Il mondo del calcio moderno è universalmente percepito come il regno di atleti ricchissimi e viziati. Sono sempre circondati da donne meravigliose, personaggi altrettanto famosi, parvenu rampanti e da nutrite squadre che fanno loro da scorta. Vivono in ville lussuose e inaccessibili, in loft delle metropoli più moderne, trascorrono vacanze in luoghi da sogno. Queste non sono percezioni campate in aria: la parziale veridicità di tali aspetti è attestata dai reportage che li documentano. Questi divi un po’ li si ammira, un po’ li si invidia. Sono il segno dei nostri tempi, si direbbe.
Non ci si crederà, ma anche gli assi del passato erano delle vere e proprie celebrità, conosciute da tutti
Venivano fotografati e intervistati, la loro vita scandagliata in ogni dettaglio. Prestavano il volto per pubblicità di saponette, sigarette e brillantina. Di sicuro non guadagnavano quanto i loro omologhi di oggi, ma anche loro spesso dettavano legge presso i presidenti dei rispettivi club. E, facendo le debite proporzioni, si impuntavano, si ribellavano, accampavano pretese, arrivando perfino a esercitare forti pressioni sui loro malcapitati datori di lavoro. Insomma, rispetto a quelli che oggi chiamiamo “star”, ieri non erano poi così diversi.
Peppin Meazza
Questa perla trovata quasi per caso in un’emeroteca, ci offre un esempio calzante di questo fenomeno: il giornalista Arnaldi (presumibilmente Enzo) in questo articolo si scaglia nientemeno che contro il fuoriclasse Giuseppe Meazza. Per i pochi che non lo sapessero, Meazza fu un attaccante e regista offensivo straordinario, capace di segnare e inventare gioco. Simbolo dell’Inter e della Nazionale, è ricordato come il campione che vincendo due mondiali diede prestigio internazionale al calcio italiano. È tutt’ora il miglior marcatore dell’Inter di tutti i tempi.
Stampa Sera, 1939
In questo articolo della testata giornalistica “Stampa Sera” del 7 marzo 1939, Arnaldi fa letteralmente a fette il bicampione del mondo che un paio di giorni prima si era rifiutato di scendere in campo per il match della sua Ambrosiana contro la Triestina.
Per il giornalista, Giuseppe Meazza, rifiutando la maglia, si abbandona a “capricci infantili, eludendo i suoi doveri professionali”.
Non è stato possibile reperire, pur consultando le edizioni successive, dichiarazioni dell’asso che spieghino i motivi della sua controversa scelta. Si può tuttavia supporre che stesse già subendo gli effetti dell’infortunio che, per fortuna a carriera inoltrata, ne avrebbe compromesso la brillante parabola: la sindrome del “piede gelato”. A conforto di questa tesi sarebbe arrivato, a fine stagione, l’addio di Giuseppe Meazza all’Ambrosiana. La stagione successiva l’avrebbe poi giocata nel Milan (Milano, all’epoca), ma questa è un’altra storia. Sarebbe stato interessante conoscere le spiegazioni attraverso le sue stesse parole, ma probabilmente il campione preferì non dare seguito alle dichiarazioni tranchant di Arnaldi. Stavolta sì che erano “altri tempi”: oggi una querelle del genere sarebbe trending topic per giorni, tenendo banco tra opinionisti, addetti ai lavori, social network e, naturalmente, carta stampata.

Ecco il testo dell’articolo
Ieri solo pochi ne parlavano. Ora tutti confermano.
Nonostante il medico avesse dichiarato che poteva affrontare la partita, e nonostante lui stesso avesse più volte ribadito — da sabato sera fino a domenica dopo pranzo — di essere pronto a scendere in campo, Giuseppe Meazza, al momento di recarsi negli spogliatoi per indossare quella maglia nerazzurra che porta da dodici anni, ha fatto sapere ai dirigenti di non sentirsi di giocare contro la Triestina.
Inviti, preghiere, suppliche: nulla è servito a fargli cambiare idea. Non avrebbe giocato. E così fu.
Sapete come i poveri dirigenti si sono salvati? Poiché Demaria stava già giocando con le riserve, fecero chiamare Ferrari tramite l’altoparlante — era tra gli spettatori — e lo mandarono in campo.
Risultato: pareggio, pessima prestazione della squadra, sogni di scudetto svaniti, Ferrari con una frattura al perone, fermo per tutta la stagione.
Non sappiamo perché Meazza abbia agito così e, anche se lo sapessimo, non ci interesserebbe, perché — per come si sono svolti i fatti — qualsiasi motivazione non avrebbe alcun valore.
Sappiamo solo che Meazza, capitano dell’Ambrosiana, capitano della Nazionale campione del mondo, ha inferto una pugnalata alla schiena della sua squadra.
Meazza non è più un ragazzino: i tempi del “Balilla” sono lontani.
Non si può, a quasi trent’anni, parlare di leggerezza, di bizza fanciullesca, di ignoranza delle proprie responsabilità da nazionale, da professionista ben pagato, da sportivo, da uomo.
No. Qui si tratta di menefreghismo. Di fuga dagli obblighi che la maglia azzurra impone. Di mancanza di rispetto verso gli impegni lavorativi. Di slealtà verso i colori sociali.
Noi non siamo tra quelli che, per principio, si schierano sempre con i dirigenti nei conflitti con i giocatori. Anzi, spesso riteniamo che la colpa sia proprio dei dirigenti. Ma in questo caso, no!
Se Meazza aveva delle ragioni, doveva farle valere prima, non un attimo prima di entrare negli spogliatoi.
Questo è sabotare la squadra, danneggiare la Società, penalizzare i compagni, tradire il pubblico.
Abbiamo avuto un “caso Marchini”, è ancora aperto il “caso Rava”, e ora sta per nascere un “caso Meazza”. Basta!
Basta con questi nazionali che dimenticano che la maglia azzurra, oltre agli onori, comporta impegni d’onore. Basta con chi avvelena il clima del campionato, disgustando il pubblico e offrendo pessimi esempi ai colleghi.
E ora, per i capricci del divo Meazza, la Nazionale, ancor prima di iniziare la preparazione per Italia-Inghilterra, ha già perso Ferrari.
Arnaldi, 5 marzo 1939.
Unico
Meazza fu un attaccante e regista offensivo straordinario, capace di segnare e inventare gioco. Simbolo dell’Inter e della Nazionale, è ricordato come il “Balilla” e come il campione che diede prestigio internazionale al calcio italiano.