Oratorio. Tra Santa Messa e pallone, piccola storia di una generazione

All'oratorio, tra la Santa Messa e il pallone, si dipana la storia di una generazione cresciuta senza fronzoli. Una generazione che idealmente a quel pallone corre ancora dietro. Proprio come quella cresciuta negli anni sessanta sul campetto dell'oratorio Don Bosco di Cinecittà, dove la storia di uno è la storia di tutti.
Oratorio

Oratorio: luogo destinato all’educazione giovanile. Notoriamente annesso ad altri edifici, come la chiesa; di piccole e medie dimensioni, ci si trova maggiormente un campo di calcio.
Questa può essere una semplice definizione di un luogo conosciuto da tutta la comunità cristiana.
Per quelli che hanno vissuto gli anni sessanta, è qualcosa che va oltre la definizione di luogo; per tanti, compreso il sottoscritto l’oratorio è stata una seconda casa, disposta ad accogliere e includere bambini di ogni provenienza sociale che, lì dentro, giocavano insieme a dispetto della vita di fuori.
Parlare dell’oratorio, quindi, vuol dire ricordare una e anche più di una generazione cresciuta tra Santa Messa e pallone.

(Oratorio Don Bosco, la prima processione)

L’oratorio Don Bosco

I miei ricordi indelebili partono da un portone di Piazza dei Decemviri, al numero due, a Cinecittà.
Alle quindici di ogni sacrosanto pomeriggio c’era la fila già per entrare al Don Bosco. Essere tra i primi era un privilegio perché potevi occupare la porta di calcio vicino la direzione per lasciarla a notte fonda, quando il direttore comunicava a mezzo altoparlante la chiusura, solo allora capivi che la giornata sportiva era terminata e che bisognava ritornare a casa, qualcuno ancora con i compiti di scuola da fare.
Le famiglie non erano per nulla preoccupate perché sapevano bene dove si trovavano i loro figli, divisi tra il campo di calcio, tantissimi, il campo di pallacanestro, tanti, il campo di pallavolo, pochi.
Su quel campo di asfalto con le porte regolari ci siamo cresciuti in parecchi, alcuni sono diventati anche ottimi giocatori, uno su tutti Vito Graziani, classe 1956, centrocampista finito a giocare tra i campioni del Cagliari, insieme a Gigi Riva, e poi tanti altri ancora, nelle varie categorie delle squadre meno blasonate.

La tessera che poteva tutto

Siamo cresciuti con la tessera dell’oratorio in tasca, un cartellino di colore marrone con la foto e la firma del possessore accanto a quella del direttore, di solito il prete piu’ giovane. Per prendere il pallone in affitto, quello “buono”, dovevi consegnare la tessera in direzione per poi riprenderla a fine giornata. Durante la settimana il campo si divideva in tante piccole parti e i ragazzini formavano piccole squadre che si affrontavano senza completi di calcio o scarpini firmati. I grandi avevano la zona migliore, con la porta grande, non c’era partita ma solamente tiri in porta, di forza o ad effetto per ingannare colui che sfortunatamente stava tra i pali, nessuno voleva mai intraprendere il ruolo di portiere.

I “Signori” allenatori

Non c’erano mica le femminucce, quelle sono venute tanto tempo dopo, con la nascita delle classi di scuola miste. Tutti ragazzini, senza alcuna distinzione, con tanti valori già nell’animo, quali l’amicizia e il rispetto verso chiunque, erano le prime regole.
In mezzo al campo poi c’erano loro, gli allenatori, persone giovani e meno giovani che giravano sul campo alla ricerca del piccolo talento da inserire nella propria squadra per il campionato della domenica.
I nomi li ricordo bene: il Signor Pini, il Signor Alfano, il Signor Cipelli, quelli piu’ grandi, chiamati “Signori” dandogli sempre del “lei”, per effetto di una buona dose di educazione; poi c’era Riccio, Pavan, Cappelli, allenatori giovani, usciti da qualche categoria maggiore. I nomi delle squadre erano legati a certi ricordi d’infanzia dello stesso allenatore.
Ricordo bene la mia squadra, la Carditese, dal nome di un Comune di Napoli, Cardito, dove era nato il mio allenatore Riccio.

Queste persone ti allenavano il pomeriggio del mercoledì e del venerdì, vestito da calciatore da casa, gli spogliatoi servivano di solito solo per la domenica. Imparavi a calciare con tutte e due i piedi sbattendo la palla, sul muro della palestra.

