Alberto Picco, lo Spezia e la sfida mai vista prima

Alberto Picco di Ulrico non solo è tra i fondatori dello Spezia Calcio, ma ne segna anche il primo goal. Eroe del Monte Nero, a sua memoria eterna è lo stadio cittadino. A sua memoria è lo scudetto d'onore, quello non assegnato del '43-'44. Da allora cucito sul cuore dei tifosi e dal 2002 cucito con orgoglio anche sulla maglia della squadra.
COVER PICCO 00

Il 20 novembre 1911 Alberto Picco di Ulrico è tra i fondatori dello Spezia Calcio. Di un gruppo di amici svizzeri l’iniziativa, capitanati da Hermann Humi che aveva imparato a calciare la palla a casa dei maestri, i benestanti londinesi del Crystal Palace.
Primo presidente Francesco Corio, tesoriere Alberto Picco.
C’era, a dirla tutta, lo Spezia 1906, ma non era mai andato oltre sfidare squadre improvvisate di marinai a piazza d’Armi.
Alberto gioca e segna il primo goal ufficiale del nuovo club due mesi dopo la fondazione. Gli avversari vengono da Livorno, la Virtus Juventusque, prendono due reti ne fanno altrettante, fanno soprattutto la storia.

Sul Monte Nero

Classe ’94, Alberto Picco risponde alla chiamata alle armi. Sottotenente inquadrato nella brigata fanteria Modena parte integrante dell’8′ Divisione. La notte del 15 giugno 1915 è fra i cinque in avanscoperta per raggiungere la cima del Monte Nero sulla riva sinistra dell’Isonzo sopra Caporetto. L’azione è sostenuta da 130 alpini, alla baionetta. Gli austro-ungarici si ritirano in disordine, Alberto resta ferito, gravemente ferito. L’ultimo desiderio è vedere il suo Capitano, Vincenzo Arbarello: “Viva l’Italia e avanti Savoia. Muoio contento per aver servito bene il mio Paese“.
Nel 1928 un maestoso monumento rifugio, con la dicitura Victoribus Esto, viene eretto sul luogo della battaglia. Nel 1951 le autorità jugoslave lo demoliscono, nell’indifferenza che non mi andrà mai giù.

Rifugio Alberto Picco
(Victoribus esto. Il rifugio Alberto Picco abbattuto nel 1951)

Lo stadio per sempre

Dal 1919 l’Alberto Picco è lo stadio delle partite casalinghe dello Spezia Calcio. Al tempo, una tribuna in legno che fa tanto Inghilterra, in omaggio all’esempio della gloriosa Pro Vercelli con il celeste della divisa che diventa maglia bianca, pantaloncini e calzettoni neri.

Campionato ’44

Nel complicato 1944 il calcio è spezzato in un paese spezzato.
La Juve si chiama Cisitalia, il Toro è Torino FIAT, lo Spezia è il 42° Corpo dei Vigili del Fuoco. Si guarda la palla, ma anche il cielo torvo dai bombardieri.
Il pompiere paura non ne ha e strapazza la concorrenza: Suzzara, Fidenza, Busseto, Parma, Carpi, Modena, infine Bologna ultimo e indigesto ostacolo prima delle finali a tre all’Arena di Milano. Sebbene ligure, lo Spezia chiede ed ottiene di giocare nel girone emiliano, strade e stadio inagibili sotto lo strazio delle bombe, in “casa” si gioca a Carpi che si raggiunge su un’autobotte piena di sale spezzino da barattare con formaggio e salumi dei contadini di zona.

Spezia calcio
(42° Vigili del Fuoco Spezia, 1943-1944)

Spezia campione

Per il titolo, gli ultimi due ostacoli sono il Venezia e soprattutto il favoritissimo Torino rafforzato da Piola in campo e Pozzo in panchina. L’esito della prima partita del triangolare rafforza i favori del pronostico per i granata, Venezia e Spezia fanno pari e patta, una rete ciascuno. Lo stesso giorno, scomoda trasferta, il Toro viaggia fino a Trieste per rappresentare il Piemonte in una sfida con la Venezia Giulia, altro pari (2-2) ma soprattutto tanta fatica che pesa, e parecchio, quando c’è da battagliare contro uno Spezia che, pochi giorni dopo, fiuta la grande occasione. Il 2-1 è tanto sorprendente quanto meritato. Con i granata fuori gioco, Venezia ha l’occasione della vita, ma il cuore granata torna a battere forte, cinque reti (a due), Venezia piegata, Spezia sorprendentemente campione.
Il pragmatismo di Ottavio Barbieri, qualcuno conierà il termine catenaccio, viene premiato.
Quel terzino di posizione, il libero si dirà poi, fa la differenza e le contromisure, nel caso specifico di mister Pozzo, arrivano tardi e senza successo. La stanchezza è il migliore alleato dei VVF.

Ottavio Barbieri
(Ottavio Barbieri)

Il titolo mai assegnato

È la storia di un titolo mai assegnato per le troppe anomalie della stagione e di un’onorificenza finalmente riconosciuta – vediamo un tricolore oggi sulla maglia – solo nel 2002.

L’esordio in serie A

Alberto Picco da lassù vede l’esordio assoluto della sua squadra in Serie A in un’altra anomala stagione, 2020-’21.
Dopo il terzo posto nella stagione regolare, lo Spezia supera il Chievo ed il Frosinone di mister Nesta. Si ferma in semifinale, il Pordenone altro outsider. La doppia finale mozza il fiato. Il fattore campo salta, Spezia in goal con Gyasi, assist di Maggiore, nel catino dello Stirpe, e Rohden a pareggiare i conti al Picco.
Cuore in gola nell’ultima mezz’ora con i frusinati che assaporano l’impresa. Ardemagni sfiora il pallone ad un passo dalla porta, anticipato da Luca Vignali che allontana il pericolo quando il cronometro percorre l’ultimo giro dei minuti di recupero. Luca Vignali, classe 1996, spezzino con lo Spezia dall’età di sei anni. Doppio 0-1 ed il miglior piazzamento premia i liguri, la serie A è realtà.

La sfida mai vista prima

Curioso il destino di un club con dei record tutti suoi.
L’ultimo, infranto, il 22 settembre 2021 in un malinconico Alberto Picco, deserto per le restrizioni della pandemia.
La prima sconfitta, e di misura (2-3), contro la Juventus, sei partite in cento anni tra loro.
C’è un altro capitolo, però. Anche questo storia.
Quel giorno, il giorno della prima sconfitta, è anche il giorno della partita mai giocata prima.
Il 22 settembre 2021, per la prima volta, si sono incontrate due squadre con il tricolore appuntato sulla maglia.
Cosa ci sarà mai di strano direte, ma non è così.

Il fatto è che lo scudetto cucito sulla maglia della Juventus è uno e ne rappresenta tanti, ben 37.
Lo scudetto cucito sulla maglia dello Spezia è onorifico, è sempre uno, non ne rappresenta tanti, ma rappresenta tanto. Uncountable direbbero gli inglesi.
E sì. Una sfida così non si era mai vista prima.

 

Roberto Amorosino romano di nascita, vive a Washington DC. Ha lavorato presso organismi internazionali nell'area risorse umane. Giornalista freelance, collaboratore de Il Corriere dello Sport, varie federazioni sportive nazionali e pubblicazioni on line e non. Costantemente alla ricerca di storie di Italia ed italiani, soprattutto se conosciuti poco e male.

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