Antimo Vallozzi. Maestro di ascia, legno e cuore

Pozzuoli, febbraio 2020, ovvero il mondo prima della pandemia. Il Centro Studi Tradizioni Nautiche visita la bottega di Antimo Vallozzi, maestro d'ascia puteolano, testimone di una cultura del mare che non può scomparire. Oggi ne ribadiamo l'impegno.
Antimo Vallozzi

Una mattina a Pozzuoli con Paolo Rastrelli tra legno, ascia e cuore, ovvero il mondo di Antimo Vallozzi, l’ultimo maestro d’ascia che in città che mantiene ancora la sua bottega seppur non più in attività e che abbiamo voluto incontrare come Centro Studi Tradizioni Nautiche. Come tanti altri del mestiere, Antimo, ha sofferto la crisi del mercato delle imbarcazioni da pesca in legno, molto fruttuosa in passato, ma che da quarant’anni oramai langue per l’affermazione della più pratica e meno costosa vetroresina.

L’occasione mancata

Giunti a destinazione, nella darsena di Pozzuoli, ci introduce al maestro Piero Ennio, che non molto tempo fa aveva partecipato alla magnifica idea di girare un documentario con lui sulla costruzione dell’ultimo gozzo puteolano. Purtroppo però, il progetto, che voleva testimoniare queste abilità, si è arenato per diversi fattori tra cui la mancanza di fondi. Un vero peccato se immaginiamo l’enorme valore culturale che avrebbe potuto avere questa documentazione, non solo per Pozzuoli e per la nostra regione, ma anche a livello scientifico ed etnografico. Vincenzo D’Oriano, il fautore di questa idea, l’aveva perseguita sino alla sua dipartita con alacre passione. Da sempre si era interessato alla tutela e alla valorizzazione della storia e della cultura puteolana, e Antimo Vallozzi e il suo gozzo non facevano eccezione.

 

Un tempo sospeso

Ritornando al racconto della giornata, raggiunto l’uscio della piccola bottega, abbiamo sorpreso l’anziano maestro seduto intento a farsi tagliare i capelli dal suo barbiere di fiducia, anch’egli come lui in Pensione Questo frivolo episodio, che per alcuni potrebbe essere irrilevante, conferisce la misura dell’individuo che avevamo di fronte. Era lì, nella sua bottega probabilmente come 50 anni fa, a compiere tutte le sue azioni di vita necessarie senza muoversi dal luogo di lavoro, votato completamente al suo antico mestiere come l’amico barbiere. Delle personalità instancabili, che mi hanno portato alla mente il nostro direttore, Paolo Rastrelli, che ad 83 anni suonati ha ancora la foga di un ragazzetto di 26 anni come me. Inoltre aveva un’altra cosa – comune con lui Paolo, i vicini natali: il 1936 per il direttore e il 1938 per Antimo.

I segreti dell’ascia

Inizialmente, sentendo parlare il maestro, ci è parso dai modi un po’ burberi e introversi, un carattere di certo non facile. Ma con le domande giuste e un modo di porsi conveniente alla situazione è stato possibile eviscerare i particolari del suo mestiere. E di sua sponte, poi, ci ha mostrato alcuni “segreti” sulla costruzione navale tradizionale.

mani di antimo vallozzi

Il “garbo”

Tra questi sicuramente c’è la realizzazione del garbo effettuata da lui con pochi elementi: una tavola di compensato, un compasso in metallo molto vecchio, una matita e un tubicino di plastica deformabile.
Per chi non è avvezzo alla terminologia della cantieristica navale tradizionale, il garbo è una sagoma modellata sulla base dell’ordinata maestra, e da lei parte la costruzione su scheletro, oltre la chiglia.  
Sulla tavola di compensato ha tracciato un semicerchio con il compasso e successivamente ha spaccato il semicerchio in due parti tramite una linea verticale. Con lo stesso compasso fermo ad un’apertura ben ponderata ha poi segnato lungo tutta la mezza circonferenza dei punti di egual distanza, poi congiunti a formare cinque rette orizzontali che si intersecavano con la retta verticale che spaccava il semicerchio. Tali rette sono necessarie a prendere contezza delle tacche sul garbo per dare un andamento corretto alle ordinate impiantate sulla chiglia che permette che queste si restringano nel procedere verso le estremità di poppa e prua.

Antimo vallozzi

Geometrie marinare

Semplicemente si poggia il garbo lungo la retta di spaccatura della circonferenza e si segnano i punti di intersezione sulla sagoma. Si parte dall’ordinata maestra, quella centrale, per poi muoversi verso quelle poppiere e prodiere, e man mano che si allontanano le tacche sul garbo si distanziano maggiormente le une dalle altre. Ogni tacca rappresenta un’ordinata ben precisa sulla chiglia e la forma di queste è data dal tubicino, che manipolato da Antimo Vallozzi, donava la fisionomia al garbo che egli desiderava al taglio. Inoltre veniva infine eseguita anche la stellatura delle ordinate tramite una tavoletta. Ne aveva molte associate ai garbi il magister.
Il procedimento era il medesimo riscontrato con la presa delle tacche sul garbo: si poggia la tavoletta lungo la retta divisoria della semicirconferenza e si prende nota delle tacche dai punti di intersezione delle rette del semicerchio. Alla tavoletta viene poi aggiunta una linea verticale che la divide in due. Tale linea rappresenta il centro della chiglia dove poggiano le ordinate; e le tacche orizzontali i punti per ogni ordinata da cui si parte per tracciare il fondo di queste ultime, che per effetto cospicuo al restringimento dato dal garbo si alzano avanzando verso poppa e verso prua.

La tradizione puteolana

Il metodo che abbiamo appena descritto è antichissimo, ed è stato tramandato ad Antimo Vallozzi dal padre che a sua volta lo ha appreso da altri maestri d’ascia puteolani. Il semicerchio viene chiamato dal maestro mezzaluna dalla forma.
Nel 1607 ce ne parla l’autore del manoscritto Nautica Mediterranea, Bartolomeo de Crescentio, da nozioni apprese proprio da maestri d’ascia napoletani. La prima citazione della mezzaluna la abbiamo però addirittura prima, nel XV secolo, dal Libro de Navigar veneziano. Le tecniche e i modi sono certamente cambiati, ma alcuni concetti non sono mutati.
In ogni caso, il maestro Antimo Vallozzi, con il suo mestiere, i suoi metodi di costruzione, il suo modo di essere, è un pezzo di storia campana. Come del resto lo è Giovanni Cammarano, a Pisciotta, e come lo sono tutti gli altri maestri d’ascia della nostra regione che ormai sono costretti, chi più chi meno, all’inattività o a ridurre il proprio volume di lavoro rispetto al passato.

insegna

Conservare il futuro

Una condizione precaria su cui urge una riflessione sull’importanza di tenere o meno in vita questo mestiere. Sono convinto, e non sono il solo a esserlo, che il non tenere in vita tali attività significherebbe perdere un pezzo importante della nostra identità culturale, e ciò va evitato a tutti i costi. Bisogna, seppur in modi differenti da quelli originari – come ad esempio la musealizzazione o percorsi turistici di valorizzazione – conservare questo mestiere.
E questo è stato lo scopo della nostra visita ad Antimo Vallozzi.
Da tempo il comune desidera abbattere la sua bottega che chiaramente ormai non è più in attività. Noi, come Centro Studi Tradizioni Nautiche, non possiamo che ribadire il nostro impegno a interloquire con le Istituzioni per trovare percorsi alternativi che non costringano Antimo Vallozzi a privarsi di un pezzo importante della sua vita e a noi di perdere la nostra storia.

 

Luigi Prisco

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