Giovanni Raicevich. Lotta e vittoria

Lotta e vittoria, iperbole e tragedia, sfide e rincorse, partenze e ritorni. La storia che sembra impossibile non conoscere, o peggio aver dimenticato. La storia di Giovanni Raicevich, lottatore. Semplicemente, il più forte di tutti.
Giovanni Raicevich

Centomila copie vendute. È la prima volta per La Gazzetta dello Sport a tredici anni dalla fondazione. È il 17 febbraio 1909. No, non è il calcio a portare a sei cifre la diffusione: la Nazionale giocherà la sua prima partita un anno dopo. No, non è il ciclismo: il primo Giro d’Italia è in cantiere, partirà il 13 maggio. È la lotta greco-romana, disciplina olimpica dal 1896.
Nome e cognome, Giovanni Raicevich! Ha appena vinto il mondiale della categoria principe, i pesi massimi. È il più grande lottatore in circolazione e si prende tutte le nove colonne della prima pagina. La storia di Giovanni è lotta e vittoria, iperbole e tragedia, sfide e rincorse, partenze e ritorni. La storia che sembra impossibile non conoscere o peggio aver dimenticato. Eppure è così, ci dividiamo tra chi annuisce e chi scuote la testa.
Ci proviamo a riaprire il suo libro.

L’incipit porta la data del 10 giugno 1881

Siamo a Trieste austro-ungarica. Nasce un pupone, Giovanni, il nome del babbo, mamma Giustina. Due fratelli più grandi e grossi, Emilio e Massimo e tre sorelle, Eugenia, Bice e Medea. Dalmate le radici paterne, veneziane materne, zio importante. È l’arcivescovo di Zara che continua a sperare di indirizzare almeno uno dei maschi alla vita ecclesiastica. 
Giovanni senior rispetta la fonte battesimale, ma per lui l’acqua è mare e quella che avvolge Lagosta è la più santa. I suoi ragazzi nuotano ore ed ore, più veloci degli altri e più lontano possibile dalla scuola. Si cresce bene e forti, ma si torna a Trieste perché ci sono più possibilità e soprattutto la malattia si porta via mamma e papà quando c’era ancora tanto da imparare.

Il carattere si forma e con tanti spigoli

Le baruffe di strada per i tre adolescenti sono frequenti, soprattutto con i coetanei austriaci. Tra una scazzottata e una manifestazione patriottica, i tre fratelli cominciano a frequentare la palestra. La lotta fa per loro, nessuno pensa a gloria e denaro, ma è una disciplina che sembra perfetta per smussare. Giovanni è il più dotato, apprende le tecniche di atterramento e ribaltamento, alla forza aggiunge piegamenti, rotazioni, rotolamenti, soprattutto velocità di esecuzione. A sedici anni vince a Vienna il titolo austriaco e festeggia con una gragnuola di pugni che abbatte un ufficiale asburgico un po’ smargiasso. Stessa sorte, ma nel rispetto delle regole di ingaggio, per il milanese Palazzoli, quotatissimo e sicuro di sé al punto di sfidarlo nella sua Trieste.

Giovanni Raicevich

Giovanni brucia il percorso

Per Giovanni Raicevich si aprono le porte di una carriera professionista. Combatte in Francia, Germania, Russia, Sud America. Dove va vince, non sa nulla degli avversari, spesso preceduti da soprannomi inquietanti (la montagna della Martinica, il cosacco con le cicatrici, il bulgaro dall’istinto omicida, il colosso siberiano), ma li sistema tutti. La popolarità lievita tra gli addetti ai lavori e non. Alle Folies Bergère di Parigi, per dirne una, la famosa ballerina Caroline Otero, “la bella Otero”, balza sulla pedana per abbracciarlo con trasporto. Lui, però, della serata conserva un altro ricordo. “Dopo la finale, si avvicina l’ambasciatore austriaco e mi stringe la mano. Mi rendo conto che si prepara la cerimonia di premiazione, corro dal direttore della banda e gli chiedo a brutto muso di suonare la nostra Marcia Reale e non l’inno di una nazione non mia. E così accadde, non mi ero reso conto di quanti miei connazionali fossero presenti nel teatro“. È un tripudio, Giovanni telegrafa a “Magno“, direttore della Gazza: “Vittoria! Ora lieta trionfo abbracciovi pensando adorata Italia, mia Trieste“. 

