Fiumana 1906. Il filo che non si spezza

I nostri Campioni del 2006, Fabio Cannavaro e Gennaro Gattuso, hanno dovuto cedere il passo alla squadra del HNK Rijeka, neo campione di Croazia, club risorto sulle ceneri della Fiumana 1906. Una storia infinita che non si racconterà mai abbastanza, l'ebbrezza di un sogno che non va più via
 Roberto Amorosino
Rodolfo Volk

Mi ricordo la Juventus giocarsi il quarto di finale di Coppa Coppe, era il 1980, a Fiume contro il Rijeka. Scialbo 0-0, solo Marocchino provò a vivacizzare, ma senza grande costrutto. Era l’andata, al ritorno gioco facile, Causio poi Bettega e biglietto per la semifinale. Era lontana Fiume, un puntino dell’atlante De Agostini, e il telecronista non disse nulla del suo passato di città unica, di velleità rivoluzionarie, grandi passioni ed ancor più grandi divisioni. Della sua storia sapevo poco, Camera Fabietti e Villari se la giocavano a chi mozzava più pagine di storia patria a scapito di (verità e) noi studenti. Del suo calcio sapevo ancora meno e questo era francamente inaccettabile. 

La Fiumana 

Il club nasce nel 1904, si chiama Olimpia ed il football è solo una delle sezioni sportive, la prima partita ufficiale è di due anni dopo. La fusione con un’altra società locale, il Gloria – viva espressione del proletariato – porta alla fusione da cui sorge l’Unione Sportiva Fiumana che arriva a disputare un paio di campionati di seconda divisione italiana. La tragedia dell’occupazione slava rovescia l’Istria tutta da capo a piedi e lo sport, pur essendo l’ultima delle preoccupazioni di una popolazione devastata, non resta immune dal piano di sostituzione operato dagli invasori. La Fiumana cessa di esistere nel 1945. 

Il filo però non si spezza

Il filo resiste nonostante ostracismo e manipolazione della storia. C’è un torneo non ufficiale che vede brandelli della Fiumana ancora resistere ai soprusi: c’è la squadra dei Magazzini Generali, c’è la rappresentativa sindacale fiumana, ci sono soprattutto gli anni della SCF (Società Cultura Fisica) Quarnero che adotta l’amaranto (o, forse meglio dire del cremisi oro ed indaco) della Fiumana e tiene botta fino al giugno ’54 quando l’abolizione del bilinguismo in città e la tensione politica sfocia in un altro giro di angherie. Il club cambia ancora nome, diventa monolingua, diventa HNK Rijeka. La stagione 1958-’59 è la prima nella massima divisione jugoslava, solo una breve parentesi anni settanta di ridimensionamento, poi sempre a ridosso delle squadre più blasonate fino all’ultima stagione, 1990-’91, quando il mosaico titino si sbriciola per sempre. Risorge la Croazia e per Rijeka è ancora e sempre Seria A dal 1991-’92.  Il primo scudetto è del 2016-’17, ribadito dalla Coppa nazionale, un colpo doppio che ammutolisce la spavalderia della Dinamo Zagabria pronta ad incamerare il dodicesimo campionato di fila. 

Quest’anno il deja vu altrettanto inatteso 

Il filotto della corazzata Dinamo, ripreso proprio dal 2018, si interrompe di nuovo per opera dei fiumani che, con un finale di stagione esaltante e drammatico, brindano ancora anche in Coppa. A novanta dalla fine lo scenario vede Rijeka e Dinamo – in panchina Fabio Cannavaro – appaiate a quota 62 con l’Hajduk Spalato due punti dietro e teoricamente ancora in corsa. Vince Rijeka 2-0 vs Slaven Belupo, vince Zagabria 1-0 vs. Varazdin. Non decidono i punti e nemmeno la differenza reti, anche qui parità assoluta (+28), decidono gli scontri diretti a favore del Rijeka. Ringhio Gattuso vince fuori con il suo Hajduk , ma serve solo per recriminare l’esito di un torneo condotto in testa per lunghi tratti. 

Ezio Loik
Ezio Loik

Il pescecan

Nel Quarnero non si sono mai avvistati squali, delfini sì e tanti, ma il simbolo della squadra è il pescecan come da dialetto. I colori sono il bianco ed il celeste e l’immagine simbolo della maglia è una croce che vuol dire fede, forza e determinazione.  In passato, la seconda maglia ha ricordato il cremisi, intrecciato all’oro ed all’indaco, della Fiumana, ma anche il bianconero dell’Olimpia e della Gloria, l’azzurro verde rosso del Quarnero. Il Rujevica non arriva a diecimila posti, un piccolo catino pieno di entusiasmo dove non si passa facilmente e dove “forza Fiume” si ascolta fra un coro croato e l’altro degli ultras “armada”, impegnati a dividersi tra basket, pallanuoto e pallamano, le altre discipline altrettanto popolari.  Mister Dalovic e il portiere capitano Zlomislic sono due dei simboli più significativi di una squadra vincente pronta all’avventura Champions. Sono gli inconsapevoli eredi dei nostri fratelli Varglien, di Rodolfo Volk, del primo fiumano in nazionale Marcello Mihalich e dell’immortale Ezio Loik. Il Corso, colmo di giovani per la festa scudetto, è dove i nostri eroi di un tempo che fu – senza fronzoli, di cuore puro – passeggiavano su e giù nei loro cappotti invernali a dispetto della pioggia e della bora maligna. Non ci sono più i vecchi che ti raccontano del balon fiuman, dell’ultima partita con il Vittorio Veneto, di quella volta che arrivò Peppin Meazza in persona a trattare l’acquisto di Bruno Quaresima che “…un giovane così forte non s’era mai visto“.  Adesso ci sono solo i giovani che non sanno e nemmeno si fanno domande. Loro aspettano la musichetta Champions e una big europea, fosse di nuovo la Juventus sarebbe il massimo, perché questa volta non si parte sconfitti. 

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, ha collaborato con Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male. "Venti di calcio" è la sua opera prima.

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