domenica, 5 Dicembre 2021

Ogni primo venerdì del mese Sportmemory e le sue storie
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Direttore editoriale: Marco Panella

Peppe Pozzi. Una vita in terra rossa.

Peppe Pozzi. Una vita in terra rossa.
 
Marco Panella
Peppe Pozzi e la sua vita in terra rossa sono un romanzo pop che inizia nella Roma degli anni cinquanta per arrivare sino ad oggi. Nel mezzo, i più esclusivi circoli di tennis della Capitale, agonismo, insegnamento, scouting di campioni, la grande stagione del tennis degli anni settanta e un mondo cambiato più volte.

Elogio delle parole

Ci sono incontri che nascono per caso, semplicemente perché a parola segue parola e le parole possono portare ovunque, anche a scoprire una vita in terra rossa.
Marco Lepre è un amico che di sport sa molto più di me, forte di una tesi in sociologia dello sport discussa ormai qualche annetto fa, di lezioni accademiche e congressi internazionali, ma soprattutto di una passione e di una curiosità che non l’hanno mai abbandonato.

Capita così che chiacchierando con Marco di Sportmemory, lui entri a gamba tesa e mi racconti una storia che lo riguarda da vicino, in qualche modo una storia di famiglia visto quello che andremo a scoprire tra qualche riga, ma soprattutto una storia di tennis fuori dai riflettori, una storia che inizia nella Roma degli anni cinquanta.

Marco mi propone di incontrarla di persona questa storia e così, in chiusura di una giornata di inizio estate mi dà appuntamento al C.T. EUR, enclave sportiva incastonata nell’ultimo quartiere di Roma pensato e non improvvisato, l’EUR.

L’appuntamento è con la vita in terra rossa di Peppe Pozzi.

Peppe pozzi, un romanzo pop

Peppe Pozzi, classe 1940 e un fisico che sembra fatto di  quercia antica.
Appena lo saluto la suggestione è immediata.
Penso che se Franco Califano invece di scrivere canzoni, cantarle e bruciarsi il naso con roba che faceva male, avesse giocato a tennis, respirato aria e terra rossa, sarebbe stato come Peppe Pozzi.

Peppe mi accoglie come se mi conoscesse da sempre, ci sediamo in un’atmosfera dal profumo di tempo sospeso, vero tratto identitario dei circoli sportivi romani, specialmente di quelli di tradizione, dove le appartenenze sociali durano decenni e spesso continuano di padre in figlio.

Così, in questo tavolo a tre con Peppe che racconta e Marco che rilancia aneddoti, una storia minuta del tennis italiano si affastella con l’anima di Roma e diventa un piccolo e prezioso romanzo pop.

Perché, intendiamoci da subito, la vita di Peppe Pozzi è un romanzo pop.

Il Trullo, borgata di Roma

Il romanzo  inizia ai margini di una borgata romana, il Trullo, dove negli anni quaranta Peppe cresce in un panorama fatto di campagna, orti, qualche casa spontanea tirata su alla meglio, case popolari mussoliniane, – basse però, di quelle che non fermano il ponentino come avrebbero invece fatto i palazzoni della attigua Magliana qualche decennio dopo – e poi il cimitero Portuense e la Parrocchietta di via del Casaletto.

Peppe nasce in una famiglia semplice e numerosa, padre operaio, mamma nei campi, quattro fratelli e un’economia domestica di quelle di una volta, quando non buttare nulla e riciclare tutto non era un vezzo da economia circolare, ma strategia di quotidiana sopravvivenza.

Peppe PozziIl tennis per caso

Era il 1951, Peppe aveva undici anni e fino ad allora di tennis aveva solo sentito parlare, tanto era distante dalla sua vita.
La scuola al tempo finiva a giugno e ricominciava il primo ottobre.
Smesso fiocco e grembiule, i ragazzini avevano davanti mesi in cui poteva accadere di tutto: andare in villeggiatura per i non tanti che se lo potevano permettere, diventare banda di strada o di campagna ingannando il tempo tra scorribande degne della Via Pal e magari qualche primo e segretissimo bacio, oppure andare a lavorare in negozi, botteghe e officine che si popolavano di garzoni tutto fare.

