Oscar Daniel Bezerra Schmidt. La Mano Santa

Il 17 aprile scorso ci ha lasciato Oscar Daniel Bezerra Schmidt, il ragazzone di 2 metri e 5 che ha scritto la storia del basket brasiliano ed italiano. Lo hanno chiamato O Rei do Triplo, lo hanno chiamato la Mano Santa, lo hanno chiamato Big Chin. Nato sotto il segno dell'Acquario, per noi semplicemente Oscar.
 Roberto Amorosino
Oscar Daniel Bezerra Schmidt

Oscar Schmidt è stato la Mano Santa. Un giocatore così non s’era mai visto dalle nostre parti. Nei numeri, nella tecnica, nell’applicazione. Ci sono privilegi che ti arrivano dal cielo, che non sai perché e proprio qui. Oscar è stata la mano sulla spalla del nostro basket ed ora sembra che non gli abbiamo detto “grazie” abbastanza.

Oltre i numeri

Mai visto un tiratore così preciso, spietato, regolare. Il basket mangia dati. I suoi, non tutti ma i più eclatanti, sono questi: – 49,737 punti in carriera; – a Caserta, 9134 punti con una media di 32.2 a partita ed il picco della stagione 1988-’89 con 36.6 di media; – se aggiungiamo Pavia, si sale a 13957 punti ed una media di 34,6; – il picco con Pavia è la stagione 1990-’91 con 44 punti di media; – contro Torino, sempre a Pavia, registra a referto 66 punti; – con il suo Brasile 5 Olimpiadi; – A Seul 1988, 8 partite e 42.2 di media, è tuttora la media punti più alta di sempre ai Giochi; – in Brasile, a 39 anni, la media punti è 41,5 con il picco di 77 punti in una sola partita.

Oscar Daniel Bezerra Schmidt

Non ha mai giocato in NBA, eppure i Nets lo avevano selezionato.

Giocò qualche pre-season senza scendere mai sotto i 25 punti. Rinunciò ai dollari facili quando fu chiaro che avrebbe dovuto rinunciare alla maglia verdeoro della selezione nazionale: impossibile per lui pensare ad una cosa del genere. Lasciò comunque un segno indelebile sul basket a stelle e strisce: nel 1987 ai Giochi panamericani strapazza gli americani per un’impresa storica suggellata da 46 punti. È’ la svolta, da lì a poco gli americani decidono di aprire le porte della nazionale ai supereroi NBA. Senza Oscar, non avremmo avuto il Dream Team di Barcellona 1992. Era nella logica delle cose, ma non c’è dubbio che le “bombe” da fuori di Oscar accelerarono la rivoluzionaria presa di posizione.
Di Oscar anche il record dei punti ai Giochi Olimpici, 55 punti. Scorri la top ten dei marcatori e trovi il suo nome ben otto volte su dieci. Ai mondiali stessa storia, 52 punti record. Ha chiuso a 45 anni, dopo otto stagioni a casa con quattro squadre diverse (Corinthians, Bandeirantes, Grêmio e Flamengo), ma la costante di vincere sempre il titolo di primo realizzatore, 8 su 8 e l’emozione forte di giocare con il figlio Felipe.

Oltre il giocatore

Oscar sapeva trovare il canestro ad occhi chiusi, sotto pressione, con i raddoppi di marcatura, in equilibrio precario. Preparavi la partita per arginarlo, sapevi che il terminale sarebbe stato lui per la palla che scotta, eppure riusciva sempre ad andare su, trovare tempo e coordinazione per andare a segno. Se la giornata non era delle migliori, ne usciva con un tiro in più e alla fine aveva quasi sempre ragione lui. Maniacale nel lavoro, nella ripetizione del gesto, nella capacità di affrontare vittoria, sconfitta e sfide in campo e fuori. Si dice che il lunedì, fuori programma, andava in palestra chiedendo alla moglie di accompagnarlo per passargli la palla. Perché c’era da migliorare, da pensare alla prossima partita dove bisognava far bene, meglio di quella del giorno prima. Anche con la malattia, quindici anni di battaglia, se l’è giocata da uomo fuori dal comune. 

Oscar Daniel Bezerra Schmidt

Caserta ha ritirato la maglia numero 18

È stato il mito di una città che è arrivata dove mai avrebbe pensato. Otto stagioni, l’intuizione di Bogdan Tanjevic che lo strappa alla concorrenza dopo la Coppa Intercontinentale 1979 dove bosniaci e varesini si devono arrendere ai paulisti del Sirio trascinati da un ventunenne indiavolato. Con Oscar arriva subito la promozione nella nostra massima serie. Arrivano due finali scudetto e una finale di Korac, e poi finalmente il primo trofeo: la Coppa Italia 1987-’88 contro Varese. L’anno dopo l’epilogo, gloria e rammarico, con la finale Coppa Coppe contro il Real Madrid di Drazen Petrovic: 117-113 dopo il supplementare con 106 punti complessivi tra i due fuoriclasse. 
L’ingresso nella Hall of Fame più prestigiosa, unico brasiliano della storia, non ha aggiunto nulla se non la soddisfazione di essere premiato dal suo idolo indiscusso, Larry Bird.
Oscar
invece era stato l’idolo del piccolo Kobe nei giorni italiani e di tanti altri di noi, nei palazzetti di una volta, consapevoli che più fischiavi e più ti puniva. Implacabile campione.

Adesso con Ayrton e Pele’… tristeza por favor va embora. 
[Natal 16.2.1958 – Santana de Parnaíba 17.4.2026]

 

 

 

 

 

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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