mercoledì, 27 Ottobre 2021

Ogni primo venerdì del mese Sportmemory e le sue storie
Direttore responsabile: Roberto Angelini
Direttore editoriale: Marco Panella

Dal tatami alla vita

Dal tatami alla vita
Lara Liotta
La squadra del bronzo a Bratislava 2004 più che gambe e fisico aveva cuore. Lo stesso restato immutato nel tempo e nello spazio, a dispetto di qualunque circostanza, quello che quando non c’è nessuna coppa da alzare ti ricorda che non hai perso tutto, che il combattimento termina davvero solo quando il tempo dell’incontro è finito, mai un secondo prima e che le persone scompaiono davvero solo quando non vogliono più farsi trovare.

Dal tatami alla vita si passa nel tempo di una telefonata, quella che ho ricevuto il 7 agosto del 2018.
Ma questa storia inizia prima.

La palestra, gli allenamenti, i fine settimana passati insieme nel centro tecnico regionale di karate del Lazio e anche qualche uscita nel tempo libero: la squadra che in quel 2004 vinse il bronzo al secondo Campionato Europeo a rappresentative regionali di kumite (combattimento), era composta da amiche.
Ognuna di noi aveva vinto l’oro alla Coppa Italia individuale della sua categoria di peso e tutti quegli ori sommati avevano dato al Lazio il diritto di partecipare alla fase europea dell’evento in programma a Bratislava.
Io, Francesca, Claudia ed Eleonora, a quell’evento, ci ritrovammo da complici e compagne di viaggio. 

Bratislava 2004

Arrivate nella capitale slovacca avevamo con noi una forza in più: pur nelle differenze tecniche e caratteriali avremmo combattuto l’una per l’altra senza lasciare nulla al caso, senza vanificare gli sforzi di nessuna.
La gara era a squadre, ogni nazionale schierava sul tatami un team di tre atlete.
Era una gara Open, senza categorie di peso, vinceva ad ogni incontro la Nazione che portava a casa due vittorie sui tre combattimenti previsti. Rispetto alle giganti norvegesi, alla rappresentativa delle Canarie, o alle russe eravamo fisicamente piccolissime: Davide contro Golia.

Personalmente mi ritrovai a combattere con un’atleta guardandola da sotto come se fossi in ginocchio.
La mia media altezza non era un parametro migliorabile o condizionabile a vent’anni compiuti, dovevo tirare fuori altre risorse, ma in tutto il tempo del combattimento sentivo le mie compagne incitare e sostenere senza sosta.
Lo stesso feci io, facemmo tutte reciprocamente, per sostenere chi di turno era sul tatami.
Dietro di noi il mio maestro Roberto, la guida sportiva e personale di sempre, l’uomo che da tutti gli atleti sa tirare fuori il meglio e valorizzarlo ai massimi livelli. Un mago di talenti, si potrebbe dire. Roberto è poi la persona che mi ha seguita sportivamente sin da quando muovevo i primi passi sul tatami, ancora bambina.

Al termine di una gara estenuante, combattuta sul filo del rasoio, con distacchi di punteggio minimi, arrivò per noi il terzo posto.
Una medaglia bellissima, inaspettata, che ci ha viste abbracciate e soddisfatte nella foto sul podio.
Neanche avessimo vinto l’oro, sorridevamo più di tutte le altre, più di quelle al primo posto e nella piazza d’onore.
Quei sorrisi sono  uno dei ricordi agonistici più belli, di quei pensieri dolci del dopo carriera, quando alla soglia dei trent’anni avrei smesso l’attività agonistica ed insieme a me anche tutte le altre, per i motivi più disparati. Chi aveva messo su famiglia, chi aveva trovato un lavoro non compatibile con l’impegno costante dello sport ad alto livello.
La parentesi agonistica si concluse, a segnare il passo fu la vita di ognuna di noi che crescendo di età ci aveva fatto lasciare il tatami, portate da altre parti, in altre città persino. Pur fisicamente lontane non ci perdemmo solo grazie al telefono, ai messaggi o alle telefonate di ogni tanto per sapere come andava.