Emilio è un amico del padre di Peppe, che lavora come custode in un posto da ricchi, il Tennis Roma, e gli chiede se per caso Peppe può aver voglia di guadagnare qualche lira e andare a fare il raccattapalle al circolo.
Peraltro Emilio ha un figlio, Mario, magari diventeranno amici e si faranno compagnia.

Forse ha ragione Richard Dreyfuss quando nel finale di Stand by me dice a sé stesso…non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni.

A bordo campo

Il lavoretto a Peppe sembra facile facile; per lui, abituato a giocare per strada e nei pratoni con palloni di fortuna, raccattare palle sarà uno scherzo da bambini, cosa che lui in effetti ancora è.
Almeno in teoria, ma vallo a spiegare quanto si cresce in fretta quando per avere qualcosa devi mordere tutto quello che ti capita.

Peppe pensava di raccattare palle e di guadagnare qualche lira.
Sarà andata anche così, ma è proprio in quel momento che la vita del futuro gli si mostra per la prima volta.

Peppe a bordo campo guarda i signori giocare, assimila gesti, posizioni, azioni e reazioni, guarda e non dimentica nulla.

Emilio aveva un desiderio naturale per un padre; gli sarebbe piaciuto vedere il figlio giocare a tennis, in qualche modo una sorta di desiderio di riposizionamento sociale che richiama alla memoria l’Aldo Fabrizi bidello del liceo romano Visconti in Mio figlio professore.
Il fatto è che Mario, con il tennis, proprio non ci sapeva fare.

La racchetta di fortuna

Così, giorno dopo giorno, mentre Peppe guarda il gioco, Emilio guarda Peppe.
Lo vede sveglio, attento, ne vede gli occhi seguire palleggi, volée, servizi e rovesci, lo vede scattare ogni volta che c’è da riprendere una palla. Il bambino si muove bene, cresciuto per strada è già padrone del suo fisico.

Accade così che Emilio decide di procurare una racchetta a Peppe.
Racchetta in effetti è un termine eccessivo per una palanca da cantiere tagliata e sagomata che, al massimo, poteva somigliare a un racchettone, ma molto più pesante.
Nonostante il peso e l’impugnatura che fa venire le vesciche,  è con questo attrezzo che Peppe prende confidenza con le palle giocando a battimuro nei tempi morti, con la memoria che gli rimanda agli occhi le immagini rubate a bordo campo e lui che si atteggia a replicarle.

Il tennis di Peppe Pozzi è iniziato così, replicando immagini imparate a memoria, senza voce narrante, ma solo con l’imitazione plastica del movimento e dei suoi tempi.

Imparare a vincere

Peppe cresce, continua a giocare, il fisico si forma e con un’attrezzatura di fortuna come una racchetta miracolosamente recuperata da Emilio e i pantaloncini bianchi cuciti dalla nonna con stoffa da lenzuola, gioca qualche torneo e inizia a vincere.
A quattordici anni, non senza qualche ritrosia e spaesamento per il viaggio che deve affrontare da solo, il padre lo mette su un vagone di terza classe, uno di quelli con le sedute in legno, che in un tempo infinito lo porta a Milano.
Più che un viaggio, un’iniziazione.

Peppe si era qualificato per giocare alla Coppa Lambertenghi, occasione importante per mettersi alla prova.
Poteva farlo in un modo normale?
No, non poteva.

Le due scarpe sinistre

Oltre ai pantaloncini cuciti dalla nonna e a una racchetta con 12 corde riannodate, Peppe va a giocare la Lambertenghi con due scarpe sinistre, due Superga in tela, anche queste recuperate negli spogliatoi del Tennis Roma tra quelle buttate dai signori perché troppo consumate.

Una delle due scarpe sinistre era stata rimaneggiata con della tomaia applicata da un calzolaio amico del padre e, se non altro, fungeva allo scopo di non farlo giocare scalzo.
Forte del suo equipaggiamento di fortuna, Peppe arriva in semifinale.
È un buon risultato per il gioco, ma lo è anche per il carattere che gli si stava formando addosso.

La borsa di studio

I signori del Tennis Roma si accorgono del ragazzo e qui entra in campo la storia familiare del mio amico Marco Lepre, perché uno di loro era suo padre.

