mercoledì, 27 Ottobre 2021

Ogni primo venerdì del mese Sportmemory e le sue storie
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Di pallanuoto e maratone. E anche di calcio.

Di pallanuoto e maratone. E anche di calcio.
Armando Spataro
Armando Spataro, 43 anni in magistratura, una vita tra inchieste e aule di Tribunale, racconta per la prima volta la sua vita di agonismo e passione sportiva, perché in fondo, tra costume, calzoncini e toga il passo può essere breve.

Di pallanuoto e maratone si può vivere? Diciamo che, se aggiungiamo anche un po’ di calcio, possono molto insegnare…e la vita migliora.

Io sono nato a Taranto, il 16 dicembre del 1948 (anno da mantenere riservato!) e in quella città ho vissuto infanzia e giovinezza. Solo la prima elementare l’ho fre­quentata a Matera, dove per un breve periodo mio padre, magistrato, era sta­to destinato a fare il giudice istruttore. Poi gli studi, fino al diplo­ma di maturità, li ho completati a Taranto e la laurea l’ho conseguita all’Università di Bari.

Studio, sport, musica: erano i miei unici impegni, le mie passio­ni. Nessun coinvolgimento in attività studentesche o politiche, tanto che dico spesso che il ’68 l’ho praticamente conosciuto solo nel ’78, a Milano.
Ma dallo sport ero presissimo, soprattutto da nuoto e pallanuoto.

Una piazza per campetto

A dire il vero, come tanti ragazzi, anche io ero stato prima attratto dal calcio: giocavamo spesso in Piazza Garibaldi (usando talvolta le pigne al posto delle palle di gomma) e nella rotonda del Lungomare davanti al Palazzo del Governo: ma qui le palle di gomma volavano spesso in mare e in quel caso le partite finivano lì.
I simil pali delle porte erano costituiti dai nostri zaini ed indumenti, che dovevamo però recuperare in fretta quando – da ragazzini – ci toccava scappare per l’arrivo dei Vigili Urbani. Da attaccante me la cavavo abbastanza bene, ma il calcio era per me solo un passatempo occasionale.

Eligio ed io

Il salto di qualità (e quantità) nell’impegno sportivo si verificò, infatti, a partire dal periodo in cui frequentai la scuola media Alfieri. Già in prima media conobbi Eligio Resta, uno dei due miei più cari amici (del secondo parlerò appresso), figlio di un collega di mio padre. Eligio era anche un mago nel biliardo a stecche, io no. Studiavamo insieme quasi ogni giorno, lui era il “primo” della classe ed io cercavo di stargli dietro: abbiamo frequentato insieme non solo la scuola media, ma anche il ginnasio ed il liceo classico nello storico Istituto Archita. E poi, sempre in stretto contatto, siamo stati vicini nel periodo universitario, anche se lui frequentava stabilmente l’Ateneo barese mentre io ci andavo solo per gli esami, spesso in motocicletta, sollevando polveri rosse sulla statale che fiancheggiava l’Italsider: ci siamo laureati nello stesso giorno, il 6 luglio del 1970 a Bari, ovviamente lui con la lode ed io no! Non a caso, era un intellettuale sin d’allora, io mai. Fu naturale che lui diventasse professore universitario e io pubblico mi­nistero.

Acqua e cloro

Ma torniamo allo sport: fu proprio Eligio ad invitarmi ad andare a nuotare con lui in piscina, quella della Villa Peripato da 25 metri, scoperta e dunque non praticabile nelle stagioni fredde, allorché, ogni tanto, ci allenavamo a S. Vito, nella piscina coperta delle Scuole CEMM della Marina Militare. Eligio, con ottima tecnica, praticava già nuoto agonistico nella Rari Nantes Taranto di cui erano allenatori i mitici Aldo Pica e Alberto Gerundo.

Sin dalle prime vasche mi innamorai di quello sport, nonostante il sapore di cloro di quell’acqua: ero un buon nuotatore in stile libero e delfino, discreto in stile rana e però negato nel dorso, tanto che quando gareggiavo nei 200 o 400 misti (cioè con 50 o 100 m. da nuotare in ciascuno dei quattro stili) baravo un po’ nella frazione a dorso, tirandomi ogni tanto con la mano afferrata alla corsia: ma non ditelo in giro, per favore!

Vinsi anche qualche titolo regionale (giuro: senza barare!) e conservo anche una medaglia da primatista regionale, anche se non so ricordo in che stile e su quale distanza.

