione atletica dei giocatori), ma anche perché – grazie ad amici – avevamo conosciuto due grandi atleti: Alberto Cova, campione europeo, del mondo ed olimpico dei 10mila metri (e non solo) e Francesco Panetta, campione del mondo ed europeo nei 3.000 siepi, cioè gare in pista e non maratone. Con loro abbiamo anche corso talvolta in qualche parco. Conoscemmo, però, anche Gabriele Rosa, mitico allenatore della FILA e da tutti questi esperti ricevemmo consigli importanti per la nostra maratona che si avvicinava, tra cui: “non preoccupatevi del tempo: è la prima che correte e l’importante è arrivare. E ricordate di mangiare e bere i rifornimenti che gli addetti vi offriranno per strada”.
Ok, mandammo tutto a mente.

 Maratona di New York
(Maratona di New York. Il traguardo)

La Maratona di New York.Ricordo tutto di quel giorno

Ricordo tutto di quel giorno: l’emozione per la partenza, l’attraversamento correndo del Da Verrazzano Bridge, del ponte di Brooklyn, dei cinque quartieri, i pezzi sulla First e sulla Fifth Avenue, l’arrivo in Central Park…tutto fantastico! Ma ricordo pure un rischio di serio soffocamento che ho corso: fedele ai consigli ricevuti, mangiavo e bevevo tutto ciò che mi davano ad ogni rifornimento, senonché, in uno dei punti ufficiali di “ristoro”, presi un cubetto cremoso che un addetto mi porgeva e – sempre correndo – lo stavo portando verso la bocca, quando sentii il personale che urlava “Noo, noo!”, un giovane mi inseguì e me lo strappò dalle mani gridando “No, it’s vaseline!”. In sostanza, stavo per ingoiare vasellina che i maratoneti possono usare per attenuare lo strofinio della maglietta sui capezzoli…non serve alle donne che hanno il reggiseno: lo capii quando arrivai al traguardo con due rivoli di sangue su maglietta e torace!

Io e Francesca, come avevamo deciso, corremmo sempre insieme senza forzature ed insieme tagliammo il traguardo, felici di avercela fatta, senza particolari difficoltà, sia pure non con un gran tempo (4:15:40, media di 6:01 al km).

Ma i ricordi di quel 2 novembre sono tanti, incluso quello della bisteccona serale (dopo l’astinenza nei giorni prima della gara, allorché si mangiano solo carboidrati) in un noto ristorante dove tutti si alzano ed applaudono il finisher che entra con la medaglia al collo. Ma tra tutti i ricordi spicca quello dell’incoraggiamento che a New York si può leggere su vari cartelli e sentire gridato da migliaia di spettatori alla soglia del trentesimo chilometro, «il muro» per ogni runner dilettante: «Go, run, all the walls have doors!» [Va’, corri, tutti i mu­ri hanno porte!].  Una metafora della vita? Sì, ma non la sola e ne voglio parlare a commento di altre due importanti maratone americane che ho corso, a Chicago ed a Boston.

E così si va avanti

Dopo la prima citata maratona d’esordio, ne corsi altre abbassando considerevolmente i miei tempi (di seguito riportati in ore, minuti e secondi), dopo allenamenti sempre più intensi e mirati: a Parigi, il 5 aprile 1998 corsi in 3:39:41 (media di min. 5:12 al km), poi di nuovo a New York, insieme a Gianni Morandi conosciuto giocando al calcio,  l’1 novembre 1998 in 3:19:42 (media di min. 4:44 al km), a Praga il 23 maggio 1999 in 3:30:36 (media di 5’ al km) e corsi pure per mero allenamento (il cd. “lungo”) la Maratona d’Italia Maranello-Carpi, il 10 ottobre 1999 in 3:38:46 (media di 5:11 al km).

Ma eccoci finalmente alla Chicago Marathon del 24 ottobre 1999, quella del mio best time: 3 ore, 13 minuti e 45 secondi (media di 4:35 al km).

