Una foto tra le tantissime. La foto di un istante che è durato una vita. È il 5 settembre del 1960 e al Palazzo dello Sport Nino Benvenuti ha appena sconfitto Jurij Radonjak. Campione ceceno delle Russia sovietica, pugile coriaceo che non diventerà mai professionista perché nei Paesi comunisti non era permesso, Radonjak avrà una carriera di 197 vittorie su 226 combattimenti. Quel giorno il sovietico ingaggia bene Nino, o almeno ci prova, ma non ce n’è per nessuno.
L’oro olimpico dei pesi welter è di Giovanni Benvenuti, per tutti e per sempre, Nino. Nella foto Nino sorride con la medaglia appena messa al collo. Sorride di un sorriso contagioso, sorride di uno di quei sorrisi che diventano la firma di una vita.
Nino è storia nostra, per i pugni che ha dato e per quelli che ha preso
Nino è stato un pugile d’oro, ma i conti con la vita li ha dovuti fare da subito. Prima di salire sul ring dell’Olimpiade più bella della storia, quella ingenua e irripetibile di Roma ’60, prima di salire sul podio dei welter, prima di sorridere a quella medaglia d’oro che aveva il sapore del riscatto e del coraggio, Nino è stato un esule. Italiano di Isola d’Istria, Nino nasce nel 1938 e vede da vicino gli orrori di una guerra che da quelle parti sembrava non voler finire mai. La famiglia di Nino è una di quelle solide, papà Fernando è intraprendente, ha dei campi a vite e frutta, ma commercia anche in pesce e ha un’attività commerciale a Trieste. Intraprendente e anche sportivo, con un fisico che lo aiuta e una passione per il pugilato. Mamma Dora, Nino l’ha sempre ricordata come colta, bellissima e, con i suoi cinque figli, dedicata completamente alla famiglia che ha fatto crescere unita, insegnando educazione e rispetto.
Una famiglia bella i Benvenuti, bella come quelle di una volta, solida come quelle di una volta
Solida per resistere alla persecuzione in cui si esercitavano i titini verso gli italiani che dopo la guerra si ostinavano a rimanere in Istria. Rimangono i Benvenuti, rimangono perché quella è casa, terra e mare loro. Rimangono perché Eliano, il figlio maggiore, è arrestato e rimane in carcere per sette mesi per scontare una colpa irredimibile: essere italiano. Solida, ma quando Eliano è liberato e torna a casa che sembra un fantasma, capiscono che la vita deve andare avanti e trovano la forza di lasciare tutto e di passare dall’altra parte, nella zona A della Trieste sotto amministrazione alleata. A Isola d’Istria lasciano tutto, anche il cuore e Nino non dimenticherà mai.
Il primo sudore
Cresciuto con la passione del pugilato del padre nel sangue, il primo sudore di palestra Nino inizia a respirarlo a 13 anni. Non so quali sogni avesse, ma forse, per quello strano e misterioso incrocio dei sensi che a volte vedono più avanti di quello che comprendiamo, quel sudore e quell’aria stantia devono avergli fatto fare un viaggio nel futuro e chissà, forse proprio in quei primi giorni si sarà visto campione di chissà cosa. Hugo Pratt scrive che sognare di giorno, a occhi aperti, è pericoloso perché quei sogni si possono realizzare. Mi piace pensare che a Nino sia andata così. Mi piace pensare che quel ragazzino di 13 anni che aveva già visto la bellezza di una famiglia felice, la tragedia di una guerra e il dolore di un esodo, in quei primi giorni di palestra abbia fatto il suo sogno, un sogno tanto grande da non lasciarlo mai. E allora sì, sarà andata così che si è visto campione dei novizi nel 1954, campione italiano dei welter nel 1956 e poi superwelter prima italiano a Bologna e poi europeo, a Praga, nel 1957.
Il pugilato gli mostra la sua via, ma la vita non si scorda di lui
Nel 1956 si chiamava ancora crepacuore. Quello di mamma Dora ne aveva viste e sopportate troppe, dai drammi e dalle angosce della persecuzione non si era mai ripresa e così il suo cuore decide di andare avanti, troppo veloce, troppo presto. Ha solo 46 anni e sono sicuro che Nino i pugni, dopo, li abbia tirati anche per lei. Sono sicuro che a Roma quando porta la sua bandiera italiana sul podio più alto, quando sorride a quell’oro olimpico, il suo sorriso fosse anche per lei che non poteva più vedere, ma che continuava a sentire con lui.
Dopo le Olimpiadi di Roma accade di tutto
Nino ha più volte detto nelle interviste che, tra le sue vittorie, l’oro olimpico era quello al quale teneva di più perché un titolo lo puoi vincere, perdere e rivincere, ma l’oro olimpico è tuo per sempre e lui, quell’oro dal collo non lo ha mai tolto. Dopo Roma, Nino inizia una stagione da professionista che gli porterà 82 vittorie su 90 incontri e lo vedrà campione del mondo nei superwelter e nei pesi medi, sempre titoli unificati WBA e WBC. Lo vedrà soprattutto protagonista di grandi incontri e di grandi duelli. Memorabili quelli con Sandro Mazzinghi, altro pugile che ha segnato la storia e anche l’immaginario pugilistico italiano, e con Emile Griffith con il quale combatte nell’indimenticabile trilogia americana tra l’aprile ’67 e il marzo ’68. Poi arriva un duello con un pugile che è un destino, Carlos Monzon, “escopeta” per la forza e la rapidità dei colpi che dava. Il 7 novembre 1970 al Palazzo dello Sport di Roma e l’8 maggio 1971 allo Stade Louis II di Monaco l’argentino, più giovane di quattro anni e anche più cattivo di Nino, ha la meglio. I due verdetti dicono ko tecnico; Nino Benvenuti ha perso, ma al tappeto non c’è andato.
I suoi duelli rimangono nella storia del pugilato e lo segnano per la vita
Campione sul ring, Nino Benvenuti è stato capace di essere persona perbene fuori. Di Emile Griffith diventerà amico e gli sarà vicino nei momenti bui della demenza pugilistica. Sarà amico anche di Carlos Monzon; bruciato in una vita sciagurata, lo andrà anche a trovare in carcere dove stava scontando la pena per l’omicidio della terza moglie. Più articolata la sua storia con Sandro Mazzinghi, da cui lo avevano diviso un reciproco fortissimo agonismo e una diversa visione del mondo. La vita però fa il suo corso e nel 2015, dopo un’attestazione di stima nei suoi confronti fatta da Nino in un’intervista televisiva, i due si parleranno e si ritroveranno in un affetto comune.
Oltre
Adesso, riuniti per sempre, Emile, Sandro, Carlos e Nino ne avranno di cose da raccontarsi.
A volte, nelle interviste, Nino teneva a dire che un giorno avrebbe voluto che le sue ceneri fossero sparse dallo scoglio di Isola d’Istria dove aveva imparato a nuotare da bambino.
Forse è lì che Nino Benvenuti è già tornato.
…………..
Se vuoi leggere il nuovo romanzo di Marco Panella clicca qui per acquistarlo
