Stefano Furlan. Una storia spezzata che Trieste non può dimenticare

Col tuo nome addosso. Non c'è una città con la memoria più forte di Trieste. Stefano Furlan non sarà mai dimenticato. 
 Roberto Amorosino
Stefano Furlan

Il 15 maggio 1983, 31esima giornata del campionato di Serie C, l’Unione di Adriano Buffoni e bomber De Falco supera 2-1 il Parma e conquista la categoria superiore. Il Grezar tracima sul terreno di gioco, tra i tanti ragazzi della curva c’è un ragazzo pieno di capelli, sciarpa alabardata legata alla vita e senza maglietta. Forse ha venti anni forse meno, ultimo anno geometri e poi il pomeriggio a prendere due soldi da un fioraio vicino casa. Lui va allo stadio per divertirsi, non fa casino, non beve, canta e pensa chissà come doveva esser forte la Triestina del dopoguerra. È felice tra triestini felici, ma nella foto che lo ritrae ha un’espressione seria, fissa l’obiettivo, forse è solo un fermo immagine venuto così.

8 febbraio 1984

Si chiama Stefano Furlan, ama il calcio e la sua giovane vita, e c’è anche qualche mese dopo per una partita di Coppa di mezza settimana, Triestina-Udinese senza reti, ma sempre di profonda rivalità tra le due fazioni. Come altre volte, Stefano ha trovato parcheggio per la 128 blu a via Macelli e, partita conclusa, si avvia verso la macchina. C’è confusione…saltano passaggi del racconto, solo l’epilogo è certo. Non ci sarà conferma delle manganellate né del muro dove a spintoni hanno fatto finire la testa del ragazzo, di certo c’è il trauma. Stefano viene portato in questura con altri tifosi per poi essere rilasciato. Recupera la FIAT, oramai è sera tardi e mamma Renata deve mandar giù la versione edulcorata dell’accaduto. Non può nascondere di avere mal di testa e nonna Amabile provvede con impacchi vecchia maniera. In questura diranno che Stefano è stato fermato nel contesto di incidenti post partita con macchine danneggiate e via dicendo. Stefano non sta bene, peggiora, la diagnosi conferma un trauma cranico pesante, lesioni, ematoma. Nel frattempo, la stampa che aveva parlato di clima infuocato, ma mai di incidenti, comincia a cambiare atteggiamento. Non ci sono video, e non siamo ancora circondati dai telefonini, ci sono le testimonianze. Tre ragazze parlano di un agente che ha afferrato Stefano per i lunghi capelli, gambe larghe e poi testa contro il muro. Dopo venti giorni di coma, Stefano lascia Trieste ed un vuoto enorme di rabbia a tutti quaggiù. 

Stefano Furlan

La tragedia imporrebbe silenzio e poi verità, ma tutto si complica in modo possibilmente ancora più amaro

Pochi giorni dopo la decisione di costituirsi parte civile al processo da parte della signora Renata, il telefono di casa Furlan squilla a ripetizione. “Ritiri la denuncia, signora, non è una buona idea continuare questa faccenda“. Dal questore stesso arriva una lettera con un’offerta di 80 milioni di lire a totale risarcimento per le conseguenze dell’incidente “a condizione della rinuncia alla costituzione di parte civile e senza che ciò comporti ammissione di responsabilità“. Le risposte le possiamo immaginare, Stefano sarebbe ancora più orgoglioso del cognome che porta, quello della mamma.

7 novembre 1985

Sono trascorsi ventuno mesi. Alle tre ragazze si aggiungono altre testimonianze, prima due poi decine e decine. Tutti raccontano di reazioni violente e brutali da parte degli agenti di polizia, tutte o quasi vengono considerate poco attendibili. Anche i periti medico legali lasciano dubbi. Sono quattro gli uomini in divisa rinviati a giudizio e uno solo, coetaneo di Stefano, viene condannato a un anno per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. Incensurato, non sconta nemmeno un giorno, forse perde il sonno ma non il lavoro. Lui, dirà, voleva solo colpirlo alla spalla, ma il ragazzo per fuggire era scivolato. Una manganellata per sbaglio in una situazione di confusione e dietro l’ordine di disperdere gli esagitati. 

Stefano Furlan

Per sempre

Noi non dimentichiamo” urla il murale di Via Valmaura. L’Unione Sportiva Triestina Calcio 1918 paga la multa federale affibbiata regolarmente quando si alza il coro “Trieste, la curva non l’ha dimenticato: Stefano Furlan ucciso dallo Stato“. Non c’è divieto né altro che impedisca ai ragazzi della curva, quelli di ieri e quelli di oggi, di ricordare Stefano ogni benedetto 8 febbraio con il corteo che è presenza, rispetto, senso di appartenenza. 
La curva nord del nuovo stadio Nereo Rocco, si chiama curva Furlan.
Renata lo ha ritrovato il 7 gennaio di quattro anni fa. Sono insieme ora a Ronchi dei Legionari. Date, luoghi, memoria, tavole apparecchiate per chi non torna, battaglie perse. La curva Furlan occupa 5.561 posti. Quel numero uno… 

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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