Premetto che a mio avviso non c’è ragione per cui un runner italiano debba preferire la maratona di New York a quella di Chicago, se solo si pensa a quanto è bella Chicago e quanto veloce ed in piano è il percorso della sua La Salle Bank Marathon!

La Maratona di Chicago

Intanto la città: correre a Chicago significa cogliere una grande occasione per unire la passione per il running alla possibilità di visitare una tra le città più belle del mondo, tra le più colte ed eleganti, quasi sofisticata.

Armando Spataro
(Armando Spataro, Chicago)

Non c’è più nulla, ormai, che evochi la violenza del passato o il disordine urbanistico delle grandi metropoli mondiali.
Si dice che il grande incendio che distrusse la città nel 1871 sia stato, in realtà, una fortuna per Chicago: piani urbanistici mirati al futuro, pensati in grande, hanno consentito a questa città di dotarsi, sin dall’inizio del secolo scorso, di edifici stupendi e nel tempo sempre più arditi.
È qui che venne costruito il primo grattacielo ed è qui che svetta la Sears Tower, che è stata per qualche anno il grattacielo più alto del mondo, è a Chicago che troverete un lago che sembra un oceano, pulito come un fiume di montagna, fiancheggiato da eccellenti percorsi per runners e piste per bikes: non a caso si svolge a Chicago uno dei triathlon più affascinanti del mondo (pur se talvolta, a causa del vento, viene accorciato il tratto da percorrere a nuoto nel Michigan Lake).

Si deve arrivare almeno di giovedì, dunque, non solo per assorbire gli effetti del fuso orario e fare le ultime corse di scarico, ma anche per conoscere ed amare la windy city, come Chicago viene chiamata per il vento forte che ne è una costante caratteristica.

Partiamo da qui e la attraversiamo tutta

E veniamo a noi, al popolo dei runners: mi preoccupavano il freddo ed, appunto, il vento. Ed in effetti, nei tre giorni prima della gara, ho temuto il peggio, anche se nulla mi ha impedito di unirmi, il giovedì e il venerdì, alle centinaia di maratoneti che “scaricavano” i muscoli sulle piste lungo il lago: acqua e grattacieli rispettivamente ai due lati della corsa, emozioni durante l’allenamento pre-gara del venerdì sera, all’ora del tramonto mentre si illuminano le luci dei grattacieli che formano la più bella skyline del mondo.
Un africano in tuta Puma mi ha superato, mentre si scaricava alla velocità doppia delle mie ripetute da 20 metri: non ne ho la certezza, ma credo proprio fosse Ondoro Osoro, vincitore nel 1998.

 Il ritiro dei pettorali, dei chips elettronici e la visita all’expo (tutto a McCormick Place) organizzati perfettamente ed in spazi molto ampi, con tanti alimenti offerti ai runners da rischiare un’indigestione (ottimo il piatto di chili e fagioli neri): ovviamente gratuita l’annotazione del proprio nome nei gruppi che sarebbero stati guidati in gara dai pace groups leaders per aiutare i maratoneti, con ritmi appropriati, ad ottenere i tempi desiderati! 

Maratona di Chicago
(Maratona di Chicago. Il traguardo)

La gara

Ed eccoci alla gara, domenica mattina, dopo due giorni e mezzo di carbo loading (occhio: ottime le pizze nei notissimi locali Pizzeria Uno e Due, ma impossibile l’attesa di almeno un’ora e mezza): ancora non ho capito perché la partenza è avvenuta alle 7.30 (forse per causare meno intralci al traffico?), ora assurda che ha costretto Khalid Khannouchi ad alzarsi alle 4.45 per riscaldamento e stretching (io l’ho fatto alle 6, se vi interessa) e tutti i runners a mettersi in fila dinanzi alle toilette, stravolti e tremanti per il freddo (4 gradi alla partenza). Parto solo con una maglietta traforata a maniche corte sotto la tradizionale canottiera, ma con i guanti da corsa (soffro freddo alle mani perché, come diceva la mia citata socia di corsa, “devo avere problemi all’impianto di termoregolamentazione”): la scelta si rivela felice perché il sole, in breve, inizia a riscaldare i runners, così come la passione della gente che fa il tifo più che a N.Y.