Pallanuoto, primo amore

Però la passione vera diventò presto quella crescente per la pallanuoto, specie dopo che, nel periodo degli esami di maturità classica, mentre andavo al mare in moto, fui investito da una vettura che non aveva rispettato lo stop: frattura della testa dell’omero destro, lunga ingessatura ed addio al delfino ed alle buone prestazioni natatorie.

Dopo il riassestamento dell’omero, infatti, mi concentrai sulla pallanuoto: allenati dal prof. Gerundo, io ed Eligio eravamo ormai passati dalla squadra allievi alla squadra che militava in promozione e con noi c’era anche Cesare Bechis, l’altro mio migliore amico: eravamo tutti e tre coetanei del 1948 e ci eravamo ormai integrati pienamente nella squadra. Usando impropriamente riferimenti al lessico calcistico, Eligio era difensore, Cesare (tra l’altro eccellente nuotatore) regista ed io attaccante.
Ma come tutti sanno, non è così che si ragiona in pallanuoto.

Forse solo col tempo ho compreso perché ho amato tanto la pal­lanuoto: oltre il divertimento puro che produce, sembra una para­bola sulla vita.

È, intanto, «il» gioco di squadra per eccellenza, più del calcio, del basket, del rugby e della pallavolo: praticamente non esistono solisti (ne ricordo solo due: il fiorentino Gianni De Magistris e lo spagnolo Manuel Estiarte) e la squadra deve muoversi all’unisono nella spe­ranza di smarcare un giocatore davanti al portiere avversario. Pri­ma in avanti tutti insieme, subito dopo indietro tutti insieme, senza neppure stare a vedere se il tiro del proprio compagno è finito in rete o è stato parato.
L’unico solista ammesso è il mancino, ma solo perché favorisce soluzioni diverse per gli schemi della squadra.

Il gioco è poi duro, molto duro.
Ed i colpi più violenti sono quelli sfer­rati sott’acqua. Ma devi imparare a prenderli senza reagire ed urlare: ti prenderebbero per simulatore perché nessuno capisce chi e dove ti ha colpito.
Per vincere, poi, occorre sì la potenza, ma so­prattutto servono intelligenza ed agilità. Infine, è obbligatorio il doppio costume: se te ne strappano uno, sai che puoi andare avan­ti lo stesso, con l’altro.

Tutto è come nella vita, insomma: c’è sem­pre un’altra possibilità!
Ogni tanto, a dire il vero, mi veniva voglia di praticare la pallacanestro, ma la mia statura non me lo permetteva: era nella media (ora persino più bassa) e non poteva bastarmi per fare il pivot, mentre fare il “regista” (ammesso che esista anche nel basket) non mi interessava.

Allenatore e giocatore

Alla pallanuoto, comunque, mi dedicavo in manie­ra quasi professionale. Anzi, quasi maniacale.
La pallanuoto mi oc­cupava tutto il tempo libero e ad un certo punto diventai anche allenatore-giocatore della squadra, mentre Cesare Bechis era ormai l’allenatore del settore nuoto.
D’estate passavo in piscina anche sei o sette ore al giorno, tutti i giorni.
Allenavo anche la squadra giovanile, oltre quella ufficiale, e dovevo poi allenare me stesso.

pallanuoto
(Rari Nantes Taranto. Armando Spataro in piedi, quinto da sx a dx)

Da allenatore-giocatore, nell’agosto del 1973, riuscii a portare la Rari Nantes in Serie serie C nazionale (quattro gironi in tutt’Italia), vincendo nella piscina delle Najadi di Pescara il concentramento (così si chiamava) con altre squadre classificatesi prime in altri gironi di serie C promozione (quasi un girone per ogni regione). Battemmo anche la squadra del Pescara (già all’epoca allenata dal croato Bucevic che poi portò gli abruzzesi in Serie A) e ci ritrovammo dall’anno successivo a giocare in piscine di città lontane da Taranto.
Noi, intanto, ci eravamo da anni trasferiti nella nuova piscina di Villa Martiri Partigiani, affianco al Circolo tennis. A proposito di tennis: non mi è mai piaciuto anche perché penso che, come il golf, è più uno sport per le palline che per chi lo pratica!  

Quanto alla pallanuoto, continuavo a fa­re sul serio e l’unico compagno di quelle giornate in piscina era il mio amico Cesare, con il quale vivevo praticamente in simbiosi.