Allora presidente del Circolo, il papà di Marco insieme al direttore sportivo Minio Paluello, propone a Peppe una borsa di studio sportiva per sostenere un anno di sua attività agonistica con i colori sociali.
Peppe è entusiasta e accetta subito.

In un anno e mezzo diventerà numero sedici in Italia ma, soprattutto, matura in lui l’abito mentale di entrare in campo solo per vincere.

La vita che Peppe aveva iniziato ad assaporare non cambierà più direzione, ma cambierà circolo.

Al CT. EUR

peppe pozziIl Circolo Tennis EUR è stato inaugurato da pochi mesi quando Peppe, diplomato Maestro Federale tra i primi, il primo gennaio 1964 ci mette piede e si rende conto che c’è veramente tanto da fare.

È una sfida, una di quelle che piacciono a Peppe e lui, di rimando, gli dedica una vita intera e oggi, seduto al tavolo con me e Marco, mentre mi racconta della sua vita saluta figlio e nipote che con racchette al seguito vanno verso i campi.

Peppe inizia subito a curare l’attività agonistica e impianta la scuola tennis, inizialmente riservata ai figli dei soci, ma che riuscirà presto a far aprire anche agli esterni facendo registrare centinaia di iscrizioni.
L’apertura agli esterni sarà anche l’opportunità per alimentare la vita agonistica del circolo.
Peppe e Minio Paluello si dedicheranno a un’attività di scouting per la ricerca di giovani talenti che porterà al circolo, tra gli altri, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli che, ovviamente, saranno allenati proprio da Peppe.

Scelta in via definitiva la via dell’insegnamento, Peppe non abbandona l’agonismo dal quale prende mordente, adrenalina, soddisfazioni personali e anche spunti per migliorare le tecniche dello stesso insegnamento.

L’agonismo

PEPPE POZZILa vita agonistica di Peppe Pozzi, che definire brillante è dir poco, come si può vedere da questo elenco del tutto parziale, è stata anche straodinariamente longeva.

Campione italiano professionisti singolo e doppio dal 1975 al 1978;  semifinalista ai Campionati assoluti italiani nel 1976 e nel 1978, ; Campione mondiale a squadre over 35 nel 1983  e nel 1989; Campione mondiale veterani a squadre nel 1987; Campione italiano veterani singolo e doppio nel 1988 arrivando a piazzarsi sesto nella classifica mondiale veterani; Racchetta d’Argento nel 1992 quale miglior Tecnico Federale; Campione italiano a squadre over 50 nel 1993 e 1994 ; Campione italiano a squadre over 65 e Campione italiano di doppio over 65 nel 2006.

Una vita in terra rossa

Peppe Pozzi, però, è anche il testimone di quanto sia cambiato l’approccio al tennis in questi sessanta anni da parte di bambini, ragazzi e famiglie e di quanto non necessariamente in meglio sia cambiato il rapporto di questi con il Maestro.

Peppe Pozzi, negli straordinari successi della sua vita agonistica e nelle tantissime soddisfazioni che ha avuto formando ragazzi che poi sono diventati atleti di successo e persone perbene, è stato ed è un irregolare del tennis, un uomo libero fatto di carne e passione, con occhi che ancora oggi si illuminano quando riannoda a memoria fatti, aneddoti e persone che hanno popolato la sua vita.

Per questo, quando Peppe ti parla, gli vedi addosso gli stessi occhi veloci che quando era solo un bambino rubavano stili, colpi e segreti dei signori che giocavano a tennis davanti a un raccattapalle.

Occhi che, se ci guardi bene dentro, riflettono ancora terra rossa.
La terra rossa della vita di Peppe Pozzi.

Marco Panella, (Roma 1963) direttore editoriale di Sportmemory, curatore di mostre e festival culturali, esperto di storia del costume italiano ed heritage communication. Ha pubblicato "Il Cibo Immaginario. Pubblicità e immagini dell'Italia a tavola"(Artix 2015), "Pranzo di famiglia. Una storia italiana" (Artix 2016), "Fantascienza. 1950-1970 L'iconografia degli anni d'oro" (Artix 2016) e il thriller nero "Tutto in una notte" (Robin 2019)

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