Di vederci a Roma e dintorni non successe più.

Lavinia, mia figlia

Molto tempo dopo, il 7 agosto 2018, come funzionario amministrativo dei Vigili del fuoco sono a lavoro, seduta alla mia scrivania.
Alle 10 del mattino squilla il cellulare, la chiamata proviene da un numero che non ho registrato in rubrica.
D’istinto penso di non rispondere, poi credo che si tratti di una chiamata per ragioni d’ufficio e mi decido a scoprire chi sta chiamando. Dall’altra parte una voce urlante, che sulle prime non riconosco, mi informa che mia figlia Lavinia è stata investita da una macchina mentre si trovava all’asilo nido.

Chi mi parlava era la maestra a cui l’avevo affidata per custodirla mentre ero a guadagnarmi lo stipendio.
La mia bambina è stata investita nel parcheggio di quell’asilo mentre gattonava in solitudine, andando incontro ad una macchina che non si avvedeva di lei, troppo minuscola ed indifesa per esplorare da sola il mondo.
Un colpo alla testa con il paraurti devastante, lei a terra in una chiazza di sangue.
Una notizia che mi piega le ginocchia ma voglio arrivare da lei.

Allerto il mio compagno dicendogli di raggiungermi senza spiegargli nulla dell’accaduto, mi illudo di preservarlo ma siamo entrambi maledettamente sulla stessa barca in odore di naufragio.
Afferro le chiavi della macchina, mi separano 50 km dall’ospedale della mia città dove penso di rivederla.
Quando sono in viaggio declinando ogni invito ad essere accompagnata, arriva la chiamata del medico del pronto soccorso: mi informa che Lavinia è sull’eliambulanza, che devo correre all’ospedale pediatrico Bambino Gesù.
Alla mia sinistra sento e vedo il grande raccordo anulare trafficato e rumoroso, le macchine che sfrecciano velocissime fanno da contrasto al mio cuore che invece a quelle parole è come se si fermasse.

Accosto a destra perché comprendo di non essere in grado di guidare.
Chiamo i colleghi Vigili del Fuoco appena lasciati, chiedendo di essere accompagnata.
In meno di un quarto d’ora arrivo al Dea dell’ospedale Bambino Gesù, dove mi informano che Lavinia è atterrata da poco a piazza S Pietro. Mi dicono che posso attenderla nel punto in cui arriverà con l’ambulanza. In quello spazio, tra il bar e la ludoteca, la aspetto.
La sirena squarcia l’aria, sento da lontano che mi stanno riportando la mia bambina.

Per un secondo penso a Ernest Hemingway.
E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te.  
È viva,  mi ripeto, tutto si aggiusterà. A pochi passi c’è il mio compagno arrivato trafelato dal suo ufficio.
Quando esce la barella da quel mezzo fa capolino il primario della rianimazione.
Era salito lui sull’elicottero, la sta ventilando insufflando aria con un pallone ambu.
Ha la faccia preoccupata, mi chiede se sono la mamma. 

Il tempo si ferma

Io guardo Lavinia, faccio cenno di si con la testa: il cuoricino batte forte, il diaframma che si muove e poi …il volto irriconoscibile per la frattura di tutte le ossa della base cranica, le pupille dilatate sotto un sole quasi perpendicolare.
Capisco in quel momento che qualcosa è irrimediabilmente perso per sempre.

La barella si allontana, corrono tutti in tac: vedo Lavinia sparire nei sotterranei dell’ospedale.
L’esito dell’esame è impietoso, i danni cerebrali riportati fanno pensare a soli due scenari possibili che i medici ci comunicano subito senza giri di parole: la morte entro le successive ore o lo stato vegetativo permanente.