Da anni, ormai, ci sentiamo raramente, ma la nostra amicizia non si è affatto indebolita, anzi. Ricordo tante partite tra cui quella giocata contro la squadra romana di Nanni Moretti (l’Aventino Pallanuoto) ed un’altra a Catania contro la squadra di Claudio Fava, uno dei politici italiani da me più stimati, non a caso proclamato De­putato europeo del 2007, per il silenzioso lavoro da lui svolto come relatore della commissione di inchiesta del Palamento Europeo sulle renditions e sulle prigioni segrete della Cia in Europa.

Gioco ruvido

In realtà, non dovrei essere tenero con Claudio visto che nel suo libro Quei bravi ragazzi, in relazione ad una mia audizione del febbraio 2006 nel Parlamento Europeo di Bruxelles, mi ricorda come un garbato signore di mezza età, la giacca di tweed, i larghi baffi brizzolati... ed adombra il sospetto – del tutto infondato – che durante una par­tita di pallanuoto a Taranto, io possa avergli spezzato due incisivi con una go­mitata.

Non lo ricordo affatto, mentre rammento quando in una partita a Firenze un avversario mi spaccò il timpano dell’orecchio destro (allora non si usavano ancora le calottine con il para-orecchi), a Crotone un altro mi strinse i testicoli al punto da farmi urlare, a Brindisi vidi in tribuna un tifoso locale dar fastidio alla mia fidanzata al punto che uscii dall’acqua e mi gettai incazzato su di lui…e ricordo quando a Napoli, prima dell’ inizio partita, ci guardammo in cagnesco tra capitani di squadra (io della Rari Nantes e l’altro del Posillipo) a causa dei duri scontri della partita d’andata a Taranto, scagliandoci poi l’uno sull’altro, appena dopo il fischio d’inizio, con la palla lontana da noi: entrambi espulsi dopo 30 secondi di gioco dall’arbitro incredulo!

Ma credetemi… non ero un giocatore violento, mentre lo era, almeno in quegli anni, lo sport della pallanuoto, di cui ricordo anche tanti momenti bellissimi: le partite con il sapore di sale in bocca quando giocavamo in mare contro squadre che non avevano piscina…la gioia e gli abbracci per le vittorie…l’amarezza per le sconfitte che non attenuava la nostra voglia di tornare in acqua.

Una questione di famiglia

Ricordo mio fratello Paolo (18 anni più giovane di me) che da mancino segnava goal a raffica, tanto da essere stato selezionato in Nazionale Giovanile nel ’78 e da avere poi giocato nella Florentia e dopo in squadre di Salerno e Roma. Venne anche premiato come capocannoniere assoluto di tutti i campionati nell’89 (104 reti) e della serie “C” nel ’91 (86 reti).
Merito mio che ero stato il suo primo allenatore? Non lo so, ma crederlo non è peccato.

Amici per sempre

Rammento i tanti altri compagni di squadra, amici per sempre ed oggi tutti impegnati nei loro rispettivi lavori: Maurizio Masoni, i tre fratelli Marcianò, Valerio Dehò, Fabio Federici, Roberto Bechis (fratello di Cesare), Fernando Casini, Fulvio Mastrandrea, Mario Gerundo ed Armando Pica (figli dei miei primi allenatori) ed altri ancora.

E ricordo anche un torneo emozionante che organizzai a Taranto: il I Trofeo Lello Tangorra, dedicato al nostro spettatore-amico che ci aveva seguito in ogni partita e che troppo presto ci aveva lasciato per sempre. La Rari Nantes Florentia aveva accettato l’invito a partecipare al torneo che ovviamente vinse, con De Magistris che diede spettacolo.

Si cambia vita

Correva l’estate del 1976 e si avvicinava la fine di quel pezzo di vita.
Era stato naturale per me scegliere la facoltà di Giurisprudenza (mio padre faceva il magistrato), pur se qualche dubbio l’avevo avuto: in quel periodo, infatti, entravo e uscivo dall’ospedale a causa di incidenti calcistici e motociclistici che mi procuravano fratture un po’ dappertutto, braccia, spalle, gambe. Ebbene, ero diventato così amico del primario di ortopedia dell’ospedale di Taranto che quasi mi aveva convinto a fare il suo lavoro.