Suggestiva la partenza della maratona dal Grant Park (Columbus Drive, dinanzi all’hotel Hilton) dei 26.000 partecipanti, con i grattacieli che si stagliano, davanti a noi, sul cielo limpido e azzurro, il lago sulla destra, la strada larga, la gente che, già straripante alle 7.30, urla il suo incitamento che si confonde con la musica rock diffusa dagli impianti.

Avevo deciso di unirmi al gruppo che, guidato dal pace group leader Steve, aspirava a chiudere in 3 ore e 15: forse pretendevo troppo, ma l’obiettivo era quello di resistere con loro il più a lungo possibile, per poi abbassare anche di un secondo il mio personale di 3:19:42 (N.Y. ’98).

Siamo una ventina e, senza quasi mai parlare, sento che, mentre corriamo, cresce tra noi una solidarietà vera, come se da una vita lottassimo insieme contro le forze del male ed avessimo bisogno l’uno dell’altro per continuare a farlo.
Corriamo e per tutta la maratona ci scambiamo sorrisi di incoraggiamento, ci sono tre donne toste, una molto carina, ci sono due francesi, tre colombiani, un messicano, due tedeschi ed altri, io sono l’unico italiano. 

Steve, aria da bel trentacinquenne, tiene il passo, corre disteso, con occhiali da sole, baffetti e capelli scuri (sembra Alberto Cova), tenendo in alto, praticamente per tutta la gara, un bastoncino di 60 cm. circa alla cui sommità c’è una stellina nera: insomma sembra una fata al maschile e dobbiamo preoccuparci soltanto di seguire lui e la stella e di reagire al suo grido di incitamento “Go, three fifteen!” (“Forza, 3:15 !”), lanciato più o meno ogni 6/7 km. . “Steve sei un amico” (penso), “è la mia sesta maratona, ma non ho mai corso così disteso e deresponsabilizzato: basta seguire il suo ritmo!”.

Teniamo un’andatura molto costante alla media di 4.35/4’36 al km. ed il percorso appare subito veloce, anche quando, all’inizio, facciamo il bagno di folla nel centro della Old town, chiamato “loop”, cioè il cappio, con allusione al fatto che questo quartiere è delimitato dal percorso circolare della famosa metropolitana sopraelevata (chiamata familiarmente “EL”), protagonista passiva di cento inseguimenti cinematografici. Ci dirigiamo poi a nord, verso l’altro grande parco cittadino, il Lincoln Park, vicinissimo al lago e poi ritorniamo a sud, attraversando vari quartieri, da Greektown a Little Italy ed a Chinatown.

“Ottima e abbondante” la predisposizione in vari tratti del percorso di rifornimenti con migliaia di volontari rigorosamente pronti ad offrire per i primi cinquanta metri acqua e per i secondi Gatorade; unico neo: troppo colmi i bicchieri di Gatorade. Avete mai provato a buttarvi negli occhi, mentre correte una maratona, sali e liquidi integratori? Sareste costretti, come è capitato a me, a correre cento metri ad occhi chiusi e brucianti. Quando attraversiamo di nuovo il centro storico penso che vi sono troppi cambiamenti di direzione ad angolo retto e che sarà difficile battere il record del mondo: per la verità non è un problema che riguardi noi cinquantenni, ma la mia si dimostrerà comunque una valutazione errata.

Passo alla mezza in 1:36:08 e mi sembra di volare, visto che il mio personale in una gara su quella distanza era stato di 1:32; penso che tra poco “salterò”, ma mi sbaglio: al 22° miglio le gambe rispondono ancora (sarà merito della maratona di Carpi, corsa quindici gg. prima?) e decido un azzardo: nella zona di Bridgeport saluto Steve ed il “three fifteen group” da lui guidato. Con me allungano uno dei francesi ed un colombiano che, però, mi staccano dopo un paio di miglia. Entro nel lungo, largo e spettacolare rettilineo finale (di nuovo Columbus Drive) che ti riporta al punto di partenza, fiancheggiato da tribunette stracolme di gente entusiasta, che ti spinge al rush finale. Taglio la finish line e per la prima volta, involontariamente scimmiottando i runners veri, alzo le braccia al cielo e mi accorgo che ho ancora i guanti, già bianchi, ma ora gialli di Gatorade: 3:13:45 il mio tempo finale!