Lavinia arriva ad un passo dalla morte cerebrale ma resiste, contro ogni previsione sopravvive alle prime e critiche ore con una pressione intracranica elevatissima, ai limiti della compatibilità con la vita, queste le parole precise che usano.
Due mesi di rianimazione, altri quattro di ricovero in un reparto di neuroriabilitazione sub intensiva in cui la presenza del genitore è richiesta h24. Da quel momento viviamo in ospedale, gomito a gomito con il lavoro dei dottori, degli infermieri, dei terapisti e degli oss. Impariamo ad usare aspiratori, ventilatori, pompe per nutrizione enterale, ad assistere a prendere confidenza con un’esistenza d’ora in poi medicalizzata, d’ora in poi cambiata in modo radicale.
Per Lavinia è finita anzitempo e per sempre l’età dei giochi. La nostra bambina è, e resterà, in stato vegetativo.

Nelle primissime ore di questa vita irrimediabilmente mutata, davanti alla terrazza del Gianicolo cui l’ospedale si affaccia, circondata dai secolari e rassicuranti pini ad alto fusto, passo le ore a passeggiare.
Aspetto l’alba in attesa che i medici mi dicano qualcosa di rassicurante sulle sorti della mia bambina ma le rassicurazioni, vista la sua condizione clinica, non arrivarono.
Guardavo Roma da quel punto di vista privilegiato, riflettevo che quello spettacolo da ammirare era solo una tra le milioni di cose che avrei voluto far vedere a mia figlia e che dovevo depennare da tutti i progetti di vita andati in frantumi con l’urto di quella macchina.

Le mie amiche sono così

Ad un certo punto alle mie spalle sento qualcuno pronunciare sommessamente il mio nome.
Mi volto, di fronte a me il maestro Roberto, Claudia, Francesca poco più in là.
Ci siamo riabbracciati lì, in silenzio. Erano quasi dieci anni che non succedeva, dieci anni che non ci vedevamo.
Eleonora aveva da pochissimo dato alla luce una bambina, non venne in quell’occasione ma mi telefonò. L’avrei rivista poco tempo dopo, a casa mia. Con le altre ci vedemmo nei giorni a seguire a dispetto degli impegni personali, delle famiglie numerose, del lavoro che comportava mille doveri.

Roberto, così come era avvenuto per tutta una vita agonistica, era sempre in qualche angolo di ospedale in cui mi trovavo io.
Con lo sguardo rassicurante e senza dire una parola per l’ennesima volta mi stava vicino nel combattimento più duro, come fanno gli allenatori di pugilato, che aspettano il boxeur con l’asciugamano in mano.

La squadra del Lazio fu di nuovo insieme, in quel torrido e disgraziato agosto, senza nessuna vittoria da festeggiare.
Quel gruppo ha continuato ad esserci anche dopo, nel momento in cui molti amici se ne sono andati col pretesto di non sapere cosa dire o fare di fronte a simili drammi dell’esistenza, nel momento in cui tanti altri si sono aggiunti agli amici di sempre e a quelli conosciuti in ospedale al termine dell’ennesimo ricovero.

La condizione di mia figlia Lavinia, a distanza di tre anni, non è cambiata e non potrà mai cambiare.

Il cuore e il tempo

Tra i pensieri che molto spesso affollano la mente c’è anche l’idea che, a Bratislava 2004, la squadra che vinse quel bronzo più che gambe e fisico aveva cuore.
Lo stesso restato immutato nel tempo e nello spazio, a dispetto di qualunque circostanza, quello che quando non c’è nessuna coppa da alzare ti ricorda che non hai perso tutto, che il combattimento termina davvero solo quando il tempo dell’incontro è finito, mai un secondo prima e che le persone scompaiono davvero solo quando non vogliono più farsi trovare.

Lara Liotta Ex karateka, una laurea IUSM ed una laurea magistrale in Scienze Politiche (indirizzo Scienze delle Pubbliche Amministrazioni). È un funzionario amministrativo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, compagna di Massimo e mamma di tre figli. Dei suoi tre figli: Edoardo, Lavinia e Margherita, Lavinia è quella che nella vita ha imparato a combattere per prima.

La nostra newsletter
Chiudi