Finii l’università abbastanza in fretta, nell’estate del 1970, ma fui subito colto dalla classica indecisione del neolaureato, quasi un attimo di smarrimento che mi fece pure pensare alla possibilità di diventare allenatore di pallanuoto professionista.
Quando lo sep­pe, a mio padre stava per venire un colpo, ma a quei tempi i figli ubbidivano ai padri e quindi abbandonai quel vago progetto.

Devo dire che dopo la laurea, feci per qualche anno l’avvocato, un lavoro che mi piaceva molto. Interruppi, comunque, la pra­tica forense a causa del servizio militare: lo feci in Marina, frequen­tando prima l’Accademia di Livorno e venendo poi destinato come guardiamarina alla Capitaneria di Porto di Taranto. 

Il nuoto pinnato

Indimenticabile una gara mondiale di nuoto pinnato che la Rari Nantes Taranto organizzò, con partenza ed arrivo nei pressi della discesa-Vasto, all’incrocio tra il Canale ed il Mar Piccolo: fu bellissimo circum-nuotare attorno a Taranto Vecchia, passando sotto il Ponte di Pietra, lambendo le piantagioni di cozze dal lato Mar Grande e nuotando poi sotto il Ponte Girevole, un ponte che mio padre amava per le tante volte in cui, passando nel canale sull’incrociatore su cui era stato imbarcato da ufficiale durante la II^ guerra mondiale, ne rimaneva affascinato.

Il concorso per la magistratura

Quella gara di nuoto pinnato fu l’unica cui ho mai partecipato e lo feci – come ho detto – mentre ero ufficiale della Capitaneria di Porto, un servizio militare di quasi di­ciotto mesi che furono un’esperienza per me interessante e quasi goliardica: mi consentirono anche di studiare e di prepararmi per il concorso in magistratura.
Lo vinsi al secondo tentativo: al pri­mo, ero stato insufficiente solo nel tema di diritto penale, che sarebbe poi stato il mio terreno d’azione professionale!

Il tiroci­nio, che allora durava dieci mesi, lo feci per metà a Roma nel 1975, ricongiungendomi alla squadra nei fine settimana per le partite in calendario.
L’altra metà del tirocinio la feci a Lecce, il che mi permise di riavvicinarmi fisicamente alla Rari Nantes Taranto. Avevo ormai scelto la funzione che avrei esercitato, quella di pubblico ministero, ma ancora non co­noscevo la sede cui sarei stato destinato.

West Coast Musica: la passione che non ti aspetti

Intanto, tra gli ultimi mesi del 1975 ed i primi del 1976, ave­vo anche curato, con aspirazioni culturali e non certo da disk jockey, una rubrica sulla musica westcoastiana a Radio Taranto, una delle prime radio private italiane.

L’anima ed il pioniere di Radio Taranto era stato Loris Pepe, un altro caro amico che non c’è più. La si­gla della mia rubrica? Harvest di Neil Young.

Infatti, oltre alla pallanuoto ed alle moto, amavo anche la musica pop e rock, ma soprattutto la cd. West Coast Music di Crosby, Stills, Nash & Young, dei Jefferson Airplane, dei Grateful Dead ed altri ancora.

In ritardo mi ero anche avvicinato a Bob Dylan, poi passione della maturità e del mio terzo stadio (come narra un proverbio indiano, vi sono quattro stadi della vita dell’uomo. Il primo è lo stadio in cui si impara; il secondo è quello in cui si insegna o si servono gli altri; nel terzo si va nel bosco, il bosco profondo del silenzio, della riflessione, del ripensamento. Io aggiungerei che il terzo è anche quello in cui non si gioca più a pallanuoto! Sul quarto, preferisco tacere).

La vita come servizio

C’è un rapporto tra l’amore per la musica e la pallanuoto? Perché ne sto parlando? La risposta sta nella mia anima e nella mia mente: la pallanuoto, come ho già detto, mi ha insegnato a lavorare insieme agli altri, in una squadra in servizio permanente effettivo che, nel mio lavoro di magistrato per oltre 43 anni, è stata sempre quella composta da colleghi e forze di polizia, ed in cui è doveroso il rispetto di tutti i protagonisti della giustizia e dei processi, a partire dagli avvocati e dalle parti offese, inclusi anche – però – gli imputati di qualsiasi reato.

Ma con la buona musica in sottofondo ho studiato ed anche lavorato, traendone forza e serenità insieme. E non ho cercato di tradurre sempre i testi dei brani che ascoltavo (sarebbe impossibile con quelli di Bob Dylan), ma di immaginarne il significato mentre – nel mio studio di casa – i suoni e le note mi circondavano assieme a medagliette e foto della Rari Nantes Taranto appese al muro.