Tra Santa Messa e pallone

La domenica mattina presto a Messa, in cripta. Prima di entrare c’era uno della direzione che ti bollava il tesserino, era d’obbligo andare a Messa se volevi giocare il campionato che iniziava con la partita dei piccolini fino ad arrivare a quella delle dodici, quella di cartello con tanto di pubblico intorno al campo.
Prima degli incontri i ragazzi montavano le reti alle porte per renderle ancora piu’ realistiche. Avevano il fascino del calcio vero.
Solo la domenica, c’era il completo che prendevi dal magazzino dell’oratorio composto da una maglia e dei pantaloncini rigorosamente neri.
La squadra della Carditese, la mia squadra, indossava una maglia rosso scuro con i bordi gialli ai polsi e al girocollo. Era addirittura sponsorizzata da una ditta di materiale elettrico, un piccolo logo sul petto con la scritta AVE Elettricità, la fascia di capitano era un fazzoletto bianco. L’arbitro un ragazzo della prima squadra di allora, a lui spettava l’appello e il controllo dei tesserini.

Marco Ranieri. E chi se lo dimentica?

Il rituale prevedeva che le due squadre entrassero in campo dalla parte della direzione.
Davanti a tutti c’era lui, Marco Ranieri, un ragazzo con la sindrome di Down che portava sotto braccio, con orgoglio, il pallone della partita per poi piazzarlo con veemenza nel cerchio di centrocampo. Se oggi parli con i ragazzi di ieri, basta pronunciare il nome di Marco che a tutti vengono lacrime di nostalgia di quei tempi e di quel ragazzo che durante la settimana faceva l’aiuto meccanico, cui piaceva tanto bere un bicchiere di spuma.

oratorio Don Bosco
(Oratorio Don Bosco, l’ingresso)

Un campionato vero

Sui muri sotto le colonne c’erano delle bacheche di legno, dove si leggeva la classifica e potevi vedere ogni tanto qualche foto in bianco e nero dei protagonisti. C’erano gli orari delle partite della domenica, ma anche i nomi di coloro che non si erano distinti per disciplina e comportamento.
Non eravamo per nulla bulli e ci piaceva tanto quell’angolo d’asfalto con le porte regolari. Difficilmente scoppiavano litigi o risse; qualche spintone, qualche brutta parola sussurrata, poi tutto finiva, svaniva davanti la mitica fontanella, si ritornava ad essere amici, rivali, ma mai nemici. E si diventa grandi, si entra nella squadra che affronta un campionato di girone, si va in macchina con i papà, nei campi della città, si affrontano altre squadre, che non vengono principalmente da oratori.
C’è un altro spirito, quello agonistico, il PGS Don Bosco, ora gioca su un campo a ridosso degli archi dell’Acquedotto Felice, diventato nel tempo un prato senza ombra di ricordi, niente piu’ oratorio.

E poi, ad un tratto,  si diventa grandi

Poi arrivano gli anni della scuola superiore che ti porta fuori da quel luogo di culto ma anche di aggregazione.
Sono gli anni della contestazione politica, qualcuno ci lascia la vita per ben diversi ideali. Non c’è piu’ tempo per l’oratorio, ci sono le assemblee da seguire, scioperi e cortei.
Nascono tante associazioni sportive, si sceglie di andare a giocare altrove, non piu’ PGS Don Bosco, ma Bettini Quadraro, Almas, Gerini, le squadre del quartiere, conosciute in tutta Roma, dove i campi sono regolari. Il provino e poi la prima borsa, dentro c’è l’abbigliamento con i colori sociali; le convocazioni, la panchina e l’arbitro vestito di nero. E poi, appena possibile, allo stadio, ognuno a seguire la propria squadra, io con i miei colori giallorossi.

Oggi l’oratorio, il mio oratorio, è quasi sempre deserto, ragazzini che tirano calci a un pallone sono sempre di meno, non ci sono campionati, né tantomeno tavoli da ping-pong o bigliardini di calcio balilla.
Oggi tutto è cambiato, non si corre dietro a un pallone perché troppo presi a correre dietro il tempo che fugge via.

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Stefano Trippetta 64 anni, romano. Scrittore non per vocazione ma solo per passione rivolta alla città che fortunatamente mi ha voluto, scelto e cresciuto. Attraverso il filtro di una buona memoria sono riuscito a dividere questa grande madre: da una parte la Roma del cuore, la Lupa, tatuata con orgoglio; dall'altra quella razionale legata a ogni tipo di cambiamento, atteggiamento, costume.

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