Non nascondo di essermi commosso, non per il record personale conseguito, ma perché il rituale in simili occasioni (disperati che, avvolti nelle copertine di plastica e con le facce stravolte, si dirigono in fila alle medaglie, poi ai liquidi caldi, poi alle banane ed infine a recuperare indumenti asciutti e ad abbracciare parenti ed amici) mi ha sempre commosso, a Chicago più che mai con il sole splendente (16 gradi all’arrivo) che illuminava – ripeto – lo skyline più bello del mondo. Peccato non ritrovare Steve e non poterlo abbracciare!

Le ore successive

La sera, in una città piena di trecento mucche in fiberglass, decorate da artisti di ogni età ed estrazione, cammino soddisfatto e sereno con la medaglia al collo, mangio in un ristorante vegetariano, vado in cima al John Hanckock Center (all’epoca quinto grattacielo più alto al mondo), guardo la città illuminata e bella, e chiudo sentendo blues (Chicago ne è ritenuta la patria) e bevendo tre birre (Panetta e Cova mi hanno detto che la birra è un integratore di potassio impagabile e che il grande mezzofondista inglese Steve Ovett, campione olimpico, forse esagerando, ne beveva una decina di lattine dopo ogni gara).

All’indomani, alle 6.45, mentre la città si sveglia e si organizza, corro 35’ per scaricare i muscoli affaticati lungo il Magnificent Mile, una delle strade più eleganti del mondo e mentre la guardo, assorbendone ogni brandello ed odore, saluto Chicago dal profondo del cuore.
Ci rivedremo ancora.

Compro i giornali e solo allora vengo a conoscere i vincitori ed il tempo record di 02:05:42 di Khannouchi che ha dichiarato di avere realizzato finalmente uno dei suoi due sogni, l’altro è quello di correre la maratona a Sidney con la maglia “stars & stripes”: si è sposato con Sandra, la sua allenatrice ed ha chiesto la cittadinanza statunitense.

Tra le donne ha vinto Joyce Chepchumba, nonostante una caduta, ma non ha realizzato crono record (02:25:59, due minuti in più del tempo in cui vinse nel ’98).

In volo

All’aereoporto si imbarcano sul mio stesso volo Moses Tanui (splendido secondo, con la terza migliore prestazione di sempre – 02:06:16, già vincitore a Boston nel ‘98) ed il suo allenatore Gabriele Rosa.
Avevo conosciuto Moses a N.Y., l’anno precedente, insieme a Paul Tergat, nello show room della Fila: conservo le loro foto con dedica. All’epoca era pimpante, in un “elegante” completo tendente al color rosa, oggi mi pare un po’ abbacchiato. Dice che troppo presto (per un errore di valutazione sul migliaggio già messo alle spalle) ha tentato di staccare Khannouchi che ha avuto la forza di non mollare e poi di riprenderlo e batterlo ma aggiunge che, pur non essendo più giovanissimo (ha 34 anni), proverà ancora a fare il record.
Rosa annuisce convinto e pensa che il percorso di Berlino sia più veloce di questo. Stringo la mano a Moses e, in un improbabile inglese, gli lancio il mio augurio: “It will be better in Sidney, the next year!”.

In aereo non riesco a togliere gli occhi dal Chicago Tribune: foto di Khannouchi che taglia il traguardo sotto il titolo “Cold man, hot fear”.
È incredibile, io ero dietro di lui (non proprio vicino, a dire il vero!) ed ho partecipato alla maratona più veloce del mondo!

Quello che feci dopo lo racconterò nel prossimo numero.

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Armando Spataro già magistrato della Repubblica, ma anche pallanuotista, calciatore e runner

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