La grande scelta

Nel 1976 la mia vita è ovviamente cambiata con il matrimonio e la decisione di troncare di net­to con l’attività sportiva, che ancora mi impegnava intensamente.
Così, scelsi la sede di Milano, il più lontano possibile dalla Rari Nan­tes e dalla pallanuoto, in modo da non essere tentato di raggiungere la squadra nei fine settimana, specie quando giocava in casa.

La moto me l’avevano già rubata a Roma, du­rante il tirocinio, ma alla musica West Coast non rinunciai, a quella no: centinaia di vecchi, splendidi Lp in vinile mi seguirono a Milano, insie­me all’immagine indelebile degli ulivi e del canale tra la città vecchia e la città nuova, tenute insieme da quello strano ponte girevole.

A Ta­ranto lasciai i miei genitori, due sorelle, il fratello e tanti amici, tra cui Cesare, mentre Eligio già viveva altrove. La mia vita cambiò per sempre.

Milano

Il 15 settembre 1976, presi servizio presso la Procura della Repubblica di Milano dove ho lavorato fino al giugno 2014, prima di trasferirmi in quella di Torino.

Il giorno della mia pensione, nel dicembre del 2018, ho salutato colleghi, personale amministrativo e forze di Polizia di quell’ufficio regalando a ciascuno il racconto della mia vita attraverso la musica che ho amato dagli anni ’60 fino al secondo decennio del terzo millennio, cioè 160 pezzi divisi in due CD, in formato MP3: ho scelto i brani che più ho amato e che più mi ricordano pezzi di vita. Anche i titoli, oltre che i testi, le musiche, le voci richiamano momenti belli e momenti tristi della mia vita. In un caso e nell’altro, molto spesso, quando li sento, specie in tarda ora, ancora mi emoziono.

Memorabilia

Tre ultimi ricordi per chiudere: quando ho lasciato Taranto e la pallanuoto, nell’agosto del 1976, la Rari Nantes mi ha regalato una targa che è stata sempre appesa nel mio studio .

pallanuotoVi è scritto il più bell’elogio che abbia mai ricevuto: “Ad Armando Spataro, propugnatore ed artefice dei fasti nazionali nella pallannuoto, la Rari Nantes Taranto, riconoscente”. C’è un errore: pallanuoto si scrive con una enne, ma la doppia rafforza il mio amore per quello sport e per la mia squadra di sempre.

Seconda citazione: tra il 1998 ed il 2002 sono stato componente eletto del Consiglio Superiore della Magistratura e nel CSM, incredibile ma vero, mi sono ritrovato con Eligio Resta, accademico designato dal Parlamento a farne parte.

Anche a Roma, dunque, abbiamo parlato di pallanuoto, ma purtroppo non l’abbiamo potuta praticare ancora.

Infine, negli ultimi anni, ho avuto modo di entrare in contatto con Eraldo Pizzo, il caimano, il più grande giocatore che la storia mondiale della pallanuoto abbia mai conosciuto. Recentemente, Pizzo mi ha inviato in regalo la sua bellissima autobiografia con tante cronache e foto. Si chiama Eraldo Pizzo. Caimani come me. Il mito Pro Recco.

pallanuotoPensate che la prefazione è di Dino Zoff, un altro mito come lui.
Ebbene, sulla prima pagina, quando ho aperto il libro, ho trovato un’altra dedica: “Ad Armando Spataro, con stima. Eraldo Pizzo”.

Credo che la sua generosa dichiarazione di stima non si riferisca alle mie doti di ex pallanuotista, come avrei voluto (ammesso che ne abbia mai avute), ma posso pur sempre raccontare in giro che, invece, quella dichiarazione nasce proprio dalle tante partite giocate da avversari, l’uno dell’altro. Neppure una in verità!

Ma quando ci incontreremo (come ci siamo promessi e come spero) e quando stringerò quella mano protagonista di migliaia di goal, tutta la mia attività di pallanuotista, così lontana nel tempo, avrà finalmente il suo perché.
E stringerò quella mano pensando a mio figlio Andrea a cui ho tante volte raccontato storie di cloro e di acqua salata.

Di maratone parlerò nella seconda puntata. Intanto scusatemi per la lunghezza di questa.

Continua

Armando Spataro

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