Il 16 febbraio 1909 è il gran giorno

Finalmente, la categoria dei massimi ha un confronto per riconoscere il campionissimo.
Giovanni è alto 172 cm, affronta spesso avversari oltre i due metri, è 110 kg al peso, torace 130 cm, 51 cm di collo, 57 di braccio, 33 di polso, coscia 66, polpaccio 42. A Milano, al teatro Dal Verme, la sfida è con il transalpino Paul Pons detto “il colosso“, sedici anni più grande e alone di leggenda ad avvolgerlo.È una esaltante battaglia che consacra Giovanni, così nelle nove colonne della rosea: “Il duello titanico termina con l’emozionante vittoria del triestino. Pons, il detentore della cintura d’oro, deve cedere ad un braccio girato a terra tiratogli da Giovanni Raicevich dopo 47 minuti di lotta“.

 

Esonda la popolarità

Il foglio politico “La lotta di classe” scrive a firma del futuro protagonista della storia italiana: “Se qualcuno venisse a casa mia, non dico a minacciare, ma elevare soltanto il tono della voce, io mi sentirei in diritto, dovere e potere di precipitarlo dalle scale, fosse anche un Raicevich!”. 

Raicevich

Renitente alla leva, Giovanni Raicevich è ricercato dalle autorità austriache che lo bollano con una condanna a morte. Raggiunge Ancona, si merita la nostra cittadinanza, interventista, sottotenente dodicesima divisione di fanteria, si batte sul Podgora ed il Sabotino, l’Isonzo ed il Piave, conduce le autoambulanze, vive l’emozione della presa di Gorizia il 9 agosto 1916, vive la ritirata di Caporetto dove il ponte Codroipo salta in aria appena dopo il suo passaggio. Nel ’15 sposa la nipote Bice, figlia di Emilio. Sarà la madre dei suoi quattro figli, Giovanni il primo, poi Giorgio, Giovanna e Maria

 

Dopo la Grande Guerra

Dalla guerra Giovanni torna logoro e malato, con la ferita dentro per la morte di Massimo, prigioniero del nemico nella fortezza di Salisburgo. Cerca di riprendere quota con la lotta libera (che consente l’uso attivo delle gambe, ma che anche per questo non fa per lui), il cinema, solo per capire che è sempre e solo la greco-romana dove può sconfiggere tutto e tutti, comprese paure ed ostacoli della vita.

Giovanni Raicevich

Non ci crede, ma l’Italia è ancora con lui

A Roma la gente affolla il teatro Adriano ed il salone Margherita per vederlo combattere o sollevare pesi a caccia di nuovi primati. Ha ormai 47 anni quando piega il boemo Hans Kavan dopo 37 minuti di inferno. È il suo ultimo grande combattimento, continua ancora due anni fino al 1930 quando chiude imbattuto una carriera infinita. 

Tecnico della Nazionale e poi Commissario Federale fino al 1943

È l’anno del declino, lo sport non c’entra, la salute vacilla ed il cuore si spezza ancora;  il figlio Giovanni, ufficiale medico, muore a bordo della regia torpediniera Calliope colpita da aerei siluranti a largo del Tirreno. La nuova Italia infine lo dimentica, una pensione minima, un appartamentino, una poltrona.

La sera di Ognissanti del 1957 l’ultima pagina, sbiadita

Dalla Gazzetta solo poche righe, mentre la penna di Orio Vergani sul Corriere della Sera ricorda Giovanni Raicevich senza enfasi, ma a dovere, per quello che è stato. E dovrebbe ancora essere, aggiungiamo noi.
Noi che vorremmo le sue mani per un minuto. 

 

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Venti di